{"id":6340,"date":"2010-04-15T15:45:25","date_gmt":"2010-04-15T13:45:25","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=6340"},"modified":"2012-06-26T16:06:52","modified_gmt":"2012-06-26T14:06:52","slug":"metacinema-quando-l%e2%80%99autoreferenzialita-si-fa-comunicazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=6340","title":{"rendered":"Metacinema. Quando l\u2019autoreferenzialit\u00e0 si fa comunicazione"},"content":{"rendered":"<p style=\"margin-top: 0; margin-bottom: 0;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2010\/04\/disprezzo_01.jpg\" alt=\"\" width=\"620\" height=\"349\" border=\"0\" \/><\/p>\n<p style=\"margin-top: 0; margin-bottom: 0;\"><span style=\"font-size: 8pt; font-family: Verdana;\">articolo pubblicato su <a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=488\"><span style=\"color: #3399ff;\"><span style=\"text-decoration: none;\">Rapporto Confidenziale numero12<\/span><\/span><\/a> (febbraio 2009), pp.6-8.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Verdana; font-size: medium;\"><strong>METACINEMA<\/strong><\/span><span style=\"font-size: 8pt; font-family: Verdana;\"><br \/>\n<\/span><span style=\"font-family: Verdana; font-size: medium;\">Quando l\u2019autoreferenzialit\u00e0 si fa comunicazione<\/span><span style=\"font-size: 8pt; font-family: Verdana;\"><br \/>\ndi Alessandra Cavisi<\/span><\/p>\n<p>La settima arte, il cinema, da sempre si \u00e8 assunto il ruolo non solo di intrattenitore del pubblico meno esigente che desidera immergersi in un altro mondo per dimenticare le brutture e le difficolt\u00e0 del proprio, ma \u00e8 sempre stata, sin dai suoi albori, in grado di soddisfare anche le esigenze di un pubblico meno accontentabile, costituendo un vero e proprio enorme calderone contenente infinite e disparate riflessioni e considerazioni di ogni tipo. Molto spesso ad influenzare il cinema \u00e8 la societ\u00e0 stessa che con i suoi avvenimenti, i suoi meccanismi, i suoi cambiamenti nel tempo, crea ispirazioni per registi, sceneggiatori e addetti ai lavori. Altre volte ad essere prese come punti di riferimento sono le vite di personaggi importanti che con la loro opera o semplicemente con la loro esistenza hanno contribuito a lasciare dei messaggi pi\u00f9 o meno forti e importanti. Capita anche che le pellicole si rifacciano ad altre forme d\u2019arte come la letteratura, il teatro o il mondo dei fumetti e altre ancora nascondano dei sottotesti importanti sotto una patina di apparente leggerezza e vacuit\u00e0. Ma molto probabilmente il tipo di cinema che pi\u00f9 riesce a colpire in quanto ad espressivit\u00e0 e comunicativit\u00e0 \u00e8 proprio quel cinema che riflette su s\u00e9 stesso, quel cinema che usa appunto un linguaggio meta-cinematografico, per ragionare sulla potenza del mezzo e sulle conseguenze di questo non solo ed esclusivamente per gli spettatori, ma anche per chiunque contribuisca alla lavorazione di una pellicola, che non si limita, dunque, ad essere un contenitore di immagini e suoni (perlomeno nelle pi\u00f9 auspicabili delle ipotesi e aspirazioni), ma che risulta essere a conti fatti una fucina di concetti profondi che spaziano dal sociale, al culturale, all\u2019artistico.<\/p>\n<p>Primo grande esempio di cinema autoreferenziale \u00e8 sicuramente il capolavoro muto di Buster Keaton, il famosissimo <em>La palla numero 13<\/em> (1924), conosciuto anche come <em>Sherlock Jr.<\/em>, in cui il grandissimo registattore interpreta un uomo dalla vita triste e grigia che sogna di diventare un eroico investigatore privato e di trovare l\u2019amore, entrando a viva forza nello schermo del cinema dove lavora come proiezionista. <em>La palla numero 13<\/em>, non \u00e8 solo una grandissima occasione per ridere e divertirsi ma \u00e8 anche un film che ci restituisce la forza dirompente del cinema e il nostro rifugiarci in esso e nel suo magico mondo dei \u201csogni\u201d. E quando un film finisce, e di rimando con esso anche la nostra possibilit\u00e0 di essere degli eroi, cosa ci rimane da fare se non siamo in grado di esprimere i nostri sentimenti alla persona amata? Keaton tenta di rispondere a modo suo, lasciandoci con un finale non solo molto romantico, ma anche decisamente ammiccante e sornione.<\/p>\n<p>Dopo molti decenni, precisamente nel 1985, lo stesso concetto espresso nella pellicola del 1924, viene ripreso dal geniale Woody Allen che con il suo <em>La rosa purpurea del Cairo<\/em> (<em>The Purple Rose of Cairo<\/em>, 1985), ribaltando gli avvenimenti di <em>Sherlock Jr.<\/em>, tenta di ricordare il messaggio lanciato da quella pellicola e azzarda lo stesso tipo di discorso meta-cinematografico. In questa pellicola, che omaggia quella citata, la protagonista vive la situazione opposta a quella vissuta da Buster Keaton, i suoi sogni divengono tangibili grazie al fatto che l\u2019eroe del suo film preferito fuoriesce dallo schermo dimostrandosi un uomo perfetto, ma irreale. <em>La rosa purpurea del Cairo<\/em> \u00e8 un film che contiene profondissime riflessioni sul cinema e sul suo ruolo di catalizzatore di sogni, speranze, illusioni. Quella di Allen, in questo caso \u00e8 un\u2019interessantissima serie di considerazioni sul mezzo cinematografico, un film che parla di film, di attori, di sceneggiature, di produzioni, regie, pubblico e via dicendo.<\/p>\n<p>Ma nel mezzo non sono mancate sicuramente le occasioni per riflettere su un\u2019arte cos\u00ec tanto seguita e apprezzata con una serie di pellicole, pi\u00f9 o meno fortunate, pi\u00f9 o meno apprezzate e conosciute.<br \/>\nTra le pi\u00f9 ignorate \u00e8 sicuramente degna d\u2019attenzione la grandissima opera di Peter Bogdanovich, <em>Targets<\/em> (1968), che risulta essere molto probabilmente l\u2019esempio pi\u00f9 lampante di quello che stiamo dicendo. Oltre a costituire uno dei pi\u00f9 profondi discorsi meta-cinematografici mai azzardati, incentrato su tutti i meccanismi del cinema, a partire dai rapporti interni come quelli che possono esserci tra attori, registi, produttori, sceneggiatori e via dicendo, <em>Targets<\/em> risulta essere anche e soprattutto una sorta di divertissement nostalgico per un determinato cinema che gi\u00e0 allora (la fine degli anni \u201960) non esisteva pi\u00f9: \u201cTutti i buoni film sono gi\u00e0 stati fatti\u201d, dice il regista all\u2019interno del film che tenta in tutti i modi di convincere l\u2019attore a partecipare al suo progetto, guardando in tv <em>Codice penale<\/em> di Howard Hawks (<em>The Criminal Code<\/em>, 1931), prima grande occasione per Boris Karloff. Quest\u2019ultimo \u00e8 il grande protagonista della pellicola che, interpretando un vecchio attore ormai disilluso sul suo destino e su quello del cinema in generale, fatica a pensare di poter continuare a farne parte. Perch\u00e9 <em>Targets<\/em> \u00e8 soprattutto un grandissimo omaggio al mitico Boris Karloff e al cinema considerato kitsch e fuori moda, di cui egli stesso era simbolo (il film comincia con una scena tratta da La vergine di cera, con il grande attore protagonista). Il finale, con straordinaria lucidit\u00e0, ci restituisce tutta la forza e la potenza del cinema, con l\u2019arte che si confonde con la realt\u00e0 e viceversa, in una lotta frontale che vede vincere inesorabilmente solo una delle due parti contendenti.<\/p>\n<p>Impossibile non citare in questa rassegna di film che parlano di cinema, il grandissimo capolavoro firmato Billy Wilder, il famosissimo <em>Viale del tramonto<\/em> (<em>Sunset Boulevard<\/em>, 1950) con una Gloria Swanson in stato di grazia e guarda caso con la partecipazione in un fantastico cameo del succitato Buster Keaton. <em>Viale del tramonto<\/em> \u00e8 un viaggio cinico e spietato nel mondo del cinema che conserva ancora oggi, a pi\u00f9 di 50 anni di distanza, una fortissima attualit\u00e0 e rispondenza alle logiche a volte perverse e crudeli di un mondo che dovrebbe essere tutto votato all\u2019arte e alla magia delle storie che racconta, ma che molto spesso si riduce ad essere un business, un\u2019impresa che dimentica tutti i suoi \u201coperai\u201d (scrittori, sceneggiatori, macchinisti, elettricisti, divi del passato), lasciando spazio solo a coloro che costituiscono un guadagno, una rispondenza di mercato.<br \/>\nLa parabola discendente di Norma Desmond (un personaggio ormai entrato nel nostro immaginario collettivo) e il suo inconsapevole cammino verso gli inferi, raccontano proprio questo e lo fanno mascherandosi da noir, peraltro ottimamente costruito.<\/p>\n<p>Molto spesso la smodata passione per il cinema si trasforma in vero e proprio voyeurismo cos\u00ec come dimostrano due importanti ma diversamente apprezzate pellicole. Trattasi di <em>L\u2019occhio che uccide<\/em> di Michael Powell (<em>Peeping Tom<\/em>, 1960) e <em>La finestra sul cortile <\/em>(<em>Rear Window<\/em>, 1954) di Alfred Hitchcock. Entrambe affrontano l\u2019argomento del cinema come potenza assuefacente e prorompente, partendo e mascherandosi da storie di omicidi e assassini. Entrambi i protagonisti di questa pellicola sono accomunati dal fatto di essere dei fotografi. Il primo dopo aver ucciso le sue modelle ne conserva il ricordo fotografandole nel momento della loro morte; il secondo, impossibilitato a lavorare a causa di un incidente, si ritrova a passare il tempo spiando con un binocolo i suoi vicini. Il primo non fu capito andando incontro a critiche aspre e durissime, divenendo solo col tempo e con la riscoperta di alcuni appassionati, una vera e propria pellicola di culto; il secondo \u00e8 sempre stato considerato uno dei pi\u00f9 grandi lavori del mitico Hitchcock. Entrambi, comunque, affrontano la trattazione di temi come l\u2019influenza del cinema sulle psicologie degli spettatori.<\/p>\n<p>La cosa che pi\u00f9 sorprende, quando si parla di meta-cinematograficit\u00e0, \u00e8 il fatto che quasi tutti i generi e i filoni cinematografici in qualche modo se ne sono occupati. Non solo film comici o drammatici, ma anche film horror o storici o d\u2019azione o biopic e via di questo passo. Tra le pellicole orrorifiche che si sono occupate dell\u2019argomento spicca soprattutto <em>Videodrome<\/em> (1983) del grande David Cronenberg. Assunto principale: l\u2019analisi degli effetti del video sulle nostre menti, di ci\u00f2 che viene trasmesso in tv (ma quanto possiamo attualizzare questo tema sostituendo i nuovi mezzi di comunicazione alla tv?) e di quanto questo influenzi i nostri modi di fare, di comportarci, persino di pensare e di essere; ma anche il fascino che la violenza pu\u00f2 esercitare con conseguente riferimento agli snuff-movies, che sono poi quelli che vengono trasmessi su <em>Videodrome<\/em> e che causano allucinazioni incredibili, folli e visionarie. Come non lasciarsi trasportare in mille riflessioni dall\u2019immagine di un uomo che viene completamente \u201cdivorato\u201d dallo schermo di una televisione? E\u2019 impossibile non soffermarsi a meditare sul ruolo che hanno i mezzi di comunicazione nella formazione delle nostre personalit\u00e0 e delle nostre menti, della potenza della televisione nel catturare l\u2019attenzione e nella formazione dei gusti e delle preferenze degli spettatori. In <em>Videodrome <\/em>l\u2019uomo diventa video e il video diventa uomo, in un continuo interscambio di allucinazioni e di parti del corpo.<\/p>\n<p style=\"margin-top: 0; margin-bottom: 0;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2010\/04\/disprezzo_02.jpg\" alt=\"\" width=\"620\" height=\"349\" border=\"0\" \/><\/p>\n<p>Un altro grande horror, forse anch\u2019esso non del tutto capito, \u00e8 il pi\u00f9 recente e stra-pubblicizzato <em>Cloverfield<\/em> (2008) di J.J. Abrams, che racconta di un attacco a New York da parte di un gigantesco mostro, filmato interamente dalla telecamera di una delle vittime. Mai come nel periodo post 11 settembre 2001 che ancora caratterizza particolarmente gli Stati Uniti, il terrore di pericoli esterni o anche interni (come suggerisce colui che riprende con la telecamera) diviene attualissimo e soprattutto molto vivo e reale. Ed \u00e8 questo il merito della pellicola: riuscire a metaforizzare in un terribile e gigantesco essere di mostruose fattezze, tutti i timori, le paure e le ansie che colpiscono i protagonisti del film e di rimando un po\u2019 tutta l\u2019America. Ma l\u2019altro elemento di grande interesse \u00e8 quello della corsa alla documentazione. \u201cRaccontarlo non basta, se non lo vedi non vale\u201d, dice il ragazzo che riprende tutta la tragedia con la telecamera dell\u2019amico, senza mai abbandonarla, neanche per un secondo, nemmeno quando viene assalito dalle temibili creature che il mostro gigante partorisce e semina per la citt\u00e0.<\/p>\n<p>Un regista che sin dall\u2019inizio della sua carriera ha costellato la sua strada di riflessioni meta-cinematografiche \u00e8 sicuramente Brian De Palma. Numerosissime sarebbero le pellicole ascrivibili all\u2019argomento di cui trattiamo, da <em>Il fantasma del palcoscenico<\/em> (<em>The Paradise<\/em>, 1974) a <em>Blow Out<\/em> (1981), fino ad arrivare al pi\u00f9 recente e potentissimo <em>Redacted<\/em> (2007). Ma forse l\u2019esempio pi\u00f9 lampante di quanto andiamo dicendo \u00e8 costituito da una pellicola che non ha riscosso molti successi di critica e cio\u00e8 <em>Omicidio in diretta<\/em> (<em>Snake Eyes<\/em>, 1998). Accusato di virtuosismo e di eccesso di stile fine a se stesso, de Palma ci regala invece una pellicola indimenticabile per quanto attiene a determinati movimenti della macchina da presa, nonch\u00e9 ad alcuni piani-sequenza davvero formidabili. Lo sguardo, appunto, \u00e8 il grande protagonista di questa pellicola. Lo sguardo di Rick, il protagonista maschile, che procede sempre pi\u00f9 incredulo lungo il cammino verso la consapevolezza, lo sguardo di Julia, la protagonista femminile, che per\u00f2 avendo perso i suoi occhiali vede tutto sfocato, lo sguardo dei giornalisti, non sempre sincero e imparziale, lo sguardo delle telecamere, televisive, ma soprattutto cinematografiche, lo sguardo infine di de Palma, che ci restituisce la forza e la potenza della comunicazione visiva anche tramite vari espedienti come il mini piano-sequenza che ci mostra varie stanze d\u2019albergo viste dall\u2019alto o tutti vari flashback che raccontano la vicenda sotto vari punti di vista. Laddove le telecamere quasi sempre \u201ctruffano\u201d lo spettatore (i vari split screen, i falsi piano-sequenza e via di questo passo), allo stesso tempo possono essere le uniche vere portatrici della realt\u00e0 in tutta la sua essenza (i filmati che permetteranno a Rick di scoprire la verit\u00e0).<\/p>\n<p>Anche in Italia abbiamo avuto un film decisamente inserito in questa tematica, trattasi del capolavoro assoluto di Fellini, quell\u2019<em>8\u00bd <\/em>(1963) che \u00e8 rimasto nella storia per la sua straordinaria forza comunicativa ed espressiva. Un film che ci fa entrare a viva forza in tutte le difficolt\u00e0 psichiche ed emotive in cui pu\u00f2 trovarsi un regista chiamato a svolgere il suo lavoro, pressato da produttori, sceneggiatori e attori, ma manchevole di ispirazione o di guizzi particolari. Ed \u00e8 cos\u00ec che Guido Anselmi, il protagonista interpretato da un magistrale Marcello Mastroianni, far\u00e0 ricorso alla sua immaginazione mescolata ai suoi ricordi d\u2019infanzia e di giovinezza per trarre linfa vitale dalla propria esperienza personale e per non soccombere di fronte alle scadenze e alle richieste opprimenti. A fare la comparsa sullo schermo, quindi, una serie di personaggi reali ma pi\u00f9 fantasiosi che mai, tutti gli addetti ai lavori della macchina-cinema che si rivelano essere non sempre rispondenti alle aspettative che creano nel pubblico.<\/p>\n<p>Una pellicola molto particolare che richiama l\u2019attenzione per due specifici momenti, piuttosto che altri, perlomeno per quanto riguarda la meta-cinematograficit\u00e0 \u00e8 <em>Funny Games<\/em> (1997) di Haneke storia di una famiglia assediata da due ragazzi che si fanno portatori di una violenza inaudita e inspiegabile, oltre che apparentemente immotivata. Ad un certo punto uno dei protagonisti si rivolge alla telecamera e direttamente allo spettatore ponendogli una domanda e in un certo momento, il suddetto protagonista prende un telecomando e manda indietro una scena per lui sconveniente. Il regista mette i suoi pensieri in bocca al ragazzo dalla parlantina sciolta che ammicca alla telecamera e al suo pubblico di \u201cvoyeur\u201d altrettanto colpevoli di assistere, sempre pi\u00f9 desiderosi di proseguire, allo scempio portato avanti dai due ragazzi con i guanti bianchi. Non possiamo non notare una sorta di condanna della spettacolarizzazione del dolore e della violenza, i continui riferimenti a questo ruolo assunto dallo spettatore ci conducono verso una profonda riflessione sul rapporto tra pubblico e oggetto di attenzione, in questo caso il cinema e quello che racconta. Particolarmente illuminante al riguardo, \u00e8 il dialogo finale che i due ragazzi hanno sulla barca a vela nella quale stanno trasportando una donna verso il suo destino. I due stanno filosofeggiando e ad un certo punto il pi\u00f9 spietato e cinico si riferisce all\u2019altro dicendo che se una cosa la vediamo sullo schermo, allora \u00e8 reale, perch\u00e9 pu\u00f2 accadere, ed in realt\u00e0 \u00e8 accaduta. Il regista ci sta dicendo che, nonostante siamo di fronte ad una finzione, la violenza \u00e8 una cosa tangibile che sta davanti agli occhi di tutti quanti, e per quanto essa sia efferata e spaventosa, non si riesce comunque a distogliere lo sguardo.<\/p>\n<p>Persino uno sceneggiatore ha deciso di crearsi una sorta di alter-ego, protagonista attivo o passivo di alcune pellicole che sono diventate dunque a tutti gli effetti dei veri e propri discorsi meta-cinematografici. Trattasi di Charlie Kaufman che in <em>Essere John Malkovich<\/em> (<em>Being John Malkovich<\/em> di Spike Jonze, 1999) racconta di una storia assurda in cui chiunque, con pochi dollari, pu\u00f2 entrare nel corpo del famoso attore ed essere lui per un quarto d\u2019ora, passando attraverso un cunicolo segreto (spettacolare la scena in cui un ristorante si riempie di centinaia di John Malkovich, perch\u00e9 lo stesso attore ha deciso di entrare nel passaggio segreto ed \u00e8 dunque entrato nel proprio cervello). Il rimando alla mitizzazione delle star \u00e8 pi\u00f9 che lampante oltre alla simbiosi che molto spesso si vive con i propri idoli. Ma come se non bastasse lo stesso Kaufman, dopo aver sceneggiato questo ironico e graffiante ritratto del cinema e dei suoi miti, ci riprova con <em>Il ladro di orchidee<\/em> (<em>Adaptation.<\/em>, di Spike Jonze, 2002) in cui Nicolas Cage interpreta due gemelli sceneggiatori (di cui uno \u00e8 lo stesso Kaufman, l\u2019altro un fratello inventato ma persino accreditato nei titoli di coda), in preda alle crisi di scrittura. Lo sceneggiatore trovandosi in realt\u00e0 nella difficolt\u00e0 di adattare per il cinema il romanzo \u2018Il ladro di orchidee\u2019, alla fine ha girato un film proprio su questi ostacoli, facendo fare il protagonista ad uno sceneggiatore in crisi per l\u2019adattamento di un romanzo.<\/p>\n<p>Anche il cinema pi\u00f9 leggero e di intrattenimento si \u00e8 \u201carrogato\u201d il diritto di lanciarsi in questo genere di considerazioni, basti pensare al bellissimo <em>Ed Wood<\/em> (1994) di Tim Burton che racconta la storia del regista tacciato, come il peggiore della storia. Tutta la forza della passione per l\u2019arte cinematografica, oltre che l\u2019enorme forza di volont\u00e0 e l\u2019inusitata tenacia sono qui raccontate in maniera dolcissima e raffinata. Bellissima rimane la scena dell\u2019incontro tra Johnny Depp\/Ed Wood e Vincent D\u2019Onofrio\/Orson Welles che riesce a rianimare il nostro protagonista con coraggio e voglia di continuare nel suo amato quanto contrastato mestiere. <em>Ed Wood<\/em> \u00e8 la consacrazione di un \u201cgenio incompreso\u201d la cui carriera e i cui film sono stati rivalutati e considerati dei cult, proprio in seguito e grazie alla proiezione di questo. Pi\u00f9 recentemente, inoltre, due pellicole ci hanno lanciato a viva forza nel mondo del cinema, trattasi di <em>Be Kind Rewind<\/em> (Michel Gondry, 2008) e <em>Tropic Thunder<\/em> (Ben Stiller, 2008). La prima pellicola possiede un cuore e un\u2019anima enormi, capaci di trasmetterci con pochi mezzi e scarsissima tecnologia, un amore smisurato e incondizionato per la settima arte. Con il solito stile artigianale, che si serve di cartoni, scolapasta, pellicole d\u2019alluminio e oggetti simili per comunicare emozioni e sentimenti, Michel Gondry prosegue un percorso gi\u00e0 iniziato con le sue due precedenti e straordinarie pellicole. La seconda pellicola, apparentemente costruita solo per far ridere, in realt\u00e0 \u00e8 anche una critica ben mirata ad un certo determinato modo di fare cinema, alla macchina di Hollywood che macina giorno per giorno dei modelli sempre pi\u00f9 definiti e precostituiti. Ma <em>Tropic Thunder<\/em> \u00e8 egli stesso un grande blockbuster e questo dovrebbe far pensare che Ben Stiller ha marciato ipocritamente sugli stessi binari da lui criticati, ma in realt\u00e0 non \u00e8 affatto cos\u00ec perch\u00e9 per mettere sonoramente alla berlina un determinato mondo, non si pu\u00f2 fare altro che mostrare quello stesso mondo in tutte le sue ridicolaggini e debolezze.<\/p>\n<p>Molto spesso i film che appartengono a questo particolarissimo filone cinematografico si distinguono anche per gli omaggi che fanno a pellicole del passato, considerate veri e propri cult. A questo riguardo si potrebbero fare decine e decine di esempi, ma il pi\u00f9 importante \u00e8 forse la poco conosciuta pellicola di Robert Altman, <em>I protagonisti<\/em> (<em>The Player<\/em>, 1992), dove un povero sceneggiatore, Miller, perde la vita per mano di un incauto \u201cscrutinatore di soggetti\u201d, Griffin. Il film comincia con un piano-sequenza di otto minuti in cui si ricorda il favoloso piano-sequenza iniziale de <em>L\u2019infernale Quinlan<\/em> (<em>Touch of Evil<\/em>, 1958) di Orson Welles. Ma di certo Altman non si ferma qui, perch\u00e9 <em>I protagonisti<\/em> (titolo originale <em>The Player<\/em>, termine appartenente al gergo cinematografico, con cui si indicano coloro che devono scegliere i soggetti da portare sullo schermo) \u00e8 una pungente satira ironica, ma soprattutto autoironica, sull\u2019industria cinematografica di Hollywood che si rivela a volte pi\u00f9 crudele di un assassino. E gi\u00e0 perch\u00e9 a morire all\u2019interno di questo film non \u00e8 solo il povero scrittore fallito, ma \u00e8 tutto il meccanismo cinematografico che ha portato a quella morte, e quindi \u00e8 il cinema stesso ad essere \u201cmorto\u201d. Altman torna a sfoggiare la sua maestria, dopo anni di silenzio e soprattutto di \u201crifiuto\u201d e lo fa pi\u00f9 ferocemente e sarcasticamente che mai, regalandoci una pellicola dalle venature noir, che sicuramente per\u00f2 non \u00e8 esente da momenti di puro intrattenimento e divertimento, per la gioia di cinefili e non che si vedono passare davanti agli occhi decine e decine di star hollywoodiane. Numerose, anzi numerosissime le star che hanno prestato amichevolmente il loro volto per questa pellicola: da Bruce Willis a Julia Roberts, da Susan Sarandon a Peter Falk, da Andie MacDowell a Malcom MacDowell, da Angelica Huston a John Cusack, da Steven Spielberg a Jack Lemmon, da Cher a Rod Steiger, tutti nel ruolo di loro stessi, tutti perfetti e garbatissimi nelle loro fuggevoli apparizioni. Il vero fulcro della pellicola non \u00e8 affatto l\u2019omicidio commesso da Griffin ai danni di Miller, piuttosto \u00e8 l\u2019omicidio commesso dalle grandi produzioni hollywoodiane ai danni di sceneggiatori che vengono \u201ccastrati\u201d nelle loro idee originali a scapito di soggetti pi\u00f9 commerciali. Una sorta di rivalsa e di rivincita insomma, quella del grande regista pi\u00f9 volte escluso dalle pi\u00f9 grandi premiazioni, come gli Oscar e pi\u00f9 volte dimenticato. Una rivincita che ha il sapore della vittoria, dato che Altman ci regala una stupenda metafora (non tanto velata) sulla vera Hollywood, ma anche sul cinema in generale che, pur facendone parte, non ha paura di \u201cprofanare\u201d come nel primo dialogo tra la moglie della vittima e Griffin nel quale la donna ammette: \u201cNon vado mai al cinema\u201d e quando l\u2019interlocutore le chiede il perch\u00e9, lei risponde: \u201cLa vita \u00e8 troppo breve\u201d.<\/p>\n<p style=\"margin-top: 0; margin-bottom: 0;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2010\/04\/disprezzo_03.jpg\" alt=\"\" width=\"620\" height=\"349\" border=\"0\" \/><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>articolo pubblicato su Rapporto Confidenziale numero12 (febbraio 2009), pp.6-8. 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