{"id":8618,"date":"2010-09-08T07:00:28","date_gmt":"2010-09-08T05:00:28","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=8618"},"modified":"2010-11-22T01:26:19","modified_gmt":"2010-11-22T00:26:19","slug":"riflessioni-su-%e2%80%9cencounters-at-the-end-of-the-world%e2%80%9d-come-paradigma-del-cinema-di-herzog","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=8618","title":{"rendered":"Riflessioni su \u201cEncounters at the End of the World\u201d come paradigma del cinema di Herzog."},"content":{"rendered":"<p style=\"margin-top: 0; margin-bottom: 0;\"><a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2010\/09\/Encounters01.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-8676\" title=\"Encounters01\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2010\/09\/Encounters01.jpg\" alt=\"\" width=\"620\" height=\"454\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2010\/09\/Encounters01.jpg 620w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2010\/09\/Encounters01-300x219.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"margin-top: 0; margin-bottom: 0;\"><span style=\"font-size: 8pt; font-family: Verdana;\">Il presente articolo \u00e8 stato pubblicato su <a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=8050\" target=\"_self\">Rapporto Confidenziale numero27<\/a> (ago 2010), pagg. 18-20<br \/>\n<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: right;\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\">\u00ab<em><strong>Bisogna fare dei documentari imprevedibili come i sogni<\/strong><\/em>\u00bb<br \/>\n\u2013 Gianni Celati (1)<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\">I temi, le immagini e le ossessioni che hanno fondato e attraversato le pellicole di Herzog in oltre quarant\u2019anni di produzioni cinematografiche sembrano ritrovarsi e concentrarsi nei suoi ultimi lavori, da Il diamante bianco e Grizzly Man a L\u2019ignoto spazio profondo, passando per My Son, My Son, What Have Ye Done ed Il cattivo tenente &#8211; Ultima chiamata New Orleans. Ma pi\u00f9 d\u2019ogni altro \u00e8 con Encounters at the End of the World che queste si manifestano con compiutezza, tanto da poter considerare questa sua opera del 2007 un esempio paradigmatici del suo modo di fare e pensare il cinema.<br \/>\nSin dai suoi esordi l\u2019autore bavarese ha creato originali percorsi filmici, portando \u00abavanti un\u2019idea di cinema libera da qualsiasi etichetta o semplificazione, capace di sfruttare le potenzialit\u00e0 del documentario\u00bb (2) come territorio sperimentale e non come resoconto dei fatti, nella costante \u00abricerca di un metodo efficace per rappresentare la vera essenza dell\u2019uomo\u00bb. (3)<br \/>\nNell\u2019incessante ricerca di un limite estremo dell\u2019uomo, non necessariamente da valicare, ma con cui doversi confrontare, il cineasta tedesco ha viaggiato per decenni in ambienti ostili e lontani dalle comodit\u00e0 della civilizzazione, esplorando la foresta amazzonica e il deserto africano, spingendosi in Encounters sino in Antartide, oltre i confini del mondo abitato, dove solo un piccolissimo gruppo di uomini ha scelto di trasferirsi per vivere a contatto con una natura fredda e impietosa, ma anche incantevole e sublime.<br \/>\nEncounters at the End of the World \u00e8 un film che prende liberamente forma dinanzi alla telecamera, piuttosto che da un copione, dalle suggestioni paesaggistiche e dai sorprendenti incontri umani che lo caratterizzano. Un percorso creativo che ricorda quello di Fata Morgana, per il suo esser girato senza una vera e propria sceneggiatura seguendo le impressioni visive del reale, una pratica che \u00e8 alla base della poetica herzoghiana, secondo l\u2019idea che la realt\u00e0 deve entrare nel film e farlo vibrare della sua natura pi\u00f9 profonda.<br \/>\nIl cinema per Herzog si pone come forma di conoscenza superiore sul mondo, espressione poetica della realt\u00e0 attraverso la quale mostrare le inquietudini romantiche e le sconfinate contemplazioni dei paesaggi, rivelatrici di una verit\u00e0 da cogliersi nell\u2019estasi sensoriale, accanto all\u2019osservazione di una condizione umana che nel proprio percorrere i margini dell\u2019esistenza riscopre la sua essenza pi\u00f9 profonda.<br \/>\nLo sguardo di Herzog \u00e8 attratto, in una sua particolarissima vocazione antropologica, da \u00abfigure umane segnate dall\u2019alterit\u00e0 e dalla non conciliazione con il resto della comunit\u00e0 sociale, che si viene a delineare come fonte narrativa, facendo insorgere quindi la volont\u00e0 di raccontare\u00bb (4) e di raccontarsi.<br \/>\nGli incontri pi\u00f9 o meno imprevisti e fugaci che attraversano e abitano tutto il cinema di Herzog divengono in Encounters at the End of the World l\u2019aspetto dominante del film, convergenza di un\u2019espressione fondante e ricorrente della poetica del regista tedesco; i protagonisti si lasciano qui andare affabilmente a un fluire di parole, al piacere del racconto delle proprie esperienze esistenziali dando al film senso e fascino, in una continuit\u00e0 temporale garantita dalla presenza stessa del regista che guida lo spettatore negli incantevoli scenari del Polo Sud.<br \/>\nAttraverso la sua voce Herzog non solo commenta e descrive le situazioni o dialoga con i personaggi, ma marca profondamente la propria presenza scenica e la partecipazione e il coinvolgimento in prima persona al farsi del film, sia essa in campo nelle poche inquadrature in cui decide di comparire, sia essa fuori campo. Una prassi che, per le ambientazioni in cui si svolge, tende a ribadire, come gi\u00e0 nel volo in mongolfiera de Il diamante bianco e nella mancata catastrofe imminente de La Soufriere, l\u2019autorialit\u00e0 dei suoi lavori e il proprio duplice e completo mettersi in gioco: intellettualmente e fisicamente.<br \/>\nTra i luoghi pi\u00f9 ostili e affascinanti del pianeta, l\u2019Antartide si impone immediatamente per il suo essere un limite ancora pi\u00f9 estremo, dove il sole non tramonta mai e dove per la prima volta Herzog si trova costretto ad abbandonare la sua indiscutibile fedelt\u00e0 alla pellicola a favore del digitale nell\u2019impossibilit\u00e0 di filmare a temperature cos\u00ec basse. (5)<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\"><a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2010\/09\/Encounters02.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-8677\" title=\"Encounters02\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2010\/09\/Encounters02.jpg\" alt=\"\" width=\"620\" height=\"454\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2010\/09\/Encounters02.jpg 620w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2010\/09\/Encounters02-300x219.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px\" \/><\/a><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"TEXT-ALIGN: justify\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\">Proprio in un luogo cos\u00ec lontano dai grandi insediamenti umani, e dalla loro corruzione, Herzog ritrova i valori e la dignit\u00e0 dell\u2019uomo nei sorprendenti personaggi che hanno lasciato vite e lavori normali per andare a vivere alla fine del mondo: instancabili viaggiatori, filosofi, scienziati avventurieri, ex banchieri divenuti autisti di pullman, ai quali si addice la felicissima espressione \u2018sognatori professionisti\u2019, cheI temi, le immagini e le ossessioni che hanno fondato e attraversato le pellicole di Herzog in oltre quarant\u2019anni di produzioni cinematografiche sembrano ritrovarsi e concentrarsi nei suoi ultimi lavori, da Il diamante bianco e Grizzly Man a L\u2019ignoto spazio profondo, passando per My Son, My Son, What Have Ye Done ed Il cattivo tenente &#8211; Ultima chiamata New Orleans. Ma pi\u00f9 d\u2019ogni altro \u00e8 con Encounters at the End of the World che queste si manifestano con compiutezza, tanto da poter considerare questa sua opera del 2007 un esempio paradigmatici del suo modo di fare e pensare il cinema.<br \/>\nSin dai suoi esordi l\u2019autore bavarese ha creato originali percorsi filmici, portando \u00abavanti un\u2019idea di cinema libera da qualsiasi etichetta o semplificazione, capace di sfruttare le potenzialit\u00e0 del documentario\u00bb (2) come territorio sperimentale e non come resoconto dei fatti, nella costante \u00abricerca di un metodo efficace per rappresentare la vera essenza dell\u2019uomo\u00bb. (3)<br \/>\nNell\u2019incessante ricerca di un limite estremo dell\u2019uomo, non necessariamente da valicare, ma con cui doversi confrontare, il cineasta tedesco ha viaggiato per decenni in ambienti ostili e lontani dalle comodit\u00e0 della civilizzazione, esplorando la foresta amazzonica e il deserto africano, spingendosi in Encounters sino in Antartide, oltre i confini del mondo abitato, dove solo un piccolissimo gruppo di uomini ha scelto di trasferirsi per vivere a contatto con una natura fredda e impietosa, ma anche incantevole e sublime.<br \/>\nEncounters at the End of the World \u00e8 un film che prende liberamente forma dinanzi alla telecamera, piuttosto che da un copione, dalle suggestioni paesaggistiche e dai sorprendenti incontri umani che lo caratterizzano. Un percorso creativo che ricorda quello di Fata Morgana, per il suo esser girato senza una vera e propria sceneggiatura seguendo le impressioni visive del reale, una pratica che \u00e8 alla base della poetica herzoghiana, secondo l\u2019idea che la realt\u00e0 deve entrare nel film e farlo vibrare della sua natura pi\u00f9 profonda.<br \/>\nIl cinema per Herzog si pone come forma di conoscenza superiore sul mondo, espressione poetica della realt\u00e0 attraverso la quale mostrare le inquietudini romantiche e le sconfinate contemplazioni dei paesaggi, rivelatrici di una verit\u00e0 da cogliersi nell\u2019estasi sensoriale, accanto all\u2019osservazione di una condizione umana che nel proprio percorrere i margini dell\u2019esistenza riscopre la sua essenza pi\u00f9 profonda.<br \/>\nLo sguardo di Herzog \u00e8 attratto, in una sua particolarissima vocazione antropologica, da \u00abfigure umane segnate dall\u2019alterit\u00e0 e dalla non conciliazione con il resto della comunit\u00e0 sociale, che si viene a delineare come fonte narrativa, facendo insorgere quindi la volont\u00e0 di raccontare\u00bb (4) e di raccontarsi.<br \/>\nGli incontri pi\u00f9 o meno imprevisti e fugaci che attraversano e abitano tutto il cinema di Herzog divengono in Encounters at the End of the World l\u2019aspetto dominante del film, convergenza di un\u2019espressione fondante e ricorrente della poetica del regista tedesco; i protagonisti si lasciano qui andare affabilmente a un fluire di parole, al piacere del racconto delle proprie esperienze esistenziali dando al film senso e fascino, in una continuit\u00e0 temporale garantita dalla presenza stessa del regista che guida lo spettatore negli incantevoli scenari del Polo Sud.<br \/>\nAttraverso la sua voce Herzog non solo commenta e descrive le situazioni o dialoga con i personaggi, ma marca profondamente la propria presenza scenica e la partecipazione e il coinvolgimento in prima persona al farsi del film, sia essa in campo nelle poche inquadrature in cui decide di comparire, sia essa fuori campo. Una prassi che, per le ambientazioni in cui si svolge, tende a ribadire, come gi\u00e0 nel volo in mongolfiera de Il diamante bianco e nella mancata catastrofe imminente de La Soufriere, l\u2019autorialit\u00e0 dei suoi lavori e il proprio duplice e completo mettersi in gioco: intellettualmente e fisicamente.<br \/>\nTra i luoghi pi\u00f9 ostili e affascinanti del pianeta, l\u2019Antartide si impone immediatamente per il suo essere un limite ancora pi\u00f9 estremo, dove il sole non tramonta mai e dove per la prima volta Herzog si trova costretto ad abbandonare la sua indiscutibile fedelt\u00e0 alla pellicola a favore del digitale nell\u2019impossibilit\u00e0 di filmare a temperature cos\u00ec basse. (5)<br \/>\nProprio in un luogo cos\u00ec lontano dai grandi insediamenti umani, e dalla loro corruzione, Herzog ritrova i valori e la dignit\u00e0 dell\u2019uomo nei sorprendenti personaggi che hanno lasciato vite e lavori normali per andare a vivere alla fine del mondo: instancabili viaggiatori, filosofi, scienziati avventurieri, ex banchieri divenuti autisti di pullman, ai quali si addice la felicissima espressione \u2018sognatori professionisti\u2019, cheI temi, le immagini e le ossessioni che hanno fondato e attraversato le pellicole di Herzog in oltre quarant\u2019anni di produzioni cinematografiche sembrano ritrovarsi e concentrarsi nei suoi ultimi lavori, da Il diamante bianco e Grizzly Man a L\u2019ignoto spazio profondo, passando per My Son, My Son, What Have Ye Done ed Il cattivo tenente &#8211; Ultima chiamata New Orleans. Ma pi\u00f9 d\u2019ogni altro \u00e8 con Encounters at the End of the World che queste si manifestano con compiutezza, tanto da poter considerare questa sua opera del 2007 un esempio paradigmatici del suo modo di fare e pensare il cinema.<br \/>\nSin dai suoi esordi l\u2019autore bavarese ha creato originali percorsi filmici, portando \u00abavanti un\u2019idea di cinema libera da qualsiasi etichetta o semplificazione, capace di sfruttare le potenzialit\u00e0 del documentario\u00bb (2) come territorio sperimentale e non come resoconto dei fatti, nella costante \u00abricerca di un metodo efficace per rappresentare la vera essenza dell\u2019uomo\u00bb. (3)<br \/>\nNell\u2019incessante ricerca di un limite estremo dell\u2019uomo, non necessariamente da valicare, ma con cui doversi confrontare, il cineasta tedesco ha viaggiato per decenni in ambienti ostili e lontani dalle comodit\u00e0 della civilizzazione, esplorando la foresta amazzonica e il deserto africano, spingendosi in Encounters sino in Antartide, oltre i confini del mondo abitato, dove solo un piccolissimo gruppo di uomini ha scelto di trasferirsi per vivere a contatto con una natura fredda e impietosa, ma anche incantevole e sublime.<br \/>\nEncounters at the End of the World \u00e8 un film che prende liberamente forma dinanzi alla telecamera, piuttosto che da un copione, dalle suggestioni paesaggistiche e dai sorprendenti incontri umani che lo caratterizzano. Un percorso creativo che ricorda quello di Fata Morgana, per il suo esser girato senza una vera e propria sceneggiatura seguendo le impressioni visive del reale, una pratica che \u00e8 alla base della poetica herzoghiana, secondo l\u2019idea che la realt\u00e0 deve entrare nel film e farlo vibrare della sua natura pi\u00f9 profonda.<br \/>\nIl cinema per Herzog si pone come forma di conoscenza superiore sul mondo, espressione poetica della realt\u00e0 attraverso la quale mostrare le inquietudini romantiche e le sconfinate contemplazioni dei paesaggi, rivelatrici di una verit\u00e0 da cogliersi nell\u2019estasi sensoriale, accanto all\u2019osservazione di una condizione umana che nel proprio percorrere i margini dell\u2019esistenza riscopre la sua essenza pi\u00f9 profonda.<br \/>\nLo sguardo di Herzog \u00e8 attratto, in una sua particolarissima vocazione antropologica, da \u00abfigure umane segnate dall\u2019alterit\u00e0 e dalla non conciliazione con il resto della comunit\u00e0 sociale, che si viene a delineare come fonte narrativa, facendo insorgere quindi la volont\u00e0 di raccontare\u00bb (4) e di raccontarsi.<br \/>\nGli incontri pi\u00f9 o meno imprevisti e fugaci che attraversano e abitano tutto il cinema di Herzog divengono in Encounters at the End of the World l\u2019aspetto dominante del film, convergenza di un\u2019espressione fondante e ricorrente della poetica del regista tedesco; i protagonisti si lasciano qui andare affabilmente a un fluire di parole, al piacere del racconto delle proprie esperienze esistenziali dando al film senso e fascino, in una continuit\u00e0 temporale garantita dalla presenza stessa del regista che guida lo spettatore negli incantevoli scenari del Polo Sud.<br \/>\nAttraverso la sua voce Herzog non solo commenta e descrive le situazioni o dialoga con i personaggi, ma marca profondamente la propria presenza scenica e la partecipazione e il coinvolgimento in prima persona al farsi del film, sia essa in campo nelle poche inquadrature in cui decide di comparire, sia essa fuori campo. Una prassi che, per le ambientazioni in cui si svolge, tende a ribadire, come gi\u00e0 nel volo in mongolfiera de Il diamante bianco e nella mancata catastrofe imminente de La Soufriere, l\u2019autorialit\u00e0 dei suoi lavori e il proprio duplice e completo mettersi in gioco: intellettualmente e fisicamente.<br \/>\nTra i luoghi pi\u00f9 ostili e affascinanti del pianeta, l\u2019Antartide si impone immediatamente per il suo essere un limite ancora pi\u00f9 estremo, dove il sole non tramonta mai e dove per la prima volta Herzog si trova costretto ad abbandonare la sua indiscutibile fedelt\u00e0 alla pellicola a favore del digitale nell\u2019impossibilit\u00e0 di filmare a temperature cos\u00ec basse. (5)<br \/>\nProprio in un luogo cos\u00ec lontano dai grandi insediamenti umani, e dalla loro corruzione, Herzog ritrova i valori e la dignit\u00e0 dell\u2019uomo nei sorprendenti personaggi che hanno lasciato vite e lavori normali per andare a vivere alla fine del mondo: instancabili viaggiatori, filosofi, scienziati avventurieri, ex banchieri divenuti autisti di pullman, ai quali si addice la felicissima espressione \u2018sognatori professionisti\u2019, cheI temi, le immagini e le ossessioni che hanno fondato e attraversato le pellicole di Herzog in oltre quarant\u2019anni di produzioni cinematografiche sembrano ritrovarsi e concentrarsi nei suoi ultimi lavori, da Il diamante bianco e Grizzly Man a L\u2019ignoto spazio profondo, passando per My Son, My Son, What Have Ye Done ed Il cattivo tenente &#8211; Ultima chiamata New Orleans. Ma pi\u00f9 d\u2019ogni altro \u00e8 con Encounters at the End of the World che queste si manifestano con compiutezza, tanto da poter considerare questa sua opera del 2007 un esempio paradigmatici del suo modo di fare e pensare il cinema.<br \/>\nSin dai suoi esordi l\u2019autore bavarese ha creato originali percorsi filmici, portando \u00abavanti un\u2019idea di cinema libera da qualsiasi etichetta o semplificazione, capace di sfruttare le potenzialit\u00e0 del documentario\u00bb (2) come territorio sperimentale e non come resoconto dei fatti, nella costante \u00abricerca di un metodo efficace per rappresentare la vera essenza dell\u2019uomo\u00bb. (3)<br \/>\nNell\u2019incessante ricerca di un limite estremo dell\u2019uomo, non necessariamente da valicare, ma con cui doversi confrontare, il cineasta tedesco ha viaggiato per decenni in ambienti ostili e lontani dalle comodit\u00e0 della civilizzazione, esplorando la foresta amazzonica e il deserto africano, spingendosi in Encounters sino in Antartide, oltre i confini del mondo abitato, dove solo un piccolissimo gruppo di uomini ha scelto di trasferirsi per vivere a contatto con una natura fredda e impietosa, ma anche incantevole e sublime.<br \/>\nEncounters at the End of the World \u00e8 un film che prende liberamente forma dinanzi alla telecamera, piuttosto che da un copione, dalle suggestioni paesaggistiche e dai sorprendenti incontri umani che lo caratterizzano. Un percorso creativo che ricorda quello di Fata Morgana, per il suo esser girato senza una vera e propria sceneggiatura seguendo le impressioni visive del reale, una pratica che \u00e8 alla base della poetica herzoghiana, secondo l\u2019idea che la realt\u00e0 deve entrare nel film e farlo vibrare della sua natura pi\u00f9 profonda.<br \/>\nIl cinema per Herzog si pone come forma di conoscenza superiore sul mondo, espressione poetica della realt\u00e0 attraverso la quale mostrare le inquietudini romantiche e le sconfinate contemplazioni dei paesaggi, rivelatrici di una verit\u00e0 da cogliersi nell\u2019estasi sensoriale, accanto all\u2019osservazione di una condizione umana che nel proprio percorrere i margini dell\u2019esistenza riscopre la sua essenza pi\u00f9 profonda.<br \/>\nLo sguardo di Herzog \u00e8 attratto, in una sua particolarissima vocazione antropologica, da \u00abfigure umane segnate dall\u2019alterit\u00e0 e dalla non conciliazione con il resto della comunit\u00e0 sociale, che si viene a delineare come fonte narrativa, facendo insorgere quindi la volont\u00e0 di raccontare\u00bb (4) e di raccontarsi.<br \/>\nGli incontri pi\u00f9 o meno imprevisti e fugaci che attraversano e abitano tutto il cinema di Herzog divengono in Encounters at the End of the World l\u2019aspetto dominante del film, convergenza di un\u2019espressione fondante e ricorrente della poetica del regista tedesco; i protagonisti si lasciano qui andare affabilmente a un fluire di parole, al piacere del racconto delle proprie esperienze esistenziali dando al film senso e fascino, in una continuit\u00e0 temporale garantita dalla presenza stessa del regista che guida lo spettatore negli incantevoli scenari del Polo Sud.<br \/>\nAttraverso la sua voce Herzog non solo commenta e descrive le situazioni o dialoga con i personaggi, ma marca profondamente la propria presenza scenica e la partecipazione e il coinvolgimento in prima persona al farsi del film, sia essa in campo nelle poche inquadrature in cui decide di comparire, sia essa fuori campo. Una prassi che, per le ambientazioni in cui si svolge, tende a ribadire, come gi\u00e0 nel volo in mongolfiera de Il diamante bianco e nella mancata catastrofe imminente de La Soufriere, l\u2019autorialit\u00e0 dei suoi lavori e il proprio duplice e completo mettersi in gioco: intellettualmente e fisicamente.<br \/>\nTra i luoghi pi\u00f9 ostili e affascinanti del pianeta, l\u2019Antartide si impone immediatamente per il suo essere un limite ancora pi\u00f9 estremo, dove il sole non tramonta mai e dove per la prima volta Herzog si trova costretto ad abbandonare la sua indiscutibile fedelt\u00e0 alla pellicola a favore del digitale nell\u2019impossibilit\u00e0 di filmare a temperature cos\u00ec basse. (5)<br \/>\nProprio in un luogo cos\u00ec lontano dai grandi insediamenti umani, e dalla loro corruzione, Herzog ritrova i valori e la dignit\u00e0 dell\u2019uomo nei sorprendenti personaggi che hanno lasciato vite e lavori normali per andare a vivere alla fine del mondo: instancabili viaggiatori, filosofi, scienziati avventurieri, ex banchieri divenuti autisti di pullman, ai quali si addice la felicissima espressione \u2018sognatori professionisti\u2019, che ben descrive l\u2019universo umano che popola i suoi film, da Fitzcarraldo a Kaspar Hauser, dai pellegrini di Kalachakra \u2013 La ruota del tempo al musicista girovago di Segni di Vita, da Timothy Treadwell all\u2019ingegnere aeronautico Graham Dorrington: tutti capaci di sentire in maniera differente e perci\u00f2 di vedere di pi\u00f9.<br \/>\nNei brevi incontri con i personaggi di questo film, realizzati per lo pi\u00f9 nel fuggevole tempo delle interviste, Herzog coglie nelle loro parole e nei loro sguardi una straordinaria vivacit\u00e0 interiore unita a una profonda dignit\u00e0 umana. Il regista tedesco vede in questi affascinanti personaggi dei propri alter ego, o perlomeno si riconosce in una sorta di fratellanza nella caparbiet\u00e0 di inseguire i propri sogni, affrontando ogni possibile rischio e portandosi all\u2019estremit\u00e0 delle cose, in un\u2019esplorazione del mondo che \u00e8 innanzitutto esplorazione di s\u00e9.<br \/>\nNon a caso \u00e8 lo stesso autore ad affermare proprio agli inizi di Encounters at the End of the World che questo non sar\u00e0 l\u2019ennesimo film sui pinguini, quanto piuttosto una riflessione sull\u2019umanit\u00e0 e sui limiti dell\u2019esplorazione.<br \/>\nParadossalmente sar\u00e0 proprio l\u2019anomalo e inspiegabile comportamento di un pinguino a farsi metafora di quella folle e insanabile pulsione che guida gli esploratori nei loro viaggi, rischiando anche la morte, come per molti eroi e set herzoghiani da Fitzcarraldo a Gasherbrum \u2013 La montagna lucente a La Soufriere. Improvvisamente e senza apparente motivo un pinguino si ferma, lascia i compagni e devia dalla strada verso il mare e il cibo per dirigersi verso le lontane montagne; una scena che inizialmente buffa per l\u2019ostinazione e il goffo avanzare ondulatorio del pinguino diventa poi assolutamente drammatica nelle parole esplicative del regista che ne dichiara il suo destino mortale (http:\/\/tinyurl.com\/39t5l43).<br \/>\nIl cinema di Herzog si realizza in questi racconti il cui senso rimane sfuggente e inafferrabile come nelle immagini di pura bellezza dei paesaggi naturali incontaminati di Encounters at the End of the World, un incanto della visione, \u00abun\u2019estasi dei sensi (che) permette all\u2019uomo di andare oltre il visibile, e il verosimile, per accedere alla sfera dell\u2019inconoscibile\u201d (6), per raggiungere una verit\u00e0 che non pu\u00f2 essere fermata ma solamente percepita nell\u2019emozione di momentanei e stupefacenti bagliori illuminanti, che entrano per un attimo in contatto e risuonano insieme con i nostri mondi interiori.<br \/>\nLa visione poetica riesce a far vedere molto pi\u00f9 di un mero reportage, soprattutto quando la musica accompagna lo sguardo fondendosi in un tutto armonico di profonda spiritualit\u00e0, proprio come nelle riprese subacquee di Henry Kaiser, gi\u00e0 autore di quelle de L\u2019ignoto spazio profondo, o nei cunicoli scavati nel ghiaccio dalla lava vulcanica e avvolti in un irreale e assoluto silenzio.<br \/>\nNell\u2019estatico viaggio sotto il ghiaccio della telecamera, tra spazi, colori e forme di vita che sembrano appartenere a un altro pianeta, una voce femminile emerge dal coro che la sostiene e avvolge le immagini in un universo estatico; il richiamo delle foche invece sembra la perfetta sintesi naturale della fusione tra musica elettronica e suoni d\u2019ambiente in grado di amplificare ed esaltare le suggestioni percettive dello spettatore.<br \/>\nIl cinema e la musica hanno il potere di attivare e risvegliare qualcosa di universale per l\u2019uomo che lega ogni individuo nel profondo della sua sensibilit\u00e0, una sorta di immaginario comune insito in ognuno; un pathos atemporale e condiviso nella percezione estatica, come avviene ad esempio dinanzi a un capolavoro quale la Cappella Sistina di Michelangelo, i dipinti di Friedrich e le ouverture delle grandi opere wagneriane. E che nei film di Herzog si ritrova nelle riprese aeree sulle volute di fumo di Apocalisse nel deserto e La Soufriere e in quelle sullo splendido scenario di boschi e laghi di Grizzly Man, nei camera-car e nei miraggi tra le sabbie africane di Fata Morgana e negli straordinari paesaggi pittorici dai colori nordici di Cuore di Vetro e Nosferatu \u2013 Il principe delle tenebre.<br \/>\n\u00abHerzog \u00e8 un poeta dello schermo; la figura che sostiene il suo discorso \u00e8 l\u2019evocazione. Egli muove immagini cariche di fascinazione, che sembrano appartenere a tempi misteriosi, escrescenze storiche, luoghi appartati dove sono confluite le aspirazioni dell\u2019umanit\u00e0. Le immagini provocano sensazioni, esse stesse sono pregne di sensazioni; risentono dell\u2019evocazione di cui sono portatrici.\u00bb (7)<br \/>\nHerzog \u00e8 un esploratore dell\u2019animo umano che insegue sempre \u00abnel suo cinema lo stesso sogno, lo stesso obiettivo, quello di catturare, di portare allo spettatore delle immagini il pi\u00f9 possibile mai viste, inedite, estreme che vanno conquistate, catturate a prezzo di rischi, sacrifici personali compiuti innanzitutto dallo stesso cineasta.\u00bb (8)<br \/>\nIn Encounters at the End of the World \u00e8 lo stesso Herzog ad avventurarsi nei pericolosi cunicoli scavati nel ghiaccio dalla lava per riprendere in un irreale silenzio le strane forme e i meravigliosi colori riflessi, e contemplare il violento ribollire del magma del vulcano Monte Erebus e i suoi improvvisi getti ardenti dal bordo del cratere (il vulcano \u00e8 uno dei tre al mondo il cui magma \u00e8 visibile a occhio nudo dai suoi bordi), filmando cos\u00ec nel raggio di poche centinaia di metri la glaciale indifferenza della natura e la sua forza implacabile e selvaggia; dinanzi a queste immagini di eccezionale e rapita bellezza l\u2019autore tedesco riflette sull\u2019incerto futuro dell\u2019umanit\u00e0, destinata a scomparire, sopraffatta da una natura meravigliosa quanto crudele; una fine del mondo suggerita dal titolo che non \u00e8 dunque solo geografica ma anche fisica ed esistenziale.<br \/>\nRitroviamo, anche in questo film, l\u2019idea di una creazione incompiuta e di un\u2019apocalisse imminente che caratterizzano in maniera fondante la poetica di Herzog e richiamano alla mente la didascalia con cui si apre Fitzcarraldo: \u00abCayahuari-Yaru, cos\u00ec gli indios della foresta chiamano questo paese, il paese dove Dio non riusc\u00ec a portare a termine la Creazione; essi credono che torner\u00e0 soltanto dopo la scomparsa degli uomini per completare la sua opera\u00bb.<br \/>\nLe considerazioni del regista sull\u2019estinzione della razza umana proseguono sulle immagini dei resti di un elicottero precipitato, che ricorda le carcasse di automobili e aerei in lande desolate frequenti nei suoi film da Fata Morgana a Apocalisse nel deserto, e successivamente su uno storione congelato e conservato in un piccolo museo a settanta gradi sottozero, esattamente nel punto matematico che corrisponde al Polo Sud. In Encounters at the End of the World vi \u00e8 anche un altro museo, ovvero la capanna in legno dell\u2019esploratore inglese Ernest Shackelton, rimasta cos\u00ec com\u2019\u00e8 dalle sue esplorazioni d\u2019inizio Novecento, con in vista sugli scaffali i barattoli di cibo ancora sigillati.<br \/>\nTra i molti temi e immagini che nella cinematografia herzoghiana sembrano rincorrersi di film in film, dai vulcani ai comportamenti anomali degli animali, sino alla problematica dei linguaggi in estinzione (esposta da un linguista che vive in un luogo dove non esiste una lingua e coltiva ortaggi in una serra circondata dai ghiacci perenni), emerge qui ancora una volta una profonda riflessione sul senso e l\u2019esperienza del vedere e del non vedere.<br \/>\nNei primi minuti del film Herzog, insieme ad altre persone appena arrivate sul continente antartico, \u00e8 sottoposto a una prova di orientamento in condizioni di non visibilit\u00e0, in una divertente simulazione di una bufera di neve; uniti da una corda e con un cesto in testa, tutti seguendo il primo della fila sbaglieranno direzione e finiranno per ingarbugliarsi da soli.<br \/>\nLa fortissima dipendenza che l\u2019uomo ha dalla vista \u00e8 qui messa in scacco e riporta all\u2019esperienza della cecit\u00e0 e dell\u2019isolamento sensoriale della sordocieca Fini Staubinger, protagonista di Paese del silenzio e dell\u2019oscurit\u00e0, all\u2019educazione logica connessa allo sguardo di Kaspar Hauser, e alla maggiore sensibilit\u00e0 artistica e percettiva che si sviluppa nell\u2019oscurit\u00e0, come per il pianista cieco de L\u2019enigma di Kaspar Hauser e la sua profonda e penetrante interpretazione dell\u2019Agnus Dei. Lo stesso Herzog fu colpito e particolarmente segnato dalla perdita della vista, che fu per fortuna solo temporanea; in seguito a un episodio accidentale della sua giovinezza, in uno scontro con un altro giocatore in una partita di pallacanestro, egli cominci\u00f2 a vedere solo puntini e poi il buio, per ritrovare la vista dopo pi\u00f9 di un\u2019ora.<br \/>\nDopo l\u2019iniziale smarrimento nella simulazione della tempesta polare, Herzog si muove con maggior disinvoltura nel paesaggio antartico per realizzare un film che \u00e8 anche un film sul suo stesso farsi, sulla sua capacit\u00e0 e disponibilit\u00e0 di saper osservare e accogliere la realt\u00e0 e i suoi imprevisti.<br \/>\nAncor pi\u00f9 delle straordinarie immagini raccolte in soltanto tre settimane di permanenza nel continente di ghiaccio, l\u2019obiettivo del regista tedesco impressiona per gli incontri con un\u2019umanit\u00e0 stupefacente, paradossale e memorabile, che solamente lontano dalle masse pu\u00f2 mostrarsi nel suo splendore e incantarci con i suoi racconti.<br \/>\nNegli sguardi degli abitanti di questa piccola comunit\u00e0 ai confini del mondo brilla lo stupore e l\u2019amore per il mondo, il medesimo che muove Herzog a viaggiare e filmare, creare e contemplare.<br \/>\nDavanti alla telecamera un apache che fa il saldatore sfoggia le sue mani sostenendo che la loro particolare conformazione e il suo sangue sono di origine azteca; uno scienziato che vive da vent\u2019anni tra i pinguini, e ha quasi disimparato a parlare, viene stimolato da Herzog con domande alquanto bizzarre sul comportamento sessuale degli animali che studia; il biologo e sommozzatore Samuel Bowser sente di dover prendere la decisione di aver appena intrapreso la sua ultima immersione; un giovane ed eccentrico vulcanologo inglese si veste solo di tweed in onore dei primi esploratori antartici.<br \/>\nMa pi\u00f9 di tutti \u00e8 il filosofo Stefan Pashov, che in Antartide lavora guidando macchinari, ad affascinare il regista tedesco, per l\u2019idea di esplorazione dei paesaggi della mente, la predisposizione al viaggio e l\u2019interpretazione estatica e sognante del mondo: \u00abNoi siamo il veicolo attraverso il quale l\u2019universo prende coscienza della sua magnificenza\u00bb.<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\">Enrico Saba<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\"><a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2010\/09\/Encounters03.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-8678\" title=\"Encounters03\" src=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2010\/09\/Encounters03.jpg\" alt=\"\" width=\"620\" height=\"404\" srcset=\"https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2010\/09\/Encounters03.jpg 620w, https:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/wp-content\/uploads\/2010\/09\/Encounters03-300x195.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px\" \/><\/a><br \/>\n<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\"><strong>Encounters at the End of the World<\/strong> (USA\/2007)<br \/>\nregia, soggetto, sceneggiatura, suono: Werner Herzog \u2022 fotografia: Peter<br \/>\nZeitlinger \u2022 montaggio: Joe Bini \u2022 musiche: Henry Kaiser, David Lindley<br \/>\n\u2022 effetti visivi: Christopher Dusendschon \u2022 produttore: Henry Kaiser \u2022 casa di produzione: Discovery Films \u2022 interpreti: David Ainley, Samuel S. Bowser, Regina Eisert, Kevin Emery, Ryan Andrew Evans, Ashrita Furman, Peter Gorham, Werner Herzog, William Jirsa, Karen Joyce, Doug MacAyeal, William McIntosh, Olav T. Oftedal, Clive Oppenheimer, David R. Pacheco Jr., Stefan Pashov, Jan Pawlowski, Scott Rowland, Libor Zicha \u2022 paese: USA \u2022 anno: 2007 \u2022 durata: 99&#8242;<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\"><strong>NOTE<\/strong><\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\">(1) Gianni Celati, Documentari imprevedibili come i sogni. Conversazione con Gianni Celati, a cura di Sarah Hill, in <a href=\"www.zibaldoni.it\/archivio\/numeri\/06\/preludi\/documentari_imprevedibili.htm\" target=\"_blank\">Zibaldoni e altre meraviglie<\/a> &#8211; trimestrale on-line di racconti, studi, pensieri, stupori letterari.<br \/>\n<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\">(2) Nicola Bassano, I documentari di Werner Herzog: estetica di un\u2019ossessione, in <a href=\"http:\/\/www.kultunderground.org\/articoli.asp?art=436\" target=\"_blank\">Kultunderground<\/a><br \/>\n<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\">(3) Ibidem<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\">(4) Fabrizio Grosoli, Elfi Reiter, Werner Herzog, Il Castoro edizioni, Milano, 1994, p.15<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\">(5) In queste condizioni la pellicola tende a irrigidirsi e a non avvolgersi sul rullo.<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\">(6) Marta Lecca, La verit\u00e0 estatica di Werner Herzog. Incontri alla fine del mondo, in <a href=\"http:\/\/www.hideout.it\/index.php3?page=notizia&amp;id=4094\" target=\"_blank\">Hideout<\/a> <\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\">(7) Angelo Signorelli, Cuore di vetro, Cineforum 236, agosto 1984, p.60<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\">(8) Fabrizio Grosoli, Werner<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><strong><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\">Sempre di Enrico Saba, e sempre a proposito del cinema di Werner Herzog, RC ha pubblicato:<\/span><\/strong><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\"><a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=6416\" target=\"_self\">DOCUMENTARIO E FICTION NEL CINEMA DI WERNER HERZOG<\/a><br \/>\nin <a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=5533\" target=\"_self\">RC numero22<\/a> (febbraio 2010) pp.26-36<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\">IL CINEMA &#8216;FISICO&#8217; DI WERNER HERZOG<br \/>\nin <a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=6381\" target=\"_self\">RC numero24 <\/a>(aprile 2010) pp.38-44<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;\">WERNER HERZOG: UNO SGUARDO SUL MONDO DELL&#8217;UOMO<br \/>\nin <a href=\"http:\/\/www.rapportoconfidenziale.org\/?p=6790\" target=\"_self\">RC numero25 <\/a>(maggio 2010) pp.42-51<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il presente articolo \u00e8 stato pubblicato su Rapporto Confidenziale numero27 (ago 2010), pagg. 18-20 \u00abBisogna fare dei documentari imprevedibili come i 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