Carrie > Brian De Palma

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La letteratura orrorifica di Stephen King ha sempre avuto la caratteristica di far scatenare i fenomeni paranormali nel tessuto borghese e culturalmente mediocre della provincia americana. Un mondo fatto di estremisti religiosi, di villette in legno dipinte di bianco, di tragedie che si consumano negli sgabuzzini e nelle camerette, dove gli adolescenti si dividono in due categorie: quelli bravi, buoni e belli, e quelli sfigati che di conseguenza si trasformano in brutti e impacciati. Carrie White fa indubbiamente parte di questa categoria. Zimbello delle compagne che non fanno altro che prendersi gioco di lei e in balia di una madre che la opprime con le sue idee religiose, Carrie tira dritto sulla strada, testa bassa, libri sul petto come a difendersi dal mondo. La ragazza però scopre però di avere degli strani poteri: quando si arrabbia infatti ha la capacità di spostare oggetti. Tutto però sembra prendere una direzione diversa quando un ragazzo la invita al ballo di fine anno. Ma è un’altro modo per prendersi gioco di lei: e i suoi poteri si scateneranno.
“Carrie, lo sguardo di Satana” è uno degli adattamenti più convincenti di un romanzo del re dell’horror grazie a una sceneggiatura solida e fedele quanto basta (ad opera di Lawrence D. Cohen) e alla regia di Brian De Palma che ben riesce a trasmettere non solo l’atmosfera, ma anche le sensazioni della protagonista. L’orrore viene preparato piano piano per buona parte della pellicola, somministrando dettagli, costruendo abilmente personalità e giocando con una regia che è sì capace di descrivere l’orrore, ma è ancora più efficace nel ricreare tutto ciò che lo precede. Prendiamo ad esempio tutta la lunga sequenza del ballo di fine anno: De Palma non ha fretta di arrivare nel sanguinolento finale, ma espande quasi il tempo di durata, sfruttando una regia che ben conosce i toni della commedia sentimentale. Non solo le compagne di classe si prendono gioco di Carrie, ma anche il regista si prende gioco dello spettatore, immergendolo in questa atmosfera magica in cui tutto funziona per la povera Carrie che oramai sembra aver trovato la giusta redenzione. Ma il giocattolo si rompe e l’inganno si svela: Carrie avanza col suo cavaliere verso il palco, incoronata reginetta del ballo, un ralenti enfatizza più che mai la gioia della ragazza. Un ralenti che continua, che registra i flash, i sorrisi, i volti pieni di stupore, la bellezza disarmante, e che non smette nemmeno quando un secchio pieno di sangue di maiale piomba addosso a Carrie. Qui il ralenti, pur essendo sempre lo stesso, assume significato del tutto diverso: ora sappiamo che l’enfatizzare del tempo non è più l’allungamento temporale di quelle che le ragazze chiamerebbero il giorno più bello della mia vita, ma si fa tremendo annuncio della tragedia che accadrà. Anche qui De Palma sperimenta con un uso interessante dello split-screen e con effetti di luce che sembrano il preludio a “Suspiria” di Dario Argento.

Intessuto di richiami religiosi e fondato sulla simbologia del sangue (le mestruazioni, il secchio di sangue di maiale, il crocifisso), “Carrie – Lo sguardo di Satana” è impreziosito dalla bella interpretazione di Sissy Spacek (già vista ne “La rabbia giovane”) che ben riesce a portare sullo schermo un personaggio complesso come quello di Carrie, tanto da farle guadagnare una nomination agli Oscar come Miglior Attrice Protagonista. Brava anche Piper Laurie nel ruolo della madre di Carrie. Si segnala inoltre la presenza di un giovane John Travolta, ma il suo ruolo è cosa da poco.

Seguito da “Carrie 2 – La furia” (“The Rage: Carrie 2″, Katt Shea, 1999), da una versione televisiva e pure da un musical che non andò tanto bene.

Carrie
(“Carrie, lo sguardo di Satana”, USA, 1976)
Regia: Brian De Palma
Soggetto: Stephen King
Sceneggiatura: Lawrence D. Cohen
Musiche: Pino Donaggio
Fotografia: Mario Tosi
Montaggio: Paul Hirsch
Cast: Sissy Spacek, Piper Laurie, Amy Irving, William Katt, Nancy Allen, John Travolta
98′

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