{"id":4474,"date":"2009-12-19T19:56:52","date_gmt":"2009-12-19T18:56:52","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=4474"},"modified":"2013-04-25T18:56:36","modified_gmt":"2013-04-25T16:56:36","slug":"conversazione-con-antonio-martino","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=4474","title":{"rendered":"Conversazione con Antonio Martino"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2009\/12\/n\u00ecguri_title.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2009\/12\/n\u00ecguri_title.jpg\" alt=\"n\u00ecguri_title\" title=\"n\u00ecguri_title\" width=\"620\" height=\"400\" class=\"aligncenter size-full wp-image-4477\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2009\/12\/n\u00ecguri_title.jpg 620w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2009\/12\/n\u00ecguri_title-300x193.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"margin-top: 0; margin-bottom: 0\" align=\"justify\"><font face=\"Verdana\" style=\"font-size: 8pt\">articolo pubblicato su <a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=4449\" style=\"text-decoration: none\"><font color=\"#3399FF\">Rapporto Confidenziale numero20 <\/font><\/a>(dicembre 2009), pp.29-33.<\/font><\/p>\n<p style=\"margin-top: 0; margin-bottom: 0\" align=\"justify\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"margin-top: 0; margin-bottom: 0\" align=\"justify\"><font face=\"Verdana\" size=\"4\"><b>Conversazione con Antonio Martino<\/b><\/font><font face=\"Verdana\" style=\"font-size: 8pt\"><br \/>\ndi Alessio Galbiati<\/font><\/p>\n<p style=\"margin-top: 0; margin-bottom: 0\" align=\"justify\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"margin-top: 0; margin-bottom: 0\" align=\"justify\"><font face=\"Verdana\" style=\"font-size: 9pt\"><i>Conversazione con Antonio Martino sul documentario <\/i>N\u00ecguri<i>, da lui diretto nel 2009. Per una recensione, si veda l&#8217;articolo correlato: su <a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=4449\" style=\"text-decoration: none\"><font color=\"#3399FF\">RC20<\/font><\/a> ed in versione <a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=4471\" style=\"text-decoration: none\"><font color=\"#3399FF\">html<\/font><\/a>. Sempre a proposito di Antonio Martino si veda: <\/i>Antonio Martino. Lo Stalker riflessivo &#8211; intervista ad Antonio Martino<i> (in <a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=329\" style=\"text-decoration: none\"><font color=\"#3399FF\">RC10<\/font><\/a> ed in versione <a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=1370\" style=\"text-decoration: none\"><font color=\"#3399FF\">html<\/font><\/a>), <\/i>Gara de Nord_copii pe strada<i> (in <a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=432\" style=\"text-decoration: none\"><font color=\"#3399FF\">RC11<\/font><\/a> ed in versione <a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=4295\" style=\"text-decoration: none\"><font color=\"#3399FF\">html<\/font><\/a>).<\/i><\/font><\/p>\n<p style=\"margin-top: 0; margin-bottom: 0\" align=\"justify\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"margin-top: 0; margin-bottom: 0\" align=\"justify\"><font face=\"Verdana\" style=\"font-size: 8pt\"><\/p>\n<p><b>Alessio Galbiati: Parliamo di <i>N\u00ecguri<\/i>. Che in calabrese significa neri\u2026<\/b><\/p>\n<p>Antonio Martino: In calabro sarebbe negri, che non \u00e8 un termine connotato unicamente con un\u2019accezione negativa\u2026 per\u00f2 essenzialmente vuol dire negri.<\/p>\n<p><b>Alessio Galbiati: <i>N\u00ecguri<\/i> rappresenta il tuo ritorno alla situazione italiana dopo tre esperienze estere. A Bucarest ed in Romania con <i><a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=4295\" style=\"text-decoration: none\"><font color=\"#3399FF\">Gara de Nord_copii pe strada<\/font><\/a><\/i> nel 2007, in Serbia con <i>Pancevo_mrtav grad <\/i>nel 2009, ed infine l\u2019Uzbekistan di <i>Be Water, My Friend<\/i> del 2009. Un ritorno all\u2019Italia del quale sentivi gi\u00e0 l\u2019esigenza nella conversazione che abbiamo avuto lo scorso anno (<i>Antonio Martino. Lo Stalker riflessivo<\/i> in <a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=329\" style=\"text-decoration: none\"><font color=\"#3399FF\">RC10 &#8211; dicembre 2008<\/font><\/a>). Oltretutto in <i>N\u00ecguri<\/i> parli proprio della tua area geografica di origine\u2026<\/b><\/p>\n<p>Antonio Martino: \u00c8 stato un lavoro molto difficile, ci ho pensato parecchio prima di scendere gi\u00f9 ed intraprendere quest\u2019avventura insieme a Peppe Cammarata e tutti gli altri. L\u2019ho sentito come un dovere anche se, come dice un mio amico, \u201cnessuno \u00e8 profeta in terra sua\u201d (ride). Mi aspetto una marea di critiche, magari anche di minacce\u2026 credo per\u00f2 che la situazione di Sant\u2019Anna vada comunque denunciata. Sicuramente non sono riuscito a rendere pienamente l\u2019idea che avevo in testa, o comunque i fatti e la realt\u00e0 esistente in quell\u2019angolo di Italia. Ho cercato di mantenermi equidistante dalla realt\u00e0 raccontata, equidistante dal dramma dei migranti e dalla rabbia della popolazione italiana. La prima difficolt\u00e0 \u00e8 stata senz\u2019altro quella di parlare di immigrazione, perch\u00e9 \u00e8 un problema oramai trito e ritrito anche se in Italia si vedono pochi miglioramenti rispetto all\u2019integrazione, all\u2019accoglienza, all\u2019accettazione del diverso\u2026 \u00c8 molto difficile perch\u00e9 ho dovuto scegliere di cosa parlare: ho dovuto scegliere di non parlare dal background di queste persone che vengono dall\u2019Africa, ho dovuto scegliere di non parlare per esempio del campo di accoglienza, scegliere di non entrarci\u2026<\/p>\n<p><b>Alessio Galbiati: Questa era proprio una delle cose che ti volevo domandare. Tu saresti voluto entrare nel campo e non ti \u00e8 stato permesso? O cosa?<\/b><\/p>\n<p>Antonio Martino: Nel campo per legge si pu\u00f2 entrare, ma ad Isola Capo Rizzuto non c\u2019\u00e8 la legge, non esiste. Diciamo che sarei anche potuto entrare ma si sarebbe venuta a creare una condizione di obblighi verso coloro i quali me l\u2019avrebbero permesso, una condizione di dipendenza che ho voluto decisamente evitare. Ho voluto giocare la mia partita nel villaggio di Sant\u2019Anna. La gente di Sant\u2019Anna deriva dalle loro case, i migranti derivano dal campo, e poi si incontrano e scontrano nel villaggio; questo punto di vista mi ha permesso di andare oltre alle \u201cbelle parole\u201d che mi avrebbero raccontato i responsabili del campo, ho voluto ascoltare la <i>vox populi<\/i>. Perch\u00e9 nel campo di Sant\u2019Anna succede letteralmente di tutto, solo che all\u2019esterno, fuori da quella realt\u00e0 non arriva nulla. \u00c8 stata dura, durissima come esperienza, ma sentivo la necessit\u00e0 di attirare l\u2019attenzione su questa realt\u00e0.<\/p>\n<p><b>Alessio Galbiati: Quando \u00e8 stato realizzato?<\/b><\/p>\n<p>Antonio Martino: Siamo arrivati a Marzo e siamo stati sul posto per poco pi\u00f9 di due settimane; il tempo meteorologico \u00e8 stato buono, cosa che ci ha permesso di girare senza particolari problemi, questo \u00e8 stato fondamentale dal momento che \u00e8 quasi tutto girato in esterni. Le cose che capitano a Sant\u2019Anna sono molte di pi\u00f9 di quelle che ho raccontato, posso dire di aver portato fuori solo la cima dell\u2019iceberg, ti posso garantire che si dicono cose pazzesche\u2026 solo che la gente non vuole dirti la verit\u00e0, e poi i calabresi sono famosi per essere omertosi, si lamentano ma non vogliono tirar fuori le questioni\u2026 forse non vogliono neanche capire\u2026 questo \u00e8 comunque giustificabile perch\u00e9 quella \u00e8 una zona ad altissima densit\u00e0 mafiosa, non hanno neanche le scuole. Io non ho fatto le scuole, non posso dire di aver fatto la scuola, perch\u00e9 il mio liceo era una baraonda continua\u2026<\/p>\n<p><b>Alessio Galbiati: Tu sei proprio di Isola Capo Rizzuto\u2026<\/b><\/p>\n<p>Antonio Martino: Io sono originario del villaggio Sant\u2019Anna! La sarta che parla all\u2019interno del documentario \u00e8 mia madre!<br \/>\nIn generale \u00e8 stato difficile parlare con le persone, sia gli italiani che con gli stranieri. Questi ultimi vivono una condizione assurda, loro l\u00ec dentro devono essere giudicati, devono ottenere i documenti, devono cercare di convincerli delle loro storie precarie\u2026<\/p>\n<p><b>Alessio Galbiati: Perch\u00e9 quello di Isola Capo Rizzuto, contrada Sant\u2019Anna, \u00e8 in realt\u00e0 un centro che contiene due realt\u00e0 distinte: \u00e8 un centro di permanenza temporanea ed un centro per richiedenti asilo.<\/b><\/p>\n<p>Antonio Martino: Credo che sia pure diventato un CIE: centro di identificazione ed espulsione\u2026<\/p>\n<p><b>Alessio Galbiati: Immagino che ora, con la diminuzione statistica degli sbarchi di migranti partiti dalle coste libiche (a seguito degli sciagurati accordi con il dittatore Gheddafi) ed ancora di pi\u00f9 con la chiusura del CPT di Lampedusa, la situazione sia mutata rispetto al mese di marzo, probabilmente peggiorata\u2026<\/b><\/p>\n<p>Antonio Martino: S\u00ec \u00e8 cambiata un po\u2019. I migranti arrivati ultimamente vengono spediti al Sant\u2019Anna direttamente, prima non era cos\u00ec, ci arrivavano da altri CPT. Avrai notato che del centro di Isola di Capo Rizzuto non se ne parla, nessuno conosce l\u2019esistenza di questo posto, eppure \u00e8 una realt\u00e0 che esiste, ed \u00e8 pure un problema bello grosso. C\u2019\u00e8 un aspetto che non \u00e8 rientrato in alcun modo nel documentario e che riguarda l\u2019importanza economica che riveste il centro per l\u2019intero tessuto economico e sociale del territorio; proprio nei giorni in cui ci trovavamo sul posto era in corso l\u2019assegnazione degli appalti per la gestione del centro, la cifra complessiva che lo Stato versa per la sua gestione \u00e8 di 40 milioni di euro, cio\u00e8 molto ma molto di pi\u00f9 della ricchezza complessiva prodotta del territorio. Questo ti fa capire che quella realt\u00e0 \u00e8 una risorsa irrinunciabile per moltissimi, che col centro in qualche modo ci lavora o quant\u2019altro. Non pu\u00f2 esserci l\u2019interesse a chiudere, ad interrompere il flusso di migranti, perch\u00e9 ci sono troppe convenienze economiche, sarebbe il fallimento della pi\u00f9 grande industria di quell\u2019area geografica. La situazione \u00e8 simile in ogni parte d\u2019Italia\u2026<br \/>\nComunque tutte queste considerazioni non sono presenti nel mio documentario, non era questo che mi interessava raccontare.<\/p>\n<p><b>Alessio Galbiati: Oltretutto con le nuove leggi anti-immigrati, i tempi di permanenza nei CIE sono stati allungati. Si va da un minimo di sei mesi ad una possibile proroga di altri sei mesi.<\/b><\/p>\n<p>Antonio Martino: \u00c8 chiaro che c\u2019\u00e8 tutto l\u2019interesse, in questa congiuntura economica, a creare spesa pubblica emergenziale. Ma l\u2019aspetto pi\u00f9 terribile \u00e8 quello umano, perch\u00e9 queste persone stanno dentro ai container parcheggiate, non gli si permette di vivere, non fanno niente, non possono lavorare, non hanno soldi, non hanno documenti\u2026 l\u00ec dentro non gli rimane altro che pensare: alle cose che hanno vissuto, hai viaggi che hanno fatto per arrivare dove sono, alle disgrazie vissute, ai parenti lasciati in Africa\u2026<\/p>\n<p><b>Alessio Galbiati: Pensano pure a come sbarcare il lunario&#8230;<\/b><\/p>\n<p>Antonio Martino: La questione dei soldi \u00e8 paradossale. Se stai dentro ad un centro di permanenza temporanea, o chiamiamolo come vogliamo, non puoi ricevere soldi liquidi, per\u00f2 possono uscire. Tu puoi immaginare un ragazzo che esce dal campo dovr\u00e0 pure aver la possibilit\u00e0 di spendere qualche soldo, altrimenti che cosa deve fare. Non pu\u00f2 entrare in un bar, in una pizzeria, non pu\u00f2 far nulla\u2026 quindi queste persone cosa possono fare: o chiedono l\u2019elemosina, o vanno a rubare.<\/p>\n<p><b>Alessio Galbiati: Molte donne si prostituiscono. Nel documentario c\u2019\u00e8 un passaggio, tratto da un servizio di una televisione locale, in cui si parla di prostituzione a due euro. Che \u00e8 una cosa incredibile, spaventosa.<\/b><\/p>\n<p>Antonio Martino: Ci sono cose ancora pi\u00f9 incredibili, si \u00e8 davvero venuta a creare una situazione esplosiva. Succedono cose agghiaccianti, oltretutto in un territorio che gi\u00e0 di suo aveva i suoi problemi di assenza dello Stato, con tutto quello comporta.<br \/>\nQuindi c\u2019\u00e8 Isola Capo Rizzuto, un centro calabrese con tutte le sue arretratezze, e dentro ci mettono 1800 migranti, buttati l\u00ec, dimenticati da tutto, due gruppi di persone che non si parlano, che non hanno nemmeno una lingua comune\u2026 parecchie persone sono scomparse, altre ne muoiono sulla strada statale che a piedi percorrono in centinaia, anche di notte ed anche senza alcuna illuminazione. Si \u00e8 creata una situazione esplosiva che io credo non potr\u00e0 far altro che finire male.<\/p>\n<p><b>Alessio Galbiati: Da che anno \u00e8 attivo il centro di Sant\u2019Anna?<\/b><\/p>\n<p>Antonio Martino: Se non ricordo male dal 1998, ma col tempo ha cambiato \u201cpelle\u201d diverse volte. \u00c8 iniziato accogliendo i kossovari, poi negli anni successivi ha ospitato curdi, poi si \u00e8 trasformato in centro di accoglienza per i flussi di sbarchi degli ultimi anni, perlopi\u00f9 africani. Due anni fa c\u2019\u00e8 stata una manifestazione per i diritti dei migranti capeggiata da Francesco Caruso, all\u2019epoca parlamentare eletto nelle liste di Rifondazione comunista, durante la quale si incaten\u00f2 ai cancelli del centro per richiamare l\u2019attenzione sulla questione dell\u2019effettiva reclusione di queste persone.<\/p>\n<p><b>Alessio Galbiati: Nel 2007 fu il governo Prodi ad introdurre la legge che permette ai migranti di uscire dai CPT.<\/b><\/p>\n<p>Antonio Martino: All\u2019epoca feci un documentario sulla questione, si intitolava Blu panorama, e trattava proprio le storie di questi migranti che scappavo dai campi d\u2019accoglienza per vedere, capire, dove caspita erano arrivati. Non avevano idea di dove si trovassero, nemmeno se erano in Italia. Purtroppo Blu panorama \u00e8 uno dei miei primissimi lavori, troppo autarchico, con tutti i limiti delle prime esperienze, ma l\u2019idea era buona.<br \/>\nDue anni fa hanno deciso di liberarli, cos\u00ec, di punto in bianco.<\/p>\n<p><b>Alessio Galbiati: Senza soldi, senza documenti, senza niente\u2026<\/b><\/p>\n<p>Antonio Martino: Senza un progetto complessivo d\u2019alcun tipo, senza alcuna formazione alla popolazione di Sant\u2019Anna, senza spiegargli chi sono queste persone con la pelle scura che hanno invaso il loro territorio. Questo in un piccolo villaggio calabrese che non aveva mai visto gente con la pelle nera, tantomeno a migliaia. Di punto in bianco gli abitanti di Sant\u2019Anna se li sono trovati ovunque.<br \/>\nSpero che il film metta in difficolt\u00e0 lo spettatore, che faccia capire che non \u00e8 una questione di buoni e cattivi.<\/p>\n<p><b>Alessio Galbiati: Direi proprio di s\u00ec. Non prendi una posizione categorica e quindi il tuo documentario riesce ad essere anche voce delle posizioni pi\u00f9 ottuse, o semplicemente intimorite da questa situazione.<\/b><\/p>\n<p>Antonio Martino: Ho voluto lavorare sui luoghi comuni perch\u00e9 quello che succede nel microcosmo Sant\u2019Anna si riflette poi nel macrocosmo Italia; la questione dell\u2019accoglienza contrapposta alla logica dei respingimenti, della chiusura agli stranieri, \u00e8 un tema all\u2019ordine del giorno nel dibattito politico\u2026<\/p>\n<p><b>Alessio Galbiati: Quel che dici mi ricorda l\u2019idea di Leonardo Sciascia della Sicilia come metafora. Contrada Sant\u2019Anna come metafora d\u2019Italia. Pur senza addentrarsi nelle dinamiche economiche, il documentario restituisce il quadro della situazione, la convenienza economica di questo modo di gestione l\u2019immigrazione. Basta leggere con attenzione i quotidiani per scoprire quanti siano oramai questi centri in giro per l\u2019Italia e quale la geografia politico-economica che ne gestisce il business.<\/b><\/p>\n<p>Antonio Martino: Lo Stato, o comunque i vari governi, ci speculano sopra a questo problema. Se li volessero rimandare a casa, li metterebbero su di un aereo con biglietto di sola andata, ad un costo decisamente pi\u00f9 basso di quanto invece gettato nella costruzione e gestione di questi centri. Oggi come oggi, in piena crisi economica, un immigrato che al posto di dieci euro all\u2019ora si prende, quando va bene, cinque euro, va benissimo al Sistema Italia. A tutti fa comodo avere gli schiavi: siamo tornati all\u2019Alabama dello schiavismo.<\/p>\n<p><b>Alessio Galbiati: Con la differenza dell\u2019incipit, sottoforma di didascalia, ad apertura del film: \u201cIn memoria di mio nonno emigrato in Germania cinquant\u2019anni fa\u201d. Questa dimensione, che nel documentario \u00e8 restituita solamente da una persona anziana, un migrante calabrese tornato nella sua terra dalla Germania, rappresenta davvero un buco nella memoria collettiva, o detto in altri termini, \u00e8 realmente cos\u00ec simile al fenomeno psicopatologico della dissociazione?<\/b><\/p>\n<p>Antonio Martino: Secondo me il problema esiste, ed \u00e8 ancora pi\u00f9 preoccupante di quanto dici, perch\u00e9 i calabresi tutt\u2019ora continuano ad emigrare. Credo che questo accada perch\u00e9 c\u2019\u00e8 la percezione dell\u2019abbandono da parte dello Stato. A Sant\u2019Anna per avere un lampione dell\u2019illuminazione pubblica ci sono voluti venticinque anni di lotte, ed \u00e8 stato fatto passare come un favore. Quando andai in Bielorussia nel 2005 (per le riprese del documentario <i>Noi siamo l\u2019aria, non la terra<\/i>, in cui Martino \u00e8 tornato sui luoghi della tragedia di Chernobyl per dare conto degli effetti di uno dei pi\u00f9 terribili disastri ambientali di sempre; ndr) feci un giro per le scuole pubbliche, tutte ovviamente costruite in epoca sovietica, e rimasi scioccato nel vedere che l\u00ec c\u2019erano le palestre, una cosa che da ragazzo io non ho mai visto. Noi non avevamo mica la palestra, non facevamo ginnastica, non ho mai usato un computer in una scuola calabrese\u2026 zero! Quello \u00e8 un posto dimenticato da Dio dove si cercano clientelismi ed in cui le persone subiscono ricatti per il voto.<br \/>\nEssendo stati abbandonati si sono rinchiusi in quella piccola realt\u00e0, entro la quale non conta pi\u00f9 nulla il resto d\u2019Italia, dove non conta che sono stati emigranti, dove non importa che ancora oggi se sei giovane e vuoi fare qualcosa della tua vita sei costretto ad andartene: sono arrabbiati, sono delusi. Il ragionamento \u00e8 tutto basato su rancori, \u201cMa come? ci avete dato un autobus che finalmente ci porta nei paesi vicini dopo anni che lo chiedevamo\u2026 ed ora quello stesso autobus \u00e8 lo stesso che usano i milleottocento africani?!\u201d\u2026 Perch\u00e9 quando ero ragazzo questo bus non esisteva e tu non ti potevi muovere, neanche per andare a studiare. Nel documentario si vede cos\u2019\u00e8 la fermata dell\u2019autobus di contrada Sant\u2019Anna, l\u2019assalto che si fa per salirci.<br \/>\nI n\u00ecguri non sono solo gli immigrati ma sono anche gli abitanti di Sant\u2019Anna. Lo dice la persona anziana a cui facevi riferimento, lui dice chiaramente che quando andarono in Germania erano come i n\u00ecguri che ci sono adesso a Sant\u2019Anna. Miserie che si confrontano e scontrano.<\/p>\n<p><b>Alessio Galbiati: Il finale che hai scelto per il tuo documentario \u00e8 davvero illuminante al riguardo, riesce con sintesi estrema a figurare la drammaticit\u00e0 della situazione, perch\u00e9 il treno che l\u2019immigrato prender\u00e0 per lasciare Sant\u2019Anna, oramai libero dal centro di accoglienza, \u00e8 lo stesso che da decenni i calabresi utilizzano per la medesima cosa: la speranza di ottenere dignit\u00e0 lontani da l\u00ec.<\/b><\/p>\n<p>Antonio Martino: Mi fa piacere che l\u2019hai notato, questo era proprio un messaggio che volevo trasmettere: la ciclicit\u00e0 della storia. Quello \u00e8 stato il treno che ha preso mio nonno quando \u00e8 andato in Germania.<\/p>\n<p><b>Alessio Galbiati: Ed \u00e8 lo stesso che hai preso tu quando ti sei trasferito a Bologna.<\/b><\/p>\n<p>Antonio Martino: Lo stesso che ho preso per anni, per quindici lunghissimi anni. Quello che volevo che venisse fuori chiaramente \u00e8 che il mio lavoro non intende affibbiare nessuna etichetta xenofoba o razzista ai miei concittadini, li chiamo cos\u00ec anche se ormai \u00e8 molto che non vivo pi\u00f9 l\u00ec, anzi ne comprendo le ragioni; volevo denunciare l\u2019abbandono da parte dello Stato di quel territorio, l\u2019abbandono al quale sono condannati i suoi cittadini allo stesso modo degli immigrati. Il discorso sull\u2019immigrazione \u00e8 molto pi\u00f9 complesso ed articolato di quanto i media, ed i discorsi delle persone, sono portati a voler rappresentare.<br \/>\nNel momento in cui un paese prende la decisione di far entrare nel suo territorio degli immigrati, deve sapere come poterli accogliere, deve sviluppare strategie complesse per governare un problema di tale portata. Se il problema diventa una risorsa economica si creano solamente dei cortocircuiti pericolosi.<br \/>\nPenso che fra qualche anno ci saranno manifestazioni di fronte alle ambasciate di quei paesi legati alle multinazionali che operano nel continente africano, quelle entit\u00e0 che producono miseria e povert\u00e0, che costringono milioni di uomini e donne ad emigrare lontano dalla propria terra, anche solo per la speranza di sopravvivere. Gli africani hanno il diritto di poter vivere nei propri paesi. Credo che oggi come oggi non convenga pi\u00f9 a nessuno questa situazione, forse \u00e8 molto meglio per un ragazzo africano starsene nel suo paese piuttosto che venire qui dove verr\u00e0 incarcerato e sfruttato, illuso nella speranza di ottenere dei documenti. E poi? Quando hai i documenti cosa fai?<\/p>\n<p><b>Alessio Galbiati: Proprio nel finale del documentario, seguiamo un ragazzo africano che, avendo ottenuto i documenti, pu\u00f2 finalmente lasciare il campo per raggiungere un suo amico che gli ha detto di raggiungerlo a Roma. Lui \u00e8 giustamente contento, senza rendersi conto che forse il difficile incomincia ora.<\/b><\/p>\n<p>Antonio Martino: Benvenuto in Italia! Il fatto che questa partenza, quella del finale di <i>N\u00ecguri<\/i>, verr\u00e0 percepita in maniera beffarda dal pubblico che avr\u00e0 modo di vederlo rende la misura dell\u2019enormit\u00e0 del problema; voglio dire che noi italiani siamo talmente disillusi sul funzionamento della nostra societ\u00e0, che neanche crediamo possibile che il nostro paese possa offrire riscatto sociale ed emancipazione, non lo pensiamo per noi, figuriamoci per un povero n\u00ecguro\u2026<br \/>\nC\u2019\u00e8 pure un altro aspetto del quale non parlo e che riguarda la presenza, in tutte le maggiori manifestazioni politiche e sindacali degli ultimi anni, di gruppi organizzati di migranti; in Calabria durante un paio di manifestazioni c\u2019erano il 90% di immigrati. L\u2019immigrato non conosce il codice sociale-antropologico italiano, non pensa che potrebbe essere inutile, \u00e8 pi\u00f9 puro da questo punto di vista, e per questo spero che saranno gli immigrati di seconda e terza generazione ad aiutare l\u2019Italia ad emanciparsi. In Calabria hanno fatto pi\u00f9 manifestazioni gli immigrati che i calabresi stessi!<br \/>\nDobbiamo renderci conto che l\u2019Italia \u00e8 in corso di cambiamento, che l\u2019immigrato pu\u00f2 essere buono e pu\u00f2 essere cattivo, ma deve avere dei diritti, deve poter ottenere la cittadinanza; penso che saranno loro ad aiutare questo paese che si \u00e8 fermato.<\/p>\n<p><b>Alessio Galbiati: Quel che dici lascia intendere come il tuo intelletto sia alla costante ricerca delle possibili soluzioni ai problemi affrontati nei tuoi documentari, \u00e8 vero per\u00f2 che una costante di questi tuoi lavori sia una specie di pessimismo, o quanto meno uno sguardo disilluso sulla realt\u00e0, e ci\u00f2 si concretizza assai di frequente in finali che mi verrebbe da chiamare \u2018devastanti\u2019. Il caso di N\u00ecguri l\u2019abbiamo appena illustrato, penso pure a quello di <i>Be Water, My Friend<\/i> \u2013 il documentario che hai girato sulla desertificazione del Lago d\u2019Aral in Uzbekistan \u2013 in cui c\u2019\u00e8 una donna che racconta alla telecamera di aver avuto una premonizione sul ritorno dell\u2019acqua in quel che ormai \u00e8 divenuto un deserto. \u00c8 difficile trovare la speranza nei tuoi lavori, se ve n\u2019\u00e8 una sta forse nella catastrofe. Forse per questo mi ritrovo cos\u00ec tanto nel tuo cinema, che guarda negli occhi i problemi e non cerca facili consolazioni.<\/b><\/p>\n<p>Antonio Martino: \u00c8 un paradosso, ma penso proprio che la speranza stia nella catastrofe.<\/p>\n<p><b>Alessio Galbiati: La questione dell\u2019immigrazione \u00e8 centrale nella societ\u00e0 italiana da quasi vent\u2019anni, il documentario ed il giornalismo di inchiesta affrontano da tempo e con ottimi risultati il tema immigrazione, come ti sei regolato rispetto a questa \u201cinflazione\u201d?<\/b><\/p>\n<p>Antonio Martino: Pur avendo raccolto molte testimonianze in merito, ho voluto evitare di raccontare quel che accade duranti i viaggi nel Sahara e delle torture inflitte dalla polizia libica, perch\u00e9 di questo aveva gi\u00e0 efficacemente parlato il documentario Come un uomo sulla terra. Mentre raccoglievo i loro racconti ho costantemente avuto la sensazione che tutto quello che mi raccontavano questi migranti, tutte le loro storie, non portavano da nessuna parte. \u00c8 inutile farci raccontare con le lacrime delle tragedie che accadono in Africa perch\u00e9 ormai, e da anni, tutti sappiamo che quel continente \u00e8 il simbolo della povert\u00e0 e dello sfruttamento. Sappiamo cosa fanno nel deserto, sappiamo del traffico di esseri umani, sappiamo degli sbarchi\u2026 Penso che quello che abbiamo dimenticato sia la nostra sofferenza di immigrati. La mia sofferenza quando sono arrivato a Bologna ed ero il calabrese, abbiamo dimenticato le nostre dinamiche di integrazione in Germania o negli Stati Uniti\u2026 di questo ci siamo dimenticati. Sappiamo a memoria le dinamiche degli immigrati e non conosciamo pi\u00f9 le nostre.<br \/>\nAvrei potuto fare un documentario che contenesse molte testimonianze ma non l\u2019ho fatto perch\u00e9 non ne capivo il senso, che cosa le metto a fare? Quindi quel che ho fatto \u00e8 stato creare un cortocircuito\u2026<\/p>\n<p><b>Alessio Galbiati: Inserendo anche il punto di vista degli abitanti di Sant\u2019Anna\u2026<\/b><\/p>\n<p>Antonio Martino: Non mi sono limitato a raccontare i mali dell\u2019Africa e quanto sia disumano il trattamento a loro riservato, ma ho pure raccontato il punto di vista degli italiani che vivono il territorio dove sono stati parcheggiati gli immigrati. Un cortocircuito che restituisca l\u2019esplosivit\u00e0 della situazione e che faccia sorgere la domanda \u201cChe fare?\u201d.<\/p>\n<p><b>Alessio Galbiati: Sicuramente non organizzare le ronde. Nel documentario c\u2019\u00e8 questa surreale esigenza della popolazione di quel borgo calabro di organizzare delle ronde sul proprio territorio\u2026 fra l\u2019altro \u00e8 molto interessante notare la penetrazione della propaganda leghista ben al di l\u00e0 della sua abituale geografia.<\/b><\/p>\n<p>Antonio Martino: Il colmo dei colmi \u00e8 che pure i calabresi stanno diventando leghisti.<\/p>\n<p><b>Alessio Galbiati: Le scelte registiche si sposano con gli intendimenti: fotografia nitida, telecamera fissa. <i>N\u00ecguri<\/i> ha un taglio quasi fotografico e la galleria di immagini raccolte \u00e8 davvero ampia, tante interviste, moltissime immagini, luoghi, persone, etnie\u2026 Dal punto di vista tecnico come \u00e8 stato realizzato <i>N\u00ecguri<\/i>, con quante persone hai svolto le riprese e con che tipo di strumentazione?<\/b><\/p>\n<p>Antonio Martino: Ho sempre lavorato con la camera a mano, spesso pure con telecamere piccolissime, questa volta invece \u00e8 stato differente, al di l\u00e0 del fatto che questa volta avevo un fonico (Sant\u2019Anna \u00e8 un posto ventoso, quindi puoi immaginare che problema \u00e8 stato), quello che ho voluto fare con la telecamera fissa \u00e8 stato restituire l\u2019impressione della staticit\u00e0 delle cose, l\u2019immobilit\u00e0 al cambiamento, la deriva.<br \/>\nIn quel posto sono tutti in attesa, sospesi, davvero come barche alla deriva. La staticit\u00e0 delle cose \u00e8 gi\u00e0 una costante di quei luoghi, la Calabria, il profondo sud, alla quale si sovrappone quella di questi poveri immigrati costretti ad aspettare, aspettare e aspettare\u2026<br \/>\nAbbiamo girato con una sola camera, una Panasonic AG-DVX100, che qualche problema ce l\u2019ha dato, forse anche solo perch\u00e9 la conoscevamo poco ma che comunque ci ha dato dei risultati estremamente soddisfacenti.<br \/>\nIl metodo di lavoro \u00e8 stato molto interessante, praticamente ci si svegliava la mattina e si andava a caccia di immigrati (ride). Li incontri, ti ci fermi a parlare e cerchi di oltrepassare la loro diffidenza, perch\u00e9 non sono abituati al fatto che qualche bianco rivolga loro la parola\u2026 A Sant\u2019Anna c\u2019\u00e8 una vera e propria apartheid, i neri \u00e8 come se non ci fossero, se fossero invisibili.<br \/>\nC\u2019\u00e8 pure un aspetto che abbiamo avuto modo di vedere, piuttosto interessante, ed \u00e8 la presenza sul territorio di moltissimi agenti dei servizi segreti, italiani ma pure americani, perch\u00e9 fra gli immigrati molto spesso ci sono nascosti presunti terroristi o criminali fuggiti dal loro paese; questo ti fa capire che i timori della popolazione non sono certo infondati, in mezzo a quella moltitudine in attesa pu\u00f2 esserci realmente di tutto, chiunque. Cos\u00ec dovevamo convincere queste persone che non eravamo agenti di alcun governo, e che non volevamo speculare su di loro.<\/p>\n<p><b>Alessio Galbiati: Immagino che dopo l\u2019anteprima del 10 dicembre a Bologna il film inizier\u00e0 la sua circolazione per festival\u2026<\/b><\/p>\n<p>Antonio Martino: Non solo in Italia, lo invieremo anche al maggior numero di festival internazionali possibili, ed all\u2019estero verr\u00e0 visto con occhi diversi da quelli italiani. Sulla questione dell\u2019accoglienza dall\u2019estero siamo visti molto male, per\u00f2 \u00e8 anche vero che l\u2019Europa ha deciso di non avere una politica di corresponsabilit\u00e0, delega tutto all\u2019Italia elargendo fondi a pioggia. Se non ci fosse l\u2019emergenza non arriverebbero 40 milioni di euro a Sant\u2019Anna. Mi piacerebbe riuscire a raggiungere le comunit\u00e0 italiane in giro per il mondo, spero di far rivivere a queste persone, come a tutti gli spettatori, il trauma dello sradicamento, magari il ricordo di loro esperienze simili. Vorrei far riflettere\u2026 nient\u2019altro.<\/p>\n<p><b>Alessio Galbiati: C\u2019\u00e8 un\u2019ultima questione che vorrei affrontare ed \u00e8 il successo che i tuoi documentari riscuotono in tutti i festival in cui partecipano. Hai gi\u00e0 vinto un\u2019enormit\u00e0 di premi con i tuoi lavori, ci\u00f2 significa che possiedi un linguaggio efficace, capace di arrivare agli spettatori esperti chiamati a giudicare; questo fatto cosa ti fa pensare? Conoscendo la tua natura, la tua intelligenza da bastian contrario, sempre pronta ad indagare il rovescio della medaglia, a fuggire dal senso comune, volevo sapere quali idee provoca in te il fatto che i tuoi lavori piacciano. Come la vivi questa cosa? \u00c8 solamente una grande soddisfazione oppure ti dici che c\u2019\u00e8 qualcosa di strano?<\/b><\/p>\n<p>Antonio Martino: Oggettivamente \u00e8 una soddisfazione, per\u00f2 spesso mi domando il senso. Io ancora sto esplorando, sono ancora in una fase di ricerca della mia carriera di regista\u2026 spesso mi domando perch\u00e9 i miei film piacciano rispetto a produzioni ben pi\u00f9 blasonate e danarose. Ad esempio il mese scorso, in Canada, c\u2019\u00e8 stato il Planet in Focus, che \u00e8 uno dei pi\u00f9 importanti festival mondiali a tematica ambientale, dove in concorso ci sono le pi\u00f9 grandi produzioni del documentario &#8211; roba da 50 mila, 100 mila euro -, tutti con soldi dietro e produzioni belle toste. Ecco l\u00ec in mezzo <i>Pancevo_Mrtav Grad<\/i> ha vinto quest\u2019anno il primo premio. Non so nemmeno io cosa pensare, sono confuso. Il mio stile prevede un controllo molto forte sull\u2019opera, ho una mania di controllo, ho l\u2019ossessione del controllo che si concretizza nei dettagli come pu\u00f2 essere la durata di un\u2019inquadratura, la mezza parola detta in pi\u00f9 o in meno\u2026 Qui ci sta pure la concezione che ho dell\u2019attivit\u00e0 del regista che intendo come uomo che somma in s\u00e9 e nel suo lavoro tante cose diverse. Quindi forse io vedo pi\u00f9 che altro i limiti dei miei lavori e mi domando quali nuove scelte potr\u00f2 fare nel prossimo progetto.<\/p>\n<p><b>Alessio Galbiati: Hai gi\u00e0 un \u201cprossimo progetto\u201d?<br \/>\n<\/b><br \/>\nAntonio Martino: Questo volta sar\u00e0 finalmente con un budget consistente, sar\u00e0 un documentario per cui cercher\u00f2 di avere quanti pi\u00f9 soldi possibile e di mettere a frutto l\u2019esperienza sin qui accumulata. Temo questo passaggio perch\u00e9 magari la forza dei miei lavori stava proprio nella natura loro underground, ma \u00e8 comunque arrivato il tempo di provare a fare cose ancora pi\u00f9 complesse.<\/p>\n<p><b>Alessio Galbiati: Di cosa tratter\u00e0?<br \/>\n<\/b><br \/>\nAntonio Martino: Vorrei, dopo <i><a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=4295\" style=\"text-decoration: none\"><font color=\"#3399FF\">Gara de Nord_Copii pe strada<\/font><\/a><\/i> (2007), tornare a parlare dei bambini, questa volta in Senegal o in Bolivia dove associazioni italiane hanno dei progetti umanitari in corso. Mi piacerebbe riflettere sul lavoro minorile, sui baby cercatori d\u2019oro del Senegal, miniere dove lavorano solo bambini &#8211; un quinto di tutto l\u2019oro mondiale \u00e8 estratto proprio l\u00ec, l\u2019oro che con i quali i ricchi del mondo ornano il proprio corpo \u00e8 estratto dalla terra da bambini-schiavi. Non dico che vorrei fare della fiction, ma quantomeno soffermarmi molto di pi\u00f9 su di un personaggio, vorrei seguirlo, raccontarlo. Senz\u2019altro dunque girare molte pi\u00f9 ore, magari con un operatore che mi dia maggiore libert\u00e0\u2026 come si fa normalmente del resto\u2026 normalmente fuori dall\u2019underground. Mi piacerebbe molto.<br \/>\nSono cosciente che si tratta di temi non certo originali, non \u00e8 una novit\u00e0\u2026 Pancevo, ad esempio, non era il primo documentario che si faceva su quella realt\u00e0\u2026 il petrolchimico che inquina c\u2019\u00e8 a Taranto, a Porto Marghera\u2026 per\u00f2 l\u2019ho affrontato a modo mio, dandogli una mia lettura, applicando la mia sensibilit\u00e0 ed il mio stile\u2026 cos\u00ec poi \u00e8 stato Pancevo a diventare un modello per altri, come mi ha detto Massimo Mazzotta in relazione al suo Oil.<br \/>\nInsomma vorrei dare una mia lettura del fenomeno dello sfruttamento del lavoro minorile.<\/p>\n<p><b>Alessio Galbiati: A questo punto non mi rimane che ringraziarti. Sono certo che <i>N\u00ecguri<\/i> sar\u00e0 notato e visto da molte persone, perch\u00e9 oltre che necessario \u00e8 pure un ottimo film.<\/b><\/p>\n<p>Antonio Martino: Grazie a te, grazie a voi.<\/font><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>articolo pubblicato su Rapporto Confidenziale numero20 (dicembre 2009), pp.29-33. &nbsp; Conversazione con Antonio Martino di Alessio Galbiati &nbsp; Conversazione con Antonio Martino sul documentario N\u00ecguri, da lui diretto nel 2009. Per una recensione, si veda l&#8217;articolo correlato: su RC20 ed in versione html. Sempre a proposito di Antonio Martino si veda: Antonio Martino. 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