{"id":449,"date":"2009-02-01T19:38:21","date_gmt":"2009-02-01T18:38:21","guid":{"rendered":"http:\/\/confidenziale.wordpress.com\/?p=449"},"modified":"2009-03-27T16:42:34","modified_gmt":"2009-03-27T15:42:34","slug":"nella-mia-pelle-dans-ma-peau","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=449","title":{"rendered":"Dans Ma Peau > Marina De Van"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/confidenziale.files.wordpress.com\/2009\/02\/nellamiapelle.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-448\" title=\"nellamiapelle\" src=\"http:\/\/confidenziale.files.wordpress.com\/2009\/02\/nellamiapelle.jpg\" alt=\"nellamiapelle\" width=\"270\" height=\"207\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2009\/02\/nellamiapelle.jpg 488w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2009\/02\/nellamiapelle-300x230.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 270px) 100vw, 270px\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align:justify;\">articolo pubblicato su <a href=\"..\/..\/..\/..\/..\/2009\/01\/19\/rcnumeroundici\/\" target=\"_blank\">Rapporto Confidenziale &#8211; numeroundici<\/a>, gennaio 2009 (pag.6).<\/p>\n<p style=\"text-align:justify;\"><strong>download.<\/strong> <a href=\"http:\/\/confidenziale.files.wordpress.com\/2009\/01\/rapportoconfidenziale_numeroindici_high.pdf\">ALTA qualit\u00e0 7.5mb<\/a> | <a href=\"http:\/\/confidenziale.files.wordpress.com\/2009\/01\/rapportoconfidenziale_numeroindici_low.pdf\">BASSA qualit\u00e0 2.9mb<\/a> | <a href=\"http:\/\/issuu.com\/rapportoconfidenziale\/docs\/rapportoconfidenziale_numeroindici_high?mode=embed&amp;documentId=090119205500-3693093ebc17481097f791fc94862740&amp;layout=grey\">ANTEPRIMA<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align:justify;\">\n<p style=\"text-align:justify;\"><strong>Nella mia pelle<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align:justify;\">Disturbante viaggio al termine della notte, capace di indagare gli anfratti pi\u00f9 reconditi della nostra identit\u00e0, &#8220;Nella Mia Pelle&#8221; viene cos\u00ec a configurarsi come uno dei film pi\u00f9 interessanti degli ultimi anni. Un film che mostra come l&#8217;essere umano sia sempre alla ricerca di s\u00e9, spesso attraversando una matassa aggrovigliata di cui gli sfuggono i bandoli, ma alla quale non dispera mai di riuscire a dare un senso compiuto. Purtroppo per\u00f2 non gli \u00e8 mai dato conoscere per intero la propria verit\u00e0, ma ne pu\u00f2 cogliere soltanto singoli frammenti, disseminati nella miriade di situazioni in cui gli capita di trovarsi.<\/p>\n<p style=\"text-align:justify;\">Il film \u00e8 incentrato su Esther, una trentenne dalla vita normale e rettilinea, che riceve una promozione sul lavoro e ha una relazione amorosa stabile con un ragazzo che sembra volerla sposare. Ma ad un certo punto accade l&#8217;inatteso, la giovane esce nel giardino di una villa, durante una festa tra amici, e attraversando un cantiere si procura, senza accorgersene, una brutta ferita lacero-contusa ad una gamba. Rientrata nella buia festa continua a ballare sfrenatamente per tutta la sera, apparentemente non provando alcun dolore. Successivamente si accorge della ferita e il contatto col proprio corpo ferito e sanguinante fa probabilmente riaffiorare un trauma, che nel film non \u00e8 mai esplicitato, ma che brucia incandescente nella sua anima. Da questo momento Esther sviluppa un&#8217;irresistibile attrazione per le proprie ferite: le riapre, se ne infligge di nuove e trova in tutto questo un motivo di sollievo, che le consente evidentemente di liberarsi di tensioni insopportabili che minacciano di disintegrare la sua identit\u00e0. Nel film Marina De Van si mette in gioco totalmente, interpretando la protagonista, scrivendone la sceneggiatura e curandone la regia. Il suo film \u00e8 glaciale, senza spiegazioni n\u00e9 giudizi morali, ben lontano dal pregiudizio che solitamente stigmatizza l&#8217;atto di ledersi il corpo, ascrivendolo (senza neppure analizzarlo) al versante della follia o del masochismo. Sono rimasto di stucco quando ho aperto i miei testi di psichiatria e non ho trovato neanche una riga sul fenomeno delle ferite autoinflitte. Nella nostra psichiatria le lesioni corporali autoinflitte continuano a essere considerate semplici anomalie, assai poco studiate nelle loro caratteristiche specifiche. Forse perch\u00e9 nelle societ\u00e0 europee il rispetto dell&#8217;integrit\u00e0 del corpo continua ad essere un principio intoccabile e la deliberata lesione del proprio corpo mette spaventosamente a disagio (\u00e8 la sensazione che ho provato anch&#8217;io a fine del film).<\/p>\n<p style=\"text-align:justify;\"><!--more-->Nella pratica quotidiana invece capita spesso di imbattersi in ragazze che si spengono mozziconi sulle braccia o si tagliuzzano la pelle. I casi che vengono a contatto con il medico sono per\u00f2 casi in cui si \u00e8 gi\u00e0 scivolati nella psicosi. Sfuggono invece tutti quei casi di donne (solitamente) perfettamente inserite nella vita sociale, che vi fanno ricorso come a una forma di regolazione delle proprie tensioni, quasi fosse una particolare forma di lotta contro il male di vivere. E nessuno sospetta, nessuno sa che si comportano cos\u00ec, anche perch\u00e9 chi lo fa solitamente se ne vergogna. Il fenomeno \u00e8 in costante aumento e sembra che negli Stati Uniti, dove al tema sono state dedicate numerose ricerche, vi siano circa tre milioni di persone, soprattutto donne, che ricorrono a lesioni corporali autoinflitte. Ma perch\u00e9 lo fanno? Bisogna riuscire a capire perch\u00e9, in situazione di grande sofferenza, si ricorre al corpo come a una sorta di ultima risorsa probabilmente per non scomparire. A questo proposito gli scritti dell&#8217;antropologo e sociologo David Le Breton sono illuminanti. Secondo i suoi studi la condizione umana \u00e8 corporea, ma il rapporto con l&#8217;incarnazione non \u00e8 mai risolto del tutto. Ferirsi non \u00e8 mai frutto di un agire irriflesso, anche se ha in s\u00e9 qualcosa dell&#8217;impulso; serve a scaricare una tensione, un&#8217;angoscia che non lascia pi\u00f9 alcuna scelta, nessun&#8217;altra risorsa e di cui l&#8217;individuo deve potersi liberare in qualche modo. L&#8217;incisione \u00e8 una risposta inconscia ma potente al senso di caos che minaccia di trascinar via ogni cosa. Per continuare a esistere e lottare contro lo smarrimento, queste persone ricorrono a un mezzo che probabilmente agli occhi degli altri non \u00e8 il migliore, ma per loro \u00e8 il solo mezzo che funziona. Le lesioni del corpo sono una forma di sacrificio: l&#8217;individuo accetta di separarsi da una parte di s\u00e9 per salvare cos\u00ec la totalit\u00e0 della propria esistenza. La posta in gioco, insomma, sembra essere il non voler morire: sono ferite che creano l&#8217;identit\u00e0, tentativi di accedere al s\u00e9 pi\u00f9 profondo, disfandosi del peggio. La traccia corporale porta la sofferenza in superficie, dove quest&#8217;ultima \u00e8 visibile e controllabile, sradicandola da un&#8217;interiorit\u00e0 che sembra simile a un baratro. Le lesioni corporali sono come delle grida, urlate nella carne, a cui l&#8217;essere umano ricorre quando manca il linguaggio.<\/p>\n<p style=\"text-align:justify;\">Parlando del film della De Van, Le Breton dice &#8221; &#8216;Nella Mia Pelle&#8217; si confronta con l&#8217;inquietante estraneit\u00e0 di essere uniti a una carne: innumerevoli scene del film mostrano questo processo di allontanamento e al tempo stesso ritorno a s\u00e9 che si realizza grazie alla ferita &#8211; ossia mediante il rovesciamento della pelle, il richiamo all&#8217;interiorit\u00e0 materializzata dal sangue o dal dolore. Il suo compagno non \u00e8 in grado di comprendere la sua tranquilla deriva. Il mondo le sfugge, scivola via fuori da lei. Vivere non le basta pi\u00f9, Esther ha perso il senso del reale e cerca di sentirsi esistere, ma lo fa pagandone il prezzo. Ed ecco che la scopriamo personaggio borderline, sul filo del rasoio in una realt\u00e0 che lentamente le sfugge e non le lascia altre risorse se non quel corpo cui si aggrappa disperatamente: intagliandolo, facendolo sanguinare, persino divorandolo. Quando perde i limiti del suo mondo li cerca sul proprio corpo, ledendosi la pelle e facendone colare il sangue. Esther abbandona il legame sociale, le riesce difficile instaurare una sia pur minima relazione con gli altri; rifugiatasi in una camera d&#8217;hotel dove celebra riti di sangue col proprio corpo, finisce col tagliarsi il viso, simbolico congedo del mondo che ormai esprime chiaramente la gravit\u00e0 del suo stato. Nelle ultime scene del film la vediamo immobile, catatonica, su un letto.&#8221;<\/p>\n<p style=\"text-align:justify;\">L&#8217;incisione \u00e8 per Esther, come per alcune ragazze dei nostri giorni, una cerimonia segreta, compiuta come una liturgia intima. Sono riti personali e privati che offrono risposte radicali alle domande sul valore dell&#8217;esistenza. La protagonista per\u00f2, invece di trarne momentaneo sollievo, viene a dipendere dai tagli che si procura, proprio come alcuni dipendono dall&#8217;alcool o dalla droga: ad ogni evento doloroso vi fanno ritorno, alla disperata ricerca di una tregua. In una scena indimenticabile la giovane cerca di conservare un preciso rettangolo della propria pelle, informandosi da un farmacista su come poterla imbalsamare, per non perdere la piacevole sensazione tattile che le d\u00e0 il contatto con la propria pelle. Psicanaliticamente gli sforzi della protagonista sono volti con ogni mezzo a cercare di scongiurare la sensazione di perdita narcisistica nel tentativo di ristabilire l&#8217;involucro narcisistico originario. Purtroppo ci\u00f2 non le eviter\u00e0 la discesa negli inferi dati dall&#8217;alienazione totale, non solo dal mondo che la circonda, ma addirittura dalla sua stessa corporeit\u00e0. Certo \u00e8 che una dimensione sociale e lavorativa che annienta la libert\u00e0 personale e schiaccia l&#8217;individuo nei meccanismi di un ingranaggio (che vuole solamente efficienza, produzione e consumo) di certo non aiuta queste persone in difficolt\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align:justify;\">Lo scrittore Marco Belpoliti afferma che &#8220;l&#8217;automutilazione \u00e8 diventata dopo il crollo delle ideologie del XX secolo la forma attraverso cui gli individui ridisegnano i confini del proprio corpo, rispetto agli altri, rispetto anche al corpo immaginario della madre, con cui continuano, nonostante tutto, a mantenere un rapporto simbiotico. Tatuaggio e piercing servono, a chi li pratica, ad assicurare che dentro il corpo, sotto la pelle, non c&#8217;\u00e8 il vuoto, ma appunto qualcosa&#8221;. Speriamo di salvarci la pelle&#8230;<\/p>\n<p style=\"text-align:justify;padding-left:30px;\">&#8220;La vita umana \u00e8 composta da due parti eterogenee, destinate a non congiungersi mai. L&#8217;una \u00e8 provvista di senso, e questo senso sono le finalit\u00e0 utilitarie &#8211; di conseguenza subordinate: si tratta della parte che si manifesta alla coscienza. L&#8217;altra parte per\u00f2 \u00e8 sovrana, e a volte si costituisce favorendo il disordine della prima: \u00e8 la parte oscura &#8211; o piuttosto quando \u00e8 chiara diviene accecante, in questo modo si nasconde con ogni mezzo alla coscienza.&#8221; (Georges Bataille)<\/p>\n<p style=\"text-align:right;\">Nella mia pelle &#8211; Dans Ma Peau<br \/>\ndi Marina De Van (2002 FRA 93&#8242;)<br \/>\ncon Marina De Van, Laurent Lucas, L\u00e9a Drucker<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\"><strong> Samuele Lanzarotti<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>articolo pubblicato su Rapporto Confidenziale &#8211; numeroundici, gennaio 2009 (pag.6). download. 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