{"id":8607,"date":"2010-09-07T18:42:18","date_gmt":"2010-09-07T16:42:18","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=8607"},"modified":"2010-08-26T18:02:27","modified_gmt":"2010-08-26T16:02:27","slug":"le-quattro-volte-michelangelo-frammartino","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=8607","title":{"rendered":"Le quattro volte > Michelangelo Frammartino"},"content":{"rendered":"<p style=\"margin-top: 0; margin-bottom: 0;\"><a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2010\/09\/Le-quattro-volte01.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-8682\" title=\"Le quattro volte01\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2010\/09\/Le-quattro-volte01.jpg\" alt=\"\" width=\"620\" height=\"334\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2010\/09\/Le-quattro-volte01.jpg 620w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2010\/09\/Le-quattro-volte01-300x161.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"margin-top: 0; margin-bottom: 0;\"><span style=\"font-size: 8pt; font-family: Verdana;\">Il presente articolo \u00e8 stato pubblicato su <a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=8050\" target=\"_self\">Rapporto Confidenziale numero27<\/a> (ago 2010), pagg. 14-16<br \/>\n<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\">La macchina da presa posizionata in altezza, un piano d\u2019insieme dall\u2019alto verso il basso, come fissata su un palo. Sullo sfondo, un piccolo villaggio calabrese, in primo piano una strada sterrata, un angolo di fattoria e un vecchio fabbricato sulla destra, la strada divide in diagonale il recinto, il mondo animale e la citt\u00e0, il mondo umano.<br \/>\nUna camionetta annunciata dal rumore del motore entra nel campo visivo e si arresta sulla parte destra dell\u2019immagine. Un centurione scende, esattamente un paesano travestito da soldato romano. Il cane che custodisce il recinto abbaia in mezzo alla strada, diffida.<br \/>\nUn secondo centurione esce dalla camionetta, quindi un terzo, correndo tutti verso il centro del villaggio. poi la notizia si diffonde, la processione arriva, preceduta da uno dei centurioni venuto a cacciare il cane che difende il gregge di capre per lasciare la via libera agli abitanti.<br \/>\nTutto il villaggio si \u00e8 riunito per commemorare la Pasqua, ricostruendo la passione di Cristo. La macchina da presa osserva dalla sua cima, gira per seguire la strada che prosegue vacillando verso la collina dove appaiono sul fondo dell\u2019inquadratura, la dove le linee di fuga si incontrano, due croci. La processione passa dolcemente. La cinepresa torna sul primo campo, il cane sta facendo ritorno una volta la folla passata. Un bambino arriva in ritardo e tenta di raggiungere il gruppo quando \u00e8 spaventato dal cane che abbaia.<br \/>\nPer distrarre l\u2019animale, il ragazzo gli lancia delle pietre, far\u00e0 diversione, il bambino corre per sfuggire al piccolo cane. Quest\u2019ultimo, non trovando la pietra scagliata, finisce per afferrare con le zanne la grossa pietra installata dai primi centurioni sotto la ruota della camionetta alfine di tenerla ferma.<br \/>\nTolta la pietra, ecco che il veicolo si mette in marcia e va a sfondare il recinto, liberando le capre. Hanno finalmente la possibilit\u00e0 di occupare il mondo degli uomini come un piano anteriore lasciava presupporre (una vista d\u2019insieme del villaggio e dei campi circostanti dove il gregge guadagnava poco a poco il terreno in direzione del villaggio).<br \/>\nFracasso, non sentiremo che il rumore, la cinepresa nuovamente puntata in direzione della collina, dove la processione si \u00e8 concentrata, per scorgere la folla presso tre croci innalzate alla sommit\u00e0, mentre il bestiame si disperde in tutto il villaggio.<br \/>\nQuesto lungo piano sequenza di dieci minuti, durante il quale la macchina da presa rimane fissata al suo asse, avendo come unico movimento la rotazione che accompagna la strada, seduce per la ricchezza degli elementi, per la sua semplicit\u00e0 apparente e il miscuglio di tonalit\u00e0 (tra humor, tenerezza e tensione). Si tratta senza alcun dubbio di uno dei piani meglio riusciti di questi ultimi tempi e una delle sequenze pi\u00f9 forti di questo secondo lungometraggio del regista Michelangelo Frammartino, <em>Le quattro volte<\/em>.<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\">Qualche minuto pi\u00f9 tardi, l\u2019uomo rende l\u2019anima in un ultimo toccante rantolo, felice, circondato dalle sue capre. Nessuna fioritura nel rituale, alcuni compaesani si occupano dell\u2019uomo. La bara e il piccolo corteo funebre si ritrovano sulla stessa strada vista poco prima al momento della processione.<br \/>\nQuesta volta per\u00f2, invece di prendere a destra, il gruppo imbocca la strada di sinistra, la via scende verso gli Inferni mitologici o pi\u00f9 semplicemente verso la terra nutrice. La cinepresa si ritrova improvvisamente installata nella fossa, che accoglie la bara, assistendo senza alcuna possibilit\u00e0 di scelta alla chiusura ultima della stele.<br \/>\nImmerso nella penombra, lo spettatore sente solo dei colpi, di martello forse, dei colpi che sembrano sempre pi\u00f9 dei battiti di un cuore. Ecco que l\u2019obiettivo si fissa senza transizione, brutalmente, sull\u2019agnello che esce dal corpo della madre. Nuova nascita, come una reincarnazione, l\u2019immagine capta i primi movimenti, i primi respiri di questo essere gracile, si attarda con tenerezza sulla tenacia di questo agnello, che deve a qualsiasi prezzo apprendere a camminare.<br \/>\n\u00c8 questo <em>Le quattro volte<\/em>, il cinema di Frammartino, questa combinazione di poesia e realt\u00e0; tra un montaggio di finzione e simbolico e il documentario, tra una aspirazione all\u2019elevazione e l\u2019attaccamento alla terra.<br \/>\nCollegare questi mondi, ecco il talento del regista italiano, dopo il suo primo film Il Dono. Ha avuto bisogno di tempo per scegliere questo villaggio calabrese, appropriarsi dei luoghi, delle persone, sentire l\u2019incredibile potenza di questa terra, posare la sua cinepresa nel momento giusto, attendere la luce migliore atta ad esporre l\u2019emozione desiderata, e pi\u00f9 semplicemente veder svilupparsi i personaggi.<br \/>\nMichelangelo Frammartino assume il suo gusto per un certo ascetismo cinematografico, senza effetti di sceneggiatura, n\u00e9 effetti visivi o di messa in scena magniloquenti, giusto uno sguardo posato su questo piccolo mondo di brusio dove il silenzio delle voci regna per meglio far avvertire l\u2019attivit\u00e0 soggiacente delle nostre campagne e farci sentire sino a che punto l\u2019uomo \u00e8 di passaggio in terra.<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\"><em>Le quattro volte<\/em>, sorta di riflessione sul ciclo vitale proprio a un mondo, osserva le quattro stagioni, i quattro volti di uno stesso luogo per metterne in rilievo i minimi dettagli, questo sguardo divergente dagli altri sul quotidiano. \u00c8 nuovamente una sinfonia in tre movimenti, sinfonia pastorale potremmo dire. La prima parte ci conduce sui passi di un vecchio paesano, che non ha altro che delle capre, che accompagna ogni giorno al pascolo nei campi. La vecchiaia non lo aiuta, l\u2019uomo \u00e8 malato, tossisce molto e prende come unico rimedio della polvere raccolta in chiesa diluita con acqua nella speranza di una guarigione. Una fine di vita tranquilla, senza rimorsi ne rimpianti.<br \/>\nSi spegne un mattino, attorniato dalle sue capre. Il secondo movimento seguir\u00e0 a ritroso i primi giorni di un capretto, un tenero piccolo animale bianco curioso e perso, mescolato e isolato all\u2019interno del suo stesso gregge e infine dimenticato nei boschi. Sparir\u00e0 sotto questo albero maestoso, a cui lascer\u00e0 in eredit\u00e0 il suo posto, il suo primo ruolo per permettere alla conifera di vivere, vivere la sua tragedia, lei solitaria, potente e diritta che gli uomini verranno ad abbattere per servirsene come di un immenso palo alla cui sommit\u00e0 fisseranno un ridicolo piccolo abete in vista di una cerimonia di cui lo spettatore non sapr\u00e0 mai nulla. Poi taglieranno l\u2019albero, lo faranno a pezzi e lo porteranno, alla fine della sua corsa, in un atelier dove fabbricano carbone. Primo e ultimo piano del film, polvere tornata polvere, simbolizzando ogni vita, polvere nutrice poich\u00e9 il carbone trover\u00e0 il suo posto in un focolare del villaggio.<br \/>\nLa storia de <em>Le quattro volte<\/em> non \u00e8 dunque tanto quella di un personaggio che piuttosto di un luogo, metafora del mondo. Da questa trama delicata e improbabile, Frammartino tesse un\u2019opera dalla bellezza ammaliante. Che se non voleva veramente mettere in scena, n\u00e9 utilizzare effetti visivi, rimane innegabile che questo cineasta possiede questo sguardo da fotografo che riesce a captare una luce ogni volta particolare, ad attendere il momento ideale per ottenere naturalmente un fotogramma ricco di senso, trovando l\u2019angolo adatto, il tono propizio per apprezzare una sequenza.<br \/>\nAttento osservatore, Frammartino testimonia di una capacit\u00e0 a cogliere le emozioni, dare un sapore intenso ai fenomeni che si compiono al nostro sguardo, tenerezza e humor di fronte ai primi passi di un capretto o le sventure del ragazzino alle prese con il cane da pastore, tristezza e melancolia alla morte del paesano, una sorta di disillusione amara alla vista dell\u2019albero da abbattere per soddisfare le festivit\u00e0 del villaggio.<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\">La sfida era di spessore con <em>Le quattro volte<\/em>. Michelangelo Frammartino si sforza di filmare un mondo senza altro dialogo che una comunicazione naturale, una simbiosi che passa pi\u00f9 per i gesti che per le parole. Le sole conversazioni umane non sono que dei mormorii e dei rumori di cui non si indivinano mai completamente i propositi. Un film senza parole, senza musiche oltre il semplice movimento del vento e i belati regolari, che poteva annunciarsi come il peggiore dei tedi. Non \u00e8 cos\u00ec.<br \/>\nLo spettatore si lascia trascinare in questa Calabria senza tempo, di sgembo ai tempi moderni, l\u2019accellerazione, la pretesa umana de modernit\u00e0 e di eternit\u00e0. Anche l\u2019ultima scena dove seguiamo i preparativi in un atelier dove si produce carbone diventa seducente, come se questo mestiere tradizionale e in via di estinzione potesse affascinare per la sua dimensione rituale (la costruzione del focolaio, la costante attenzione durante la combustione).<br \/>\nPrimo piano sui fori di questa tortiera di legno da cui un fumo bianco evade, come una strana bruma che invade la terra. La magia \u00e8 all\u2019opera in <em>Le quattro volte<\/em>, tutto concorre a offrire una boccata d\u2019aria, non sempre gioiosa, ma di un sollievo meditativo raro.<br \/>\nUna capra si introduce curiosa e avventurosa nella cucina del vecchio uomo. Sulla tavola della cucina una pentola chiusa da uno strofinaccio trattiene una colonia di lumache che l\u2019uomo ha raccolto con fatica. L\u2019animale salta sulla tavola, si ferma un istante prima di rovesciare il recipiente.<br \/>\nNella luce di fine giornata dove i raggi esplorano la polvere della stanza, la bestia si staglia con uno humor maestoso. L\u2019animale prende il possesso dei luogi umani, ritrova una libert\u00e0 senza recinti. L\u2019uomo passa, l\u2019animalit\u00e0 dimora, e il ciclo prosegue senza tregua.<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\">Emeric Sallon<br \/>\n<a href=\"http:\/\/encoreunblogsurlecine.over-blog.com\" target=\"_blank\">http:\/\/encoreunblogsurlecine.over-blog.com<\/a><br \/>\n(traduzione: Donato Di Blasi)<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\"><strong>Le quattro volte<\/strong> (Italia-Germania-Svizzera\/2010)<br \/>\nregia: Michelangelo Frammartino \u2022 soggetto, sceneggiatura: Michelangelo Frammartino \u2022 montaggio: Benni Atria, Maurizio Grillo \u2022 fotografia: Andrea Locatelli \u2022 costumi: Gabriella Maiolo \u2022 scenografia: Matthew Broussard \u2022 suono: Simone Olivero, Paolo Benvenuti II \u2022 organizzatore Generale: Marco Serrecchia \u2022 produttore: Giovanni Davide Maderna, Gabriella Manfr\u00e8, Gregorio Paonessa \u2022 produzione: Invisibile Film, Ventura Film, Vivo Film, Essential Filmproduktion; in collaborazione con Caravan Pass, Altamarea Film \u2022 paese: Italia, Germania, Svizzera \u2022 data di uscita nelle sale: 28\/05\/2010 \u2022 anno: 2010 \u2022 durata: 88&#8242;<br \/>\n<a href=\"http:\/\/www.lequattrovolte.it\" target=\"_blank\">http:\/\/www.lequattrovolte.it<\/a><\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il presente articolo \u00e8 stato pubblicato su Rapporto Confidenziale numero27 (ago 2010), pagg. 14-16 La macchina da presa posizionata in altezza, un piano d\u2019insieme dall\u2019alto verso il basso, come fissata su un palo. 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