Dorothy Stratten

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dorothystratten

articolo pubblicato su Rapporto Confidenziale – numero6, giugno 2008 (pag.7)

10.6mb | 6.4mb | anteprima

Dorothy Stratten di Samuele Lanzarotti

Solo vent’anni di vita per una vera e propria icona dello scorso secolo: una meteora di straordinaria bellezza che in pochi anni sconvolse il mondo. La sua immagine è assolutamente in causa nella generazione dell’ideale di bellezza dei nostri anni, una figura seminale che si è incastonata permanentemente nel desiderante inconscio collettivo: bionda, statuaria, filiforme, maggiorata, ma tutt’altro che stupida.

Di modeste origini, Dorothy fu costretta molto precocemente a guadagnarsi faticosamente da vivere, iniziando a lavorare a soli 14 anni in una malinconica tavola calda, il “Dairy Queen”. Il suo aspetto era travolgente e gli squallidi avventori della bettola, tra un hot dog e una birra, non perdevano occasione per lanciarle infuocati apprezzamenti. Tra questi vi era Paul Snider, seducente ventitreenne, impresario e fotografo a tempo perso, che rimase letteralmente folgorato dalla scultorea cameriera, tanto da cominciare un tenace e instancabile corteggiamento. L’idea che ronzava nella testa di Snider, oltre a quelle scontate, era di lanciare la giovane nel patinato mondo dell’erotismo d’autore, simbolizzato in quegli anni dalle conigliette di Playboy. L’insistenza e il fascino di Snider convinsero Dorothy a posare per alcuni fulminanti scatti fotografici, che prontamente l’impresario inviò all’attenzione della rivista del rivoluzionario Hugh Hefner. L’immagine di Dorothy, contemporaneamente dotata di una purezza trasparente e di un’esplosiva fisicità, colpì i selezionatori della rivista, che in breve tempo proposero ai due di trasferirsi a Los Angeles, per lanciarla nel doràto mondo delle Playmates. Paul Snider e Dorothy, nel frattempo, avevano intrecciato un torrido rapporto di coppia, in cui il “possesso” di Snider verso Dorothy era totale, frutto forse di una rigida educazione, completamente incentrata e preoccupata del machismo sociale e sessuale. Dorothy fu eletta dai febbricitanti lettori della rivista di Hefner “Playmate dell’anno 1980″ e la sua carriera conobbe una rapida ascesa con la chiamata da parte del chimerico mondo del cinema hollywoodiano. I primi film, in ruoli secondari, furono i modesti “Autumn Born” e “Americathon”, in seguito Dorothy ebbe l’occasione di partecipare a episodi delle serie televisive “Buck Rogers” e “Fantasilandia”, che le permisero di allargare la sua popolarità tra gli spettatori americani. Naturale a questo punto che le fosse proposto il primo ruolo da protagonista in “Galaxina” di William Sachs, mediocre film di fantascienza, assolutamente nobilitato dalla sua figura. Nel frattempo il suo rapporto con Snider, diventato suo marito, era dominato dalla smisurata gelosia di quest’ultimo, che minacciava e opprimeva la ragazza in tutti i modi possibili. L’impresario megalomane era ormai preda di una labirintica ossessione verso Dorothy, come dimostra il fatto che fece targare la propria principesca automobile con l’effige “Star 80″. A questo punto successe l’inaspettato e si aprì uno spiraglio nella vita di Dorothy, rappresentato dalla possibilità di recitare nel nuovo film del celeberrimo Peter Bogdanovich “…e tutti risero”.

Peter Bogdanovich era in quel momento all’apice della carriera, con alle spalle meravigliosi libri e documentari su Orson Welles, John Ford e Fritz Lang e importanti pellicole quali “Bersagli”, “L’ultimo spettacolo” e “Paper Moon”.

Tra i due nacque immediatamente un rapporto speciale, il regista ricorda: “era una delle persone più coraggiose che mi sia capitato di incontrare…inoltre, era velocissima nell’apprendere…capiva al volo…aveva fatto una vita d’inferno con quel marito mostruosamente abile nello sfruttarla e nell’abusare di lei, ma voleva essere un’attrice e aveva il talento per riuscirci”.

Dorothy finalmente trovò così la forza di lasciare il marito e si trasferì a casa di Bogdanovich, ma Snider non mollò la presa, perseguitandola continuamente sul set, minacciandola ripetutamente e parallelamente non perdendo un istante della sua vita, grazie a complicati pedinamenti, messi in atto da arcigni investigatori privati.

La situazione pesava severamente sulla povera Dorothy e sul compagno Bogdanovich, che svela: “Dorothy era una donna bellissima, troppo bella per essere vera…era profondamente attratta da un libro su “Elephant Man”, quello vero, da cui Lynch ha tratto il suo film…avevo notato che una delle ragioni per cui Dorothy si identificava con l’uomo elefante era il fatto che quando camminava per la strada tutti la guardavano. La cosa la metteva terribilmente a disagio. Le chiesi “che sensazioni ti dà?”. Lei mi rispose “è come se fossi deforme”…quell’uomo bruttissimo e quella donna stupenda condividevano la sensazione di essere diversi, si sentivano entrambi a disagio, strani ed esclusi”.

E il mondo non è tenero verso i diversi…lo psicotico Paul Snider, il 14 Agosto 1980, prima violenta, poi uccide Dorothy Stratten con un colpo di pistola al volto, abusa del suo cadavere, per poi suicidarsi.

Peter Bogdanovich non sarà più sé stesso, perderà una fortuna nell’autarchica e utopica distribuzione diretta di “…e tutti risero”, colossale fiasco commerciale e sposerà in seguito Louise Stratten, sorella minore di Dorothy.

Con la mente rivolta a Dorothy Stratten, regalerà in seguito al mondo del cinema un autentico capolavoro quale “Mask” (in italiano “Dietro la maschera”), in cui la storia del ragazzino con la faccia di leone è un’evidente dedica alla rimpianta Dorothy Stratten.

“Da quando per la prima volta stetti seduto vicino a te nel pergolato, la prima e la più pura gioia che tu mi donasti fu di sentirmi più nobile, più grande, migliore per mezzo tuo. Immerso nella bellezza del tuo essere, docile al più lieve cenno, adorandoti e amandoti come un fanciullo, così preferivo raffigurarmi di fronte a te. E mentre ti guardavo più profondamente, questi sentimenti crescevano; quanto più io crescevo per mezzo tuo, più forza e personalità essi acquistavano, e quando intuii che mi amavi, fu loro data tutta la forza del più beato godimento; ma ora che so che sei tutt’uno con me, essi mi innalzano ad altezze che nessun mortale ha raggiunto.” (Wilhelm Von Humboldt)

(citazioni dall’articolo di David Grieco, “l’Unità” 31/10/2002)

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