{"id":5791,"date":"2010-03-08T15:39:12","date_gmt":"2010-03-08T14:39:12","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=5791"},"modified":"2013-04-25T19:01:57","modified_gmt":"2013-04-25T17:01:57","slug":"herbert-achternbusch","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=5791","title":{"rendered":"Herbert Achternbusch"},"content":{"rendered":"<p style=\"margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-5792\" title=\"Herbert Achternbusch01\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2010\/03\/Achternbusch.jpg\" alt=\"Herbert Achternbusch01\" width=\"620\" height=\"529\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2010\/03\/Achternbusch.jpg 620w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2010\/03\/Achternbusch-300x255.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px\" \/><\/p>\n<p style=\"margin-top: 0; margin-bottom: 0\"><span style=\"font-size: 8pt; font-family: Verdana;\">articolo pubblicato su <a style=\"text-decoration: none\" href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=5533\"><span style=\"color: #3399ff;\">Rapporto Confidenziale numero22<\/span><\/a> (febbraio 2010), pagg. 18-21<\/span><\/p>\n<p style=\"margin-top: 0; margin-bottom: 0\">\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"TEXT-ALIGN: justify\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\">\u201c<em>Ma adesso devo ancora chiarire perch\u00e9 faccio film. Per il fatto che sono un comico della religione. \u00c8 l\u2019oscura sensazione di paura che mi spinge a fare immagini in movimento. Questo timore non pu\u00f2 accettare barriere n\u00e9 monetarie n\u00e9 di qualunque altro genere. Questa paura \u00e8 talmente viva, come se l\u2019oscurit\u00e0 fosse quasi un regno intermedio. Come se, visto da casa, tutto fosse luminoso e la zona oscura esistesse unicamente per permettere alla paura di creare le sue immagini. Si pu\u00f2 tranquillamente immaginare tutto ci\u00f2 come il cinema, la sala cinematografica, riferita a noi stessi. Quando ancora non esisteva il cinema si faceva religione: altrettanto oscura, familiare, variopinta e vivace, e le combinazioni fantastiche erano possibili come lo sono oggi al cinema<\/em>\u201d.<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"TEXT-ALIGN: justify\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\">In data 16 gennaio 1993, Herbert consegna queste e molte altre righe alla \u00abS\u00fcddeutsche Zeitung\u00bb. Trattasi di un testo d\u2019occasione. L\u2019occasione \u00e8 il ricevimento del ghiotto M\u00fcnchner Filmpreis, piccolo oscar alla carriera bavarese. Herbert \u00e8 nato a Monaco, bavarese \u00e8 e bavarese si considera. In quanto regista, oltre che bavarese, nell\u2019articolo battuto a macchina per il prestigioso giornale Herbert si chiede ma io, cineasta bavarese, dove mi colloco. Che ruolo ho. Poco ma sicuro, bofonchia Herbert in incipit di articolo, non appartengo alla storia del cinema. Difficile dargli torto. Nella rosa di nomi del Nuovo Cinema Tedesco il suo non compare mai. Eppure c\u2019era, eccome. Il primo film di Herbert Achternbusch trasmesso da una televisione tedesca entr\u00f2 in palinsesto proprio nel 1993, a seguito della piccola onda anomala originata dal premio. Niente male, visto che la sua produzione di celluloide decolla nel 1974. Nel 1983, all\u2019apice del suo estro di cineasta, Herbert licenzia Das Gespenst (Lo spettro), film in bianco e nero in cui interpreta il quarantaduesimo Ges\u00f9 Cristo, omuncolo malconcio e verboso. L\u2019allora Ministro degli Interni della Repubblica Federale Tedesca, Zimmermann, fresco di nomina, ritenne che il film fosse lesivo e offensivo nei confronti del comune sentire e di chi in Cristo ci credeva davvero. Come i bavaresi. Da quel momento in poi Herbert si trov\u00f2 spesso costretto a girare in super 8, perch\u00e9 lo stato chiuse i rubinetti da un giorno all\u2019altro. Il livore di Zimmermann and\u00f2 ad aggiungersi a quello della potente CSU di Strauss (e poi di Stoiber), che aveva gi\u00e0 messo Herbert in cima alla lista nera. Ma come poteva lamentarsi Herbert, il cui editore \u00e8 sempre stato Suhrkamp, che \u00e8 come dire Feltrinelli? Si lamentava. Soprattutto quando l\u2019editore Suhrkamp si rifiut\u00f2 di pubblicare il testo Es ist ein leichtes, beim gehen den Boden zu ber\u00fchren (\u00c8 roba da nulla calpestare il terreno coi piedi quando si cammina) pensato dall\u2019autore come introduzione \u2013 eh, un po\u2019 malandrina! \u2013 alla raccolta dei suoi testi teatrali, anno 1991. No, gli disse l\u2019editore. Questo testo non va. Ci pensa il curatore a lisciarti il pelo. Herbert, il pelo, se lo voleva strappare a morsi. Il pelo proprio e quello altrui. Valga tuttavia come consolazione, oltre al premio del 1993, la causa vinta due anni prima per sbloccare Das Gespenst. Dopo otto anni di processo, i giudici dichiararono il film non osceno e distribuibile in sala. Anche in Baviera.<br \/>\nHerbert Achternbusch nasce Schidl nell\u2019autunno del 1938 e cresce insieme a genitori adottivi. Durante la sua formazione sguazza in ogni pozza dell\u2019umanesimo, maturando una discreta ossessione per la scrittura e per le arti figurative. Allo scoccare degli anni \u201970 un\u2019idea in testa, chiara, ce l\u2019ha. Non vuole diventare un artista di settore. Vuole fare tutto. Tutto in una volta. Gli andr\u00e0 bene inizialmente con la letteratura. Il 1971 \u00e8 l\u2019anno del suo primo romanzo, pubblicato come il resto della sua produzione dalla suddetta Suhrkamp. Herbert \u00e8 un grafomane con una propensione per le pagine di testo pieno, niente pause niente rientri. Monoliti neri di lettere. Dopo alcuni racconti fluidi ma privi di trama, di fatto degli esperimenti di scrittura automatica, Herbert trova quella che sar\u00e0 la sua cifra di scrittore \u2013 da libro, da film e da palcoscenico. Come una spugna, l\u2019Io narrante (imperante) assorbe tutto ci\u00f2 che lo circonda, lo ibrida con fragili collegamenti e robuste digressioni e finisce per intessere tutto in una trama autobiografica che strizza il materiale narrativo come fa la corda con gli affettati. Quando scrive, Herbert non butta via niente. N\u00e9 perde per strada una verve, di fatto un incazzo, che i suoi occhi fisici &#8211; invece &#8211; non tradiscono mai.<br \/>\nA muovere il polso di Herbert intervengono un amore e un odio. L\u2019amore \u00e8 per l\u2019arte in ogni sua forma meglio se utopica e fanciulla, perch\u00e9 ancor pi\u00f9 salvifica. L\u2019odio, o meglio un amore pi\u00f9 difficile da coltivare, \u00e8 quello per la sua terra, la Baviera, bavaresi compresi. Un odio coltivato volontariamente in loco perch\u00e9, dice Herbert, un po\u2019 li conosco, un po\u2019 me lo posso permettere. Herbert non ha mai lasciato il suo Land. Si \u00e8 solo trasferito in campagna, al confine con l\u2019Austria, dove si sente a suo agio. Non ha fatto, per intenderci, come il suo amico sfrombolone Werner Herzog, col quale scrisse la sceneggiatura di Herz aus Glas (1976), film in cui la logica, sospesa come l\u2019incredulit\u00e0, apre a eventi e maravigliose visioni incomprensibili ma tutto sommato coerenti. Non ha fatto come lui, che ha lasciato la Germania e ha cercato per il mondo il fiore dai mille colori. Herbert \u00e8 rimasto l\u00ec, serpe in seno, Nestbeschmutzer, comico impossibile. Perch\u00e9 \u201cdella religione\u201d, e perch\u00e9 tedesco.<br \/>\nI modelli di Herbert sono il monacense Karl Valentin, figura chapliniana di inizio secolo che contribu\u00ec a (re)inventare il nonsense; Buster Keaton, di cui ha sempre apprezzato la malinconia, l\u2019inespressivit\u00e0 e i concatenamenti macchinici dei gag; Woody Allen, perch\u00e9, dice Herbert in un\u2019intervista, riesce sempre a fare quello che vuole, e una volta l\u2019anno. Fermo dal 2002, per ventotto anni anche lui ha fatto pi\u00f9 o meno tutto quello che voleva fare, con ritmi stacanovisti. Ha irriso il concetto di Vergangenheitsbew\u00e4ltigung (la rielaborazione del proprio passato: concetto chiave nella cultura tedesca del dopoguerra), mettendo in luce l\u2019ipocrisia e il tocco spesso assai lieve delle sue attuazioni. Ha lottato come un leone contro la propria rimozione \u2013 null\u2019altro che dimenticanza pepata col dolo \u2013 sfidando la terra bruciata fattagli attorno dallo stato, dal Land e dagli addetti alla cultura. Per reazione, nei suoi film si \u00e8 ucciso pi\u00f9 volte dell\u2019Harold di Harold e Maude. Suicida nell\u2019acqua dell\u2019oceano e nel fuoco dei vulcani, morto ammazzato o colto da improvviso coccolone. Stratagemma, questo, apotropaico e sornione, il cui fine \u00e8 scoperto come i suoi travestimenti da scribacchino o da papa, da Picasso o da soldato, da poliziotto o da idiota. (differenza, quest\u2019ultima, che Herbert non ha mai colto). Se \u00e8 mossa apotropaica e ridanciana quella di eliminarsi, \u00e8 invece pretesto puro, di volta in volta, la recitazione. Non ci crede nessuno. Come per Nanni Moretti, l\u2019unico intento di Herbert \u00e8 quello di procedere a una sovraesposizione che funga da autoanalisi.<br \/>\nNel documentario Das Schaf im Wolfspelz (1990, di Walter Smerling: la pecora vestita con la pelle di lupo), lui, l\u2019Artista eclettico e maledetto, i cui pochi film pubblicati sono appartenuti per anni al mondo delle VHS, l\u2019iconoclasta che pu\u00f2 vantare pi\u00f9 querele che retrospettive, ecco, lui, il genio bavarese avente alle spalle un Gesamtkunstwerk di proporzioni (e ambizioni) quasi wagneriane \u00e8 un uomo tranquillo e civile, innamorato della campagna e degli animali esotici che ritrae ossessivamente nelle sue tele. Gira con l\u2019eterno cappello calato sulla capa, parla lentamente, prepara il t\u00e8. Ogni tanto accompagna i suoi quadri in giro per le gallerie. Ogni tanto, come nel 2004, lo commemorano a met\u00e0. Nell\u2019ambito della mostra Grotesk! allestita negli spazi della Haus der Kunst di Monaco \u00e8 stato possibile vedere molti manifesti dei suoi film e uno di questi, addirittura, veniva proiettato in loop e su grande schermo. Era Der junge M\u00f6nch (1978), storia di un monaco imbecille che diventa papa. Peccato che al momento di mandare il catalogo in stampa si siano dimenticati di lui, nel senso che il volumone usc\u00ec senza alcun accenno a Herbert. Venne tuttavia approntato un quartino frettoloso con un paio di immagini tratte dai suoi film, da inserire nei cataloghi a mo\u2019 di ammenda. Un errata corrige fuori tempo massimo vale o non vale pi\u00f9 di una condanna. Domanda.<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"TEXT-ALIGN: justify\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\"><strong>Das Andechser Gef\u00fchl<\/strong><br \/>\n1974 \u2013 64\u2019<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"TEXT-ALIGN: justify\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\">Di fatto un mediometraggio, il primo film di Herbert reca gi\u00e0 tutti i tratti della sua produzione successiva. Ambientato in un paesello della profonda Baviera tra Biergarten, laghi e anguste case private, il film vede protagonista Herbert in compagnia di Margarethe Von Trotta, destinata di l\u00ec a poco a una fulminante carriera registica. Il sentimento di Andechs, questo il titolo, sta a indicare quello stato di gioia in cui non si \u00e8 mai soli ed \u00e8 bel tempo, come in vacanza \u2013 o come in Italia, che il tedesco medio vede come supremo luogo di vacanza e di scorpacciate inaudite. Per Herbert, umile insegnante elementare e uomo sposato, questo sentimento \u00e8 incarnato dalla donna dei suoi sogni (la Von Trotta) che si palesa improvvisamente in paese e getta scompiglio. La macchina da presa \u00e8 fissa, i personaggi immobili, seduti davanti a una birra, sguardo perso nel nulla \u2013 salvo sbottare in aforismi surreali o monologhi degni del teatro di Racine\u2026 o di Achternbusch, che in pi\u00f9 di un\u2019occasione far\u00e0 recitare davanti alla macchina da presa lunghi frammenti dei monologhi al femminile tipici del suo teatro (si veda Herbert Achternbusch, Teatro. Ella, Suns, Uscita per Platting, Costa &amp; Nolan 2008). A fare da spalla a Herbert intervengono figure grottesche come il baffuto Heinz Braun, che pare balzato fuori da vecchie strisce come Max und Moritz o Vater und Sohn. Ferma restante (per l\u2019appunto) la fissit\u00e0 dell\u2019insieme, nel film s\u2019incastonano giochi di parole e gag ispirati alla tradizione del teatro comico tedesco (Karl Valentin) o all\u2019ingegnosa ineffabilit\u00e0 di Tati. La volont\u00e0 di dare un segnale di stile molto forte cozza spesso con svarionate dilettantesche, mentre il campionario umano (quasi una carrellata felliniana) scorre senza alcuna, apparente ansia di raccontare una storia, analogamente alle scene. Di fatto, affastellate. La sequenza finale mischia il tardo Bu\u00f1uel col primo Moretti. Herbert, che malsopporta la sua famiglia, improvvisa un matrimonio con la donna dei sogni, complice un prete di passaggio per reclamare una tazza (con Ges\u00f9 Cristo disegnato sopra) che gli viene negata. Il prete si siede, mangia e se ne va attraverso il giardino, in campo lungo. La moglie accoltella Herbert. La bella donna se ne va in macchina cos\u00ec com\u2019era venuta.<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"TEXT-ALIGN: justify\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\"><strong>Die Atlantikschwimmer<\/strong><br \/>\n<em>The Atlantic Swimmers<\/em> \/ 1975 \u2013 81\u2019<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"TEXT-ALIGN: justify\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\">\u201cDu hast keine Chance, aber nutze sie!\u201d Non hai alcuna chance, ma sfruttala \u2013 urla Herbert vestito da donna prima di buttarsi a mare. I nuotatori dell\u2019Atlantico \u00e8 la storia di due perdigiorno che decidono di attraversare l\u2019oceano a nuoto perch\u00e9 un supermercato regala 100.000 marchi a chi riesce nell\u2019impresa. Prima cosa da fare: imparare a nuotare. In questo verr\u00e0 loro in aiuto l\u2019istruttrice di nuoto interpretata dalla Von Trotta. Luoghi del film, alla rinfusa: uno zoo, un Biergarten, una Kneipe, la piscina, la spiaggia (topos in Achternbusch cos\u00ec come nei film di Marco Ferreri). I piani restano statici, gli spazi vengono attraversati irrimediabilmente da sinistra a destra. Il d\u00e9coupage \u00e8 secco, elementare, senza sfumature. Il montaggio trancia e addiziona, trancia e addiziona. A volte un personaggio irrompe dal nulla nella conversazione che ha ascoltato fuori campo, un po\u2019 come Marshall McLuhan \u201cevocato\u201d da Allen in Annie Hall (1977). I primi piani sono rarissimi, ma quando i personaggi si prendono la libert\u00e0 di un monologo o di una canzone finiscono per guardare dritto in macchina. Vi sono, tuttavia, due primissimi piani di bocche (\u00e0 la Svankmajer, verrebbe da dire), in particolare quando Braun cerca di mangiarsi un uccellino. In tema di maltrattamenti ai danni degli animali, segnaliamo a polsi tremanti anche Herbert che bastona un coniglio. Nei film di Achternbusch gli animali paiono avere la stessa funzione di apparizione o monito tipica dei film di Jodorowsky o di quelli messicani di Luis Bu\u00f1uel\u2026 se non fosse che non ci sono veri simboli, in tutto il film, se non una costante reiterazione degli stereotipi bavaresi. Gli attori, in preda a un\u2019imbalsamazione costante, vagano stanchi e idioti, lasciandosi andare ogni tanto a trovate grottesche proposte come il resto degli eventi: come se nulla fosse. Nell\u2019ultima inquadratura una voce maschile urla dove vai, brutta troia!\u2026 e si vede Herbert, en travesti (vestito come sua madre), che starnazza lemme lemme nel Mare del Nord. Verso l\u2019America, ma chi ci crede.<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"TEXT-ALIGN: justify\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\"><strong>Servus Bayern<\/strong><br \/>\n<em>Bye-bye Bavaria!<\/em> \/ 1977 \u2013 84\u2019<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"TEXT-ALIGN: justify\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\">Ciao Baviera \u00e8 uno dei titoli pi\u00f9 conosciuti di Herbert, che qua interpreta un poetucolo spocchioso deciso a farla finita con la sua terra nat\u00eca. Da un punto di visto tecnico si notano una camera mobile (mai a casaccio) e un montaggio pi\u00f9 attento e curato, che conferisce al film il fascino di una partita a scacchi. Tra le scene pi\u00f9 interessanti, un incontro amoroso in campo lunghissimo a cui segue il dettaglio di un fiore scosso dalla meccanica dell\u2019atto sessuale, e un siparietto demenziale tra Herbert e il solito Braun, nei panni rispettivamente del contadino scemo e del poliziotto tutto d\u2019un pezzo (non a caso si chiama Knallhart!). Per tutta la durata del dialogo, Herbert bagna i piedi del compare con un innaffiatoio. Il film vanta un\u2019impetuosa tirata contro la Baviera e la CSU che si conclude con la decisione, da parte di Herbert, di rifugiarsi in Groenlandia. Prima, per\u00f2, si dar\u00e0 alla macchia vestendo il ruolo di ladro campagnuolo e finir\u00e0 per crepare di cirrosi nel retro di un Biergarten, con la cacca nei pantaloni, mentre una cameriera sfodera un monologo lungo quasi dieci minuti interrotto solo dal primissimo piano di un occhio. Il finale \u00e8 del tutto sognante: immagini di rane crocifisse (alas\u2026), vento felliniano e, in chiusura, un panorama aereo della Groenlandia, muto, senza titoli di coda.<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"TEXT-ALIGN: justify\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\"><strong>Bierkampf<\/strong><br \/>\n<em>Beer Chase<\/em> \/ 1978 \u2013 85\u2019<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"TEXT-ALIGN: justify\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\">La lotta della birra, girato durante l\u2019Oktoberfest, \u00e8 l\u2019esempio pi\u00f9 brillante di film d\u2019improvvisazione targato Achternbusch. La struttura \u00e8 ancora pi\u00f9 sketchy del solito, ma invece dell\u2019immobilit\u00e0 e degli spazi vuoti abbiamo qua l\u2019universo brulicante, il viavai anarchico dell\u2019evento bavarese per eccellenza in cui, semel in anno, tutto l\u2019ordine cos\u00ec puntigliosamente mantenuto da mamma Baviera va a gambe all\u2019aria \u2013 nel perimetro della kermesse, sia chiaro. Herbert interpreta un poliziotto in crisi che si aggira tra gli stand. La colonna sonora \u00e8 dominata da un unico trombone che s\u2019intravede, per un attimo, suonato da un tizio prima in un pisciatoio pubblico, poi appoggiato a un muro \u2013 al che Herbert si avvicina, prende lo strumento, lo suona e si sincronizza con la bande son. Piccolo gioco metacinematografico. Al di fuori dell\u2019Oktoberfest vi sono solo due scene: una domestica e una bucolica, con una strada verso il nulla che ricorda Il fascino discreto della borghesia (1972), sappiamo di chi. Nella seconda parte del film Herbert si aggira nel luna park della birra al solo scopo di molestare gli avventori. La sua comicit\u00e0 \u00e8 smaliziata ma confusa, tutta a base di faccia di bronzo e invadenza. Parla poco e per aforismi, sentenze sputate; fa i dispetti. Il suo gruppo di attori fa lo stesso. \u00c8 come se applicassero un metodo ormai assodato a un ambiente solo pi\u00f9 affollato del solito. Alla fine il caos aumenta e conduce al suicidio del poliziotto, fuori campo. Vediamo un clown che cade a terra. I suoi palloncini volano verso le statue di un palazzo storico, poi verso il cielo notturno. So h\u00f6rt es auf. Cos\u00ec (la) smette. Finis.<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"TEXT-ALIGN: justify\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\"><strong>Das Gespenst<\/strong><br \/>\n<em>The Ghost<\/em> \/ 1983 \u2013 88\u2019<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"TEXT-ALIGN: justify\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\">La pellicola pi\u00f9 sudata di Herbert \u00e8 suddivisa in cinque capitoli e fotografata in un bianco e nero che applica al film una patina pi\u00f9 pauperista che sofisticata. Lo stesso effetto ottenuto in Das letze Loch (L\u2019ultimo buco, 1981), in cui Herbert interpreta un soldato (demente) alle prese con l\u2019Olocausto. Il Ges\u00f9 Cristo di Herbert viene chiamato Ober, superiore, e in tale veste appare nel primo capitolo Ober und Oberin, in cui scende dalla croce e si confronta con una suora tra una scorreggia e una serpe che scivola tra le mele ai piedi di quella che sembrava una statua, e invece! E invece \u00e8 viva, \u00e8 Ober. Il capitolo successivo, Poli und Zisti, consiste in due piani-sequenza da suburra, in cui il Cristo prima colloquia a lungo con un paio di poliziotti poco brillanti (e dediti alla coprolalia), poi esce all\u2019aperto e predica dinanzi a un gruppo di persone travestite da animali. In sottofondo, sirene e telefoni squillanti. Il terzo capitolo, Und der Mund, ripropone Ober in compagnia della sua Oberin, stavolta in campagna. Ober le fa un vero e proprio terzo grado sulla sessualit\u00e0, poi passano all\u2019azione. Nei pressi c\u2019\u00e8 un lago pieno di rane sulla cui superficie Ober fa giusto due passetti. Quarto capitolo, Freier Freitag: in interni, assistiamo al monologo di un\u2019attrice che paragona Ober a uno spettro (sullo sfondo, una foto di Hemingway e una testa di animale tassidermizzata), poi Ober fa visita a un gruppo di centurioni che non sembrano molto diversi dai poliziotti di prima\u2026 L\u2019ultimo capitolo \u00e8 Ascher Fascher, in cui prima vediamo un vescovo intento in un\u2019amabile conversazione dottrinaria, poi Ober sbuca d\u2019improvviso da dietro una macchina come se fosse il mostro (bianco) della laguna nera, e infine lo vediamo alle prese con un miracolo. In realt\u00e0 non compie nessun miracolo: si limita a spiare un adulterio e a sfruttare, una volta a tavola con la famiglia, le informazioni in suo possesso, generando sconcerto e meraviglia. Lo zoom dal suo volto adirato a una serpe, indicante metamorfosi, \u00e8 forse uno dei suoi artifizi artigianali meglio riusciti. A scena conclusa, sullo schermo appare una parola sola soletta: amen.<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"TEXT-ALIGN: justify\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\">Per consultazione e approfondimento, il miglior testo mai pubblicato finora \u00e8 italiano: Tutto in una volta. Herbert Achternbusch, a cura di Marco Farano e Sergio Toffetti, Lindau, Torino, 1996. Il volume usc\u00ec a testimonianza di una retrospettiva torinese.<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"TEXT-ALIGN: justify\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\">[Questo articolo \u00e8 apparso per la prima volta, in forma lievemente differente su lankelot.eu, poi sul blog <a href=\"http:\/\/unwort.blogspot.com\/\" target=\"_blank\">Unwort<\/a>.]<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"TEXT-ALIGN: justify\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\"><strong>HERBERT ACHTERNBUSCH \u2013 FILMOGRAFIA:<\/strong><br \/>\n\u2022 Das Klatschen der einen Hand (2002) \u2013 mediometraggio \u2022 Neue Freiheit &#8211; keine Jobs (1998) \u2022 Picasso in M\u00fcnchen (1997) \u2022 Hades (1995) \u2022 Ab nach Tibet! (1994) \u2022 Ich bin da, ich bin da (1993) \u2022 I Know the Way to the Hofbrauhaus (1991) \u2022 Mix Wix (1989) \u2022 Wohin? (1988) \u2022 Punch Drunk (1987) \u2022 Heilt Hitler! (1986) \u2022 Blaue Blumen (1985) \u2022 Die F\u00f6hnforscher (1985) \u2022 Rita Ritter (1984) \u2022 Wanderkrebs (1984) \u2022 Die Olympiasiegerin (1983) \u2022 Das Gespenst (1983) \u2022 Der Depp (1982) \u2022 Das letzte Loch (1981) \u2022 Der Neger Erwin (1981) \u2022 Der Komantscher (1980) \u2022 Der junge M\u00f6nch (1978) \u2022 Bierkampf (1977) \u2022 Servus Bayern (1977) \u2022 Die Atlantikschwimmer (1976) \u2022 Das Andechser Gef\u00fchl (1974) \u2022 6. Dezember 1971 (1972) \u2013 cortometraggio \u2022 Das Kind ist tot (1971) \u2013 cortometraggio<br \/>\nNel 2008 Andi Niessner ha realizzato un documentario biografico intitolato Achternbusch.<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>articolo pubblicato su Rapporto Confidenziale numero22 (febbraio 2010), pagg. 18-21 \u201cMa adesso devo ancora chiarire perch\u00e9 faccio film. Per il fatto che sono un comico della religione. \u00c8 l\u2019oscura sensazione di paura che mi spinge a fare immagini in movimento. Questo timore non pu\u00f2 accettare barriere n\u00e9 monetarie n\u00e9 di qualunque altro genere. 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