Inception > Christopher Nolan

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Il presente articolo è stato pubblicato su Rapporto Confidenziale numero27 (agosto 2010), pag. 25

Il cinema è sogno. Entri in sala e si attiva la sospensione dell’incredulità.
Disappunto. In multisala, dove devi prima superare l’incubo di mezz’ora di pubblicità e trailer.
In un imprecisato presente, Dom Cobb ed il suo gruppo sfruttano la tecnologia e raffinate capacità mentali per costruire ambientazioni e sceneggiature da innestare nel sonno altrui, allo scopo di carpire informazioni o per altre attività poco lecite. Uno è l’architetto, che progetta costruzioni così ben fatte da far credere alla vittima designata di essere sveglia e vivere realmente quello che gli sta succedendo in sogno, un sogno che l’altro popola con le proiezioni della propria realtà onirica. Di nuovo sospensione dell’incredulità.
Agli infiltrati rimane solo un oggetto molto personale, un totem, per non fare la stessa fine dei propri bersagli, per poter verificare all’occorrenza dove finisce il sogno, un ancoraggio alla realtà. Non casualmente un oggetto che è gioco e sorte: una trottola, un dado, uno scacco.
La missione impossibile diventa impiantare non solo un ambiente ma un’idea, facendo credere al soggetto che sia propria. Il disappunto di un padre, l’orgoglio di un figlio. Perché questa si radichi l’incredulità deve essere sospesa ad almeno tre livelli di profondità. Dalla realtà del film, in top class su un aereo di linea, al primo livello, una città piovosa. Dal secondo livello, Mister Charles, al terzo, un ospedale su una montagna innevata. Poche ore reali per un sogno lungo anche dieci anni, forse più, dal quale si rischia di non riuscire a tornare. Perché c’è un quarto livello, forse imprevisto, il livello più profondo e insidioso, quello che molto tempo prima fu di Cobb e della moglie Mal. Quello che può dare allo stesso Cobb la possibilità di riscattarsi, ma a che prezzo?
Intervallo: siamo al livello zero, la realtà fuori dal film. Il massimo che la ragazza riesce a chiedersi è solo come facciano i protagonisti della pellicola ad addormentarsi così rapidamente. Ma lei gode coi reality, nella sala accanto ci sono i Vanzina, forse l’aspettavano.
Macerarsi nel dubbio, come Il Cavaliere Oscuro. L’illusione per la mente che maschera la realtà di un corpo sedato e derubato, come in “Matrix”. Un nome, Dom, come l’amico da raggiungere in Fandango, altra storia di viaggio allo stesso tempo reale e interiore. Due fottuti irlandesi, padre e figlio, come “Nel Nome del Padre”, da cui prende in prestito anche un attore. Pellicole in cui il rischio è friggersi la mente, come “Johnny Mnemonic” e “Strange Days”. Un inseguimento sincopato tra le abitazioni, come in “Point Break”, e al mercato, come nel primo episodio della saga di Indiana Jones. Un piano maledettamente ben congegnato e simpaticamente criminale, come in “Ocean 11”. Christopher Nolan, in un cinema di rimandi e citazioni, riesce attraverso un film costruito come un blockbuster, ma non del tutto, ad invitare lo spettatore disposto a farlo a riflettere su quanto è labile il confine tra realtà e finzione, tra fatto e percezione. Come ad esempio la pubblicità o la televisione possano plasmare le menti o manipolare le masse. Come certa politica possa far passare per scontate idee che avrebbero fatto rabbrividire pochi decenni prima.
Pubblico di Amici, torna pure alla tua realtà. Per sfuggire al controllo bisogna far fatica, è molto più comodo scegliere la pillola blu. Per risalire bisogna arrivare in fondo. Vero Dom Cobb?

Inception
regia, sceneggiatura: Christopher Nolan; fotografia: Wally Pfister; montaggio: Lee Smith; musiche: Hans Zimmer; interpreti principali: Leonardo DiCaprio, Joseph Gordon-Lewitt, Ellen Page, Tom Hardy, Ken Watanabe, Dileep Rao, Cillian Murphy, Tom Berenger; paese: USA, UK; anno: 2010; durata: 148’

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