Hello Jeep! > Federico Fellini & Kremos

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Il presente articolo è stato pubblicato su Rapporto Confidenziale numero34 (estate 2011), pagg. 40-49

Il mistero del cartone scomparso
di Federico Fellini e Kremos –
La vera storia di “Hello Jeep!

di Mario Verger

(Hello Jeep! – 1944 – il primo cartoon di Federico Fellini & Kremos. nella foto: Fellini, Gibba e Ramponi, Zerboni, Coarelli, Panei)

Risale al 1944 Hello Jeep! (1), il cortometraggio introvabile firmato dal giovane umorista del “Marc’Aurelio” Federico Fellini. La direzione artistica venne inizialmente affidata a Luigi Giobbe, al quale successe Niso Ramponi, all’epoca conosciuto come Kremos, che giovanissimo diresse gran parte delle animazioni. Sta di fatto che questo cartone animato oggi rappresenta una specie di chimera per tutti gli appassionati del genere e più specificatamente di Fellini, il quale lo realizzò ancor prima che il suo nome divenisse famoso in tutto il mondo.
Riporterò notizie inedite lasciatemi intuire molti anni or sono, sia da Fellini, sia in seguito da Niso Ramponi, e in ultimo da Gibba, che ha svelato come andarono realmente le cose riguardo al primo e unico leggendario film animato firmato Federico Fellini.
Nel 1944, in una Roma appena liberata dalle truppe della V Armata, Fellini aprì un negozio di caricature per i soldati americani, che potevano così mandare a casa i loro ritratti. Si chiamava “The Funny Face Shop”, sito in via Nazionale all’altezza della Banca d’Italia, e occupava semplicemente una parte di un negozio di scarpe: fu però un successo immediato con guadagni notevoli. Fellini chiamò a sé gli amici caricaturisti quali De Seta, Verdini, Camerini, Scarpelli, Majorana, Guasta, Attalo, Giobbe, Kremos, Migneco, Gèleng, a cui si aggiunsero Gibba, Panei, Coarelli e Zerboni.
Fellini era il creatore delle “scenette”, mentre Kremos le disegnava: scene di Roma che raffiguravano il Colosseo, Fontana di Trevi, ecc. con dipinti sopra, in carrozzella, una ragazza in compagnia di un soldato americano la cui testa era costituita da un grande ovale lasciato provvisoriamente vuoto. Venivano nel negozio gli americani, sceglievano la scenetta di loro gradimento e, posando, Fellini aggiungeva al grosso faccione i connotati ritraendo in caricatura il soldato di turno. «…E chissà quanti americani, senza saperlo, si ritrovarono la caricatura fattagli dal giovanissimo Fellini su quelle scenette disegnate da Ramponi», commentò divertito Zerboni.
Fatto sta che nel negozio un giorno fece visita Roberto Rossellini per chiedere a Fellini di convincere Aldo Fabrizi ad interpretare Roma città aperta, tanto che dopo questo incontro, andata la cosa a buon fine, gli firmò un contratto per collaborare alla sceneggiatura del film. Ma l’estro dell’originalissimo umorista non finì qui, in quanto, in omaggio alla tanto attesa liberazione, propose la realizzazione di un breve cartoon umoristico dal sapore patriottico-postbellico, pensando di abbinarlo al lungometraggio dal vero Roma città aperta. Data a Fellini risposta affermativa da parte della finanziatrice del film, venne allestito con tavoli e banchi luminosi un grande stanzone dell’enorme ufficio dove aveva sede la Nettunia Film.
Fellini, lavorando contemporaneamente al negozio e alla sceneggiatura e ai lay-out del cartone animato, poté immediatamente contare sull’apporto tecnico dei suoi validissimi amici del Funny Face Shop, Giobbe e Kremos, i quali avevano da poco finito di lavorare, a due passi da via Nazionale, alla Macco Film e alla Incom, chiamando nuovamente alcuni animatori delle due surriferite case di produzione della Capitale.
Alvaro Zerboni, in seguito direttore di riviste Lancio quali “Playboy” e all’epoca giovanissimo animatore di Hello Jeep! (2), ha cercato di fare un po’ di luce tra le nebbie di un passato lontano più di sessant’anni:
La Nettunia Film aveva i suoi uffici in via Francesco Crispi, sopra a un bar-biliardo noto come il Mocaino (3). Uno stanzone di questi uffici, forse il più grande, era quello dove si concentrava la realizzazione di Hello Jeep!. Fellini aveva scritto un brogliaccio accompagnato da alcuni schizzi delle situazioni in cui una jeep usciva da una fabbrica e affrontava in guerra uno stukas. Il “cartone” veniva poi modificato strada facendo, a mano a mano che procedeva la lavorazione grafica.

(Schizzo originale di Hello Jeep!)

Sulla lavorazione:
«Ci lavorammo almeno tre mesi. Io ricordo anche una specie di concorso tra noi per chi sarebbe riuscito a realizzare un pesciolino originale (ovviamente la gara fu vinta da Niso che era di gran lunga il più bravo di tutti) perché la jeep, nel suo percorso, doveva attraversare anche un fiume dove si imbatteva con il simpatico pesce. […] Ricordo che c’era anche una colonna sonora con i rumori della battaglia e con una musica di fondo. Come già ti ho anticipato si era sparsa tra noi la convinzione che quella musica portasse jella. Credo che anche per questo motivo, Fellini evitò sempre di parlare di questo periodo. Anche con me, seppure successivamente, a distanza di molti anni, quando consolidammo rapporto e amicizia».

In merito a Luigi Giobbe, Zerboni ricordava:
«Per una delusione d’amore Giobbe si sparò. Il proiettile rimase conficcato nel cuore, senza ledere però il funzionamento di quell’organo vitale. Ramponi, Coarelli, Panei ed io lo andammo a trovare in ospedale qualche giorno dopo. Si era ripreso e scherzammo con lui su quell’episodio. Continuò a collaborare però con minore impegno ma, di fatto, fu Niso a dirigere il prosieguo della lavorazione» (4).

(Niso Ramponi in arte Kremos)

Niso Ramponi, tra i veterani dell’animazione italiana, collaborò non ancora diciottenne come ideatore delle copertine del “Travaso” e a diversi film d’animazione di epoca bellica. Chiuso da anni in totale riserbo, fu estremamente gentile ad invitarmi una sera a casa sua appositamente per scavare nei ricordi del “lontano 1944”. Abitava in via dell’Acquedotto Paolo, una stradina adiacente al Policlinico Gemelli. Niso ebbe una formazione artistica di tipo classico, frequentò a Roma il liceo artistico di via Ripetta, dove fu allievo di Walter Lazzaro, il “pittore del silenzio”.
Kremos era un uomo alto dall’aria bonaria, con delle belle mani affusolate e vidi che, nonostante destrorso, teneva la sigaretta a sinistra; mentre si parlava di Hello Jeep!, notai che possedeva lineamenti e carisma felliniani. La cosa curiosa era che anche sua moglie, un’elegante e raffinata signora dall’aria simpatica, assomigliava in modo notevole a Giulietta Masina. Mi chiese se gradissi bere del whisky e, nello stesso tempo, Ramponi mi mostrò alcune tavole originali che gli erano rimaste del film. Ci tenne a spiegarmi che «Il nome Kremos derivava dal fatto che, quando facevo il militare, non potendo prendere delle commissioni di lavoro a mio nome, le reperiva per mio conto un amico che di cognome faceva Cremo. Cominciando ad avere successo con questo pseudonimo, decisi di agire per mio conto aggiungendovi la ‘esse’ e mutandolo definitivamente in Kremos».

(Schizzo originale di Hello Jeep!)

Ho qui degli appunti che Gibba scrisse all’epoca:
«Achille Panei ritenta con i cartoni; assieme a Federico Fellini, l’umorista di “Marc’Aurelio”, che sta cercando di portare a termine un cortometraggio che si intitolerà Hallo Jeep! […] La Nettunia film, produttrice del cortometraggio, ha uno studiolo nelle vicinanze del Tritone. Panei, accennando con fare scanzonato a Fellini, che gli sta seduto accanto e lo osserva con attenzione mentre anima il pupazzetto della jeep, dice: “Questo è un rompipalle che vuol mettere becco su tutto; anche qua adesso!”. Fellini, magrissimo, con un testone pieno di capelli, mi guarda e sorride, poi, con marcato accento emiliano e con una vocina chioccia alquanto canzonatoria, risponde: “Achille, io non so disegnare, ma è per questo che sono un rompiballe: voglio imparare a fare quello che sai fare tu…”. Mentre il gnè-gnè di Fellini prosegue per ribadire che lui ci terrebbe molto ad animare i disegni, dato che questo da sempre, è stato il suo sogno e via di questo passo, Panei fa spallucce e sbuffa; poi mi domanda: “A Gi’, perché non ti fermi a disegnare con noi?”. “Resterei, se qualcuno fosse in grado di assicurarmi una anche minima continuità di lavoro».

(Schizzo originale di Hello Jeep!)

La “continuità di lavoro” fu assicurata a Gibba per poco tempo visto che preferì tornare ad Alassio per fondare l’Alfa Circus. Ritornò a Roma solo a fine lavorazione per dei ritocchi, mentre Fellini, Kremos, Panei e gli altri rimasero al lavoro ancora pochi mesi fin quando la Nettunia fallì per la solita mancanza di quattrini. Kremos mi spiegò:
«Il film l’aveva iniziato Giobbe; poi s’è sparato o gli hanno sparato, non si sa bene. È andato all’ospedale e la sceneggiatura l’ha così continuata Fellini che, prima di andare a Cinecittà, ci faceva trovare dei brani di sceneggiatura, e si proseguiva così… a tozzi e bocconcelli. Finché la produttrice della Nettunia Film, la Contessa Politi (5), vendette “Roma città aperta”, ancora incompleto ad un uomo delle forze armate americane (6) venute in Italia, lasciando così il cartone in sospeso».

(Schizzo originale di Hello Jeep!)

Kremos continuò a raccontare col suo colorito accento romanesco che «Fellini non aveva realizzato i disegni ma faceva solo delle semplici vignette che dovevano essere lo storyboard; ma erano proprio dei ‘canovaccetti’, degli ‘accenni’… La trama del film più che altro era una serie di gag che riguardavano la lotta fra lo stukas e la jeep, ma non c’erano personaggi umani né altro. Girammo le celluloidi nientemeno che al Ministero della Difesa e dell’Aeronautica (7), dove c’era una sezione di ripresa a passo uno. E noi così… alla chetichella giravamo lì», aggiunse Kremos ridendo. «Un tipico lavoro “all’italiana”».
«In ultimo», proseguì nei ricordi, «eseguivo anche le scenografie, cioè i fondini, perché si doveva concludere al più presto, poiché avevano capito che i soldi stavano finendo! Chi ne ha acquistato i diritti fece un affare perché era stato concepito per abbinarlo col film di Rossellini, mentre venne comprato dall’americano solo quest’ultimo. Mi pare che pagò il cartone animato 12 milioni d’allora. E mentre in Roma città aperta c’erano i soliti ‘fegatini’ da finire, ed è stato terminato dal nuovo produttore, Hello Jeep! (8) invece chiuse proprio i battenti».
Fra un bicchiere e l’altro, incalzai con le domande e Kremos continuò.
«Il film durava intorno ai dieci minuti, era a colori ed eseguito sul triacetato di celluloide infiammabile; pure quello era un residuato bellico poiché all’epoca i rodovetri non erano di facile reperimento e trovammo d’occasione queste vecchie celluloidi, sul genere, qualcuna era già stata usata. La storia era un po’ “masticata” perché, come dire, non era neanche umoristica; erano più che altro delle gag che riguardavano la lotta fra questa jeep, che era una “femminuccia” ed il carrarmato Herrmann, dalla parte dei liberatori, che invece era un “maschietto” col muso a proboscide come un elefante, che altro non era se non il cannone che fungeva da naso. Lo stukas era invece l’antagonista, ma non è che vi fosse una trama ben precisa; non c’era, che ricordi, musica. Infatti lavoravamo al “buio”, come al solito qui in Italia, senza una traccia musicale. Questo, purtroppo, è un vizio italiano…».
Kremos alla fine di questa indimenticabile serata, dopo vari bicchieri di whisky e molte sigarette, volle regalarmi le uniche tavole esistenti di Hello Jeep!, sulle quali scrisse: «Hello Jeep! a Mario Verger, il nuovo Disney Italiano. Niso». L’incontro col Maestro Niso Ramponi risale all’ottobre nel ’97. Nel 2000, a seguito della scomparsa della moglie, Niso venne portato a Bozzolo, in provincia di Mantova, a vivere da sua figlia Anna Maria, dove vi rimase per qualche anno finché il mondo del cinema di animazione perse anche il grande e straordinario Kremos (9).

(Disegno autografo di Kremos su Hello Jeep!)

Ma com’era l’ambiente “lavorativo” alla Nettunia film, capitanato dalla quanto mai stravagante “Contessa”? Zerboni ricorda appunto che alla Nettunia c’era un telefono e, quando la Masina partorì, chiamò Fellini per comunicarglielo. «È racchio? È racchio?», diceva spiritoso ma contento Federico. Gli altri ricordi che abbiamo furono raccontati da Niso ad Alberto Rosa, allievo di Gibba nonché assistente di Ramponi che insegnò per vent’anni all’Istituto Roberto Rossellini (guarda caso) alla Vasca Navale sotto i Besesti.

(Niso Ramponi e Alberto Rosa)

«Il ricordo più divertente è legato ad un episodio dell’immediato dopoguerra, poco dopo l’ingresso degli americani a Roma. Quando lui me lo raccontò, insaporito dal suo romanesco, gli venivano ancora le lacrime agli occhi dal ridere, e figurati a me!
Niso faceva parte di un gruppo di persone fra le quali Roberto Rossellini, che di lì a poco avrebbe girato Roma città aperta, e Federico Fellini, che a quell’epoca sbarcava il lunario facendo caricature ai soldati americani, con un banchetto e due sgabelli, un po’ come oggi accade con gli stranieri che passano a piazza Navona.
Niso mi raccontò che questo gruppo di futuri maestri del cinema ruotava intorno alla singolare figura di un’anziana contessa, che per quei tempi e ad onta della sua età, in un’epoca ancora ferocemente maschilista e in un clima di miseria generale, era donna di eccezionale temperamento imprenditoriale, e non solo imprenditoriale…
Lei aveva conoscenze dappertutto: in politica e nella nobiltà, fra gli industriali e nella curia romana, era insomma una manager ante-litteram, decisissima a voler produrre dei film.
Non ricordo il nome di questa contessa, la quale aveva affittato un appartamento che doveva trovarsi in una di quelle strade dietro la sede del “Messaggero”, fra via Rasella e via degli Avignonesi (tra l’altro sedi di notorie case di tolleranza!), dove aveva costituito una società di produzione cinematografica che, nonostante gli scarsi mezzi finanziari e tecnici dell’immediato dopoguerra, doveva produrre dei film.
Dalla descrizione che Niso mi fece il tutto doveva essere un po’ come in certe vignette di Attalo che hanno poi ispirato alcune scene romane dei film di Fellini.
Per dare l’impressione di grande attività, nell’ufficio, era stato sistemato un telefono da teatro di posa. Non essendoci alcuna linea telefonica – costava troppo! – veniva utilizzato per inscenare presunti colloqui con non ben specificati produttori – rigorosamente americani – quando qualcuno bussava alla porta.
In questo appartamento doveva svolgersi una vita molto strana… la contessa era il fulcro centrale, e attorno a lei si affaccendavano alcune figure tanto reali per quei tempi quanto incredibili, viste con gli occhi d’oggi. Il primo era un misterioso personaggio – forse transfuga da qualche brigata della ex Repubblica di Salò – che fungeva da maggiordomo/cuoco/autista, al quale, in cambio dei suoi servigi, era stata concessa una stanza per sé e tutta la sua famiglia che si era portato appresso.
Date le ristrettezze, costui girava ancora con i pantaloni e gli stivali delle guardie repubblichine, sicuramente unico suo paio di calzature, probabilmente salvate nella fuga dal nord.
Il resto della sua famiglia era relegato nella stanza, dove c’era di tutto: dal fornelletto per cucinare, ai fili tirati da una parete all’altra per stendere i panni, al letto, e quant’altro.
Quando questo ex milite cucinava – e non ti dico che raffinatezze, si sganasciava Niso – gli effluvi della cucina permeavano tutto l’ufficio della picaresca produzione.
C’era poi la figura – importantissima – di un giovanotto di paese, tale Achille(10), belloccio secondo i canoni dell’epoca, di prestante costituzione fisica e di almeno 35 anni più giovane della contessa, il quale era stato reclutato da lei (“a gratis”, sempre come mi descriveva Niso), con la grandiosa promessa di fargli interpretare, in un improbabile futuro, “alcuni film”.
In attesa di questo luminoso futuro, questi – per il momento – si porgeva ad altre mansioni, accuratamente omesse dalla contessa alla propria figlia che – dal racconto di Niso – doveva avere più o meno l’età di questo ragazzo.
Nel frattempo il giovanotto veniva ufficialmente presentato agli astanti come “segretario personale” della vispa contessa.
Niso mi disse anche che spesso la contessa si tratteneva oltre l’orario d’ufficio per inevitabili “ragioni di lavoro” – e qui Niso mi faceva l’occhietto – e così aveva sistemato una stanza-ufficio per sé, per riposare quando ne sentiva il bisogno.
A detta di Niso, sembra che essa sentisse spesso questo bisogno… anche perché al suo segretario non venissero proposte incombenze, magari da altre case di produzione… più giovani!
Tutti avevano mangiato la foglia ed anche il ramo, l’albero e le radici, ma dato che erano persone di mondo e che da lei dipendeva il loro possibile futuro lavoro, il loro comportamento era conseguente.

(Schizzo originale di Hello Jeep!)

Ma Achille spiccava anche per un suo strano comportamento: era ferocemente geloso, molto più che della contessa, di una vecchia valigia dalla quale non si separava mai, ovunque andasse.
L’oggetto aveva sollevato la curiosità di tutti, poiché nessuno sapeva cosa c’era dentro, e poiché, quando veniva mossa, “faceva un rumore strano”, così mi disse Niso.
Tutti si domandavano cosa mai ci potesse essere dentro la valigia, e si facevano scommesse sul contenuto: chi diceva che c’erano delle carte importanti, chi monete, o forse gioielli, dato il tipo di rumore, altri non sapevano cosa pensare, ma pur essendo tutti onesti, dato il comportamento sospettoso dell’Achille, erano diventati curiosi, e volevano semplicemente sapere! Finché un giorno, in assenza del proprietario che miracolosamente l’aveva dimenticata, riuscirono ad aprirla.
Con grande sorpresa, il contenuto si rivelò essere di due sacchetti di fave e piselli secchi, conservati con grande cura: probabilmente un po’ di cibo di riserva portato dal paesello natio! Questo per dare un’idea di cosa fosse la fame durante quel periodo di dopoguerra e borsa nera.
La valigia venne richiusa con cura e il giovanotto mai seppe che il suo segreto era stato scoperto.
La contessa era gelosissima di questo segretario personale, e lo voleva sempre accanto a sé, anche perché nell’appartamento era sbarcata una ragazza che si adoperava da dattilografa, anche lei regolarmente reclutata con promessa di fare un giorno l’attrice (ricordati che era il primissimo dopoguerra, tempi da film Roma ore 11… ), la quale, talvolta, lanciava occhiate assassine al bell’Armando.
Un bel giorno la contessa annunciò che sarebbe andata a Milano, presso alcune sue conoscenze industrial-nobiliari per cercare finanziamenti, per produrre proprio quello che poi sarebbe diventato il capolavoro di Rossellini, o un altro film; fatto sta che la dinamica contessa, non appena arrivata alla stazione di Milano, scivolò sul marciapiede ghiacciato, rompendosi una gamba!
Così non riuscì avere i contatti con i finanziatori tornando, appena poté, subito a Roma con tutta la gamba ingessata e – contro il parere della figlia che la voleva a casa con sé per curarla – si sistemò immediatamente nella sua stanza in ufficio, asserendo che lei non poteva assolutamente tralasciare i contatti di lavoro e solo da lì poteva fare tutto.
E così poteva controllare anche Achille.
Il cuoco ex-repubblichino ebbe il suo daffare a risistemarla come effettiva stanza da letto e a far cucina separata anche per la contessa; ed anche il prestante Achille, che ufficialmente dormiva in una stanzetta piccola dell’appartamento, ora non poteva esimersi dai suoi doveri da segretario stando praticamente tutto il giorno nella stanza-quartier generale della contessa.
La contessa era felicissima della situazione creata, l’Achille molto meno… Sennonché, durante una qualche pausa pomeridiana, la donna si svegliò e, non trovando nella stanza il suo Achille, lo chiamò allarmata con la scusa del classico bicchiere d’acqua; ma dato che lui rispondeva all’appello dalla sua stanzetta dicendo di aspettare che sarebbe arrivato di lì a poco, messa in agitazione anche da soffocati rumori lontani che si percepivano, ripeté insospettita la richiesta, mentre la voce stranita del segretario continuava a implorare di aspettarlo, e che di lì a poco sarebbe… venuto: “Spèttame! non te move! angora ’nu momendo, mo’ vengo da te!”.
Insospettita, in un impeto di energia, piena di gelosia, decise di andare a controllare e con tutta la gamba ingessata riuscì ad alzarsi e, non avendo altro a disposizione, prese la sedia che aveva accanto al letto poggiando la gamba ingessata sullo schienale, spingendola avanti a sé, continuando a invocare “Achille! dove sei?! Achille!!”; faceva rumore per il corridoio, avvicinandosi sempre più alla stanzetta, dove il povero Achille stava tentando di terminare lo “straordinario” con la segretaria… ma proprio quando la sedia era ormai a due o tre metri dalla porta, accadde l’imprevisto: bastò una mattonella del pavimento un po’ fuori piano, che provocò la caduta di sedia e contessa!
Ci fu un grande urlo: la contessa si era rotta anche l’altra gamba!
» (11).

(Gibba e Niso Ramponi)

Ma torniamo al nostro film. Pare quindi che Hello Jeep! non fu portato a termine, anche se i miei maestri Gibba e Kremos – e ora anche Zerboni – mi assicurarono che esistevano però – e questo è certo – una sessantina di metri in pellicola 35 mm (12) girati da Grassetti, all’epoca più volte visionati dall’équipe della Nettunia, nei quali, riprese le prime celluloidi, si vedeva l’inizio del film in cui la jeep usciva da una fabbrica, mentre dal cielo spuntava lo stukas con cui duellava.
Anni fa Marco Giusti, uno dei due autori di Blob, mi rivelò che Tatti Sanguineti dovrebbe avere un’intervista nella quale Fellini gli parlava (per circa mezz’ora) di Hello Jeep!; intervista che a tutt’oggi sarebbe andata perduta.

(Schizzo originale di Hello Jeep!)

(Schizzo originale di Hello Jeep!)

E adesso possiamo usare il termine “finis” – parafrasando un’altra interpretazione di Aldo Fabrizi antecedente Roma città aperta – riguardo alla vicenda di Hallo Jeep!. Gibba, infatti, nella sua soffitta di Alassio, in mezzo alle antiche carte, ha recentemente ritrovato una lettera e un telegramma, entrambi del 1945. I reperti sembrano togliere ogni dubbio:

«Carissimo Gibba […] dopo la tua partenza la Incom fallì (fu dopo l’8 settembre) noi ci trovammo allora in cattivissime acque, perciò dovemmo metterci in cerca di lavoro e sfuggire alle retate dei tedeschi […] intanto avevo conosciuto un comune amico, Attanasi (13), e con lui ci mettemmo a costruire giocattoli […] e mettemmo su uno stabilimento molto in grande e facemmo buoni affari; ma poi, per cause che ti dirò la fabbrica fallisce mentre Toni continua a fare giocattoli […] io mi recai da Giobbe (che forse tu conoscerai) e insieme a Ramponi, Panei e l’immancabile Ceccotti facemmo un cartone animato dal titolo Hello Jeep!: soggetto “fetente”, ma che fu da noi animato abbastanza bene, credo anzi sia l’unico cartone riuscito, solo non fu portato a termine con lucidatura e coloritura perché i finanziatori non vollero più cavare un soldo (come al solito d’altronde); allora io e Ramponi ci mettemmo a lavorare sui giornali, e precisamente su “L’ometto Pic” e il “Giramondo” ai quali tuttora lavoriamo […]. Achille ti saluta e appena può ti scrive.
Firma Franco Coarelli
».

«Roma, 18/3/1945. Caro Gibba, alla Nettunia c’è bisogno del tuo lavoro, si tratterebbe di un’aggiunta al film Hallo Jeep! che tu già conosci, inoltre dovresti eseguire anche un certo numero di fondini che verrebbero pagati a parte (800 lire ognuno circa)…
P.S.: per l’aggiunta al film Hallo Jeep! si tratterebbe di un mese di lavoro circa…
Firma Achille Panei
».

(Hello Geeb!)

E Gibba, sui tanti misteri, le parole sussurrate, le smentite e le mezze verità, le contraddizioni dette da chi “non ricorda” o chi “non vuole ricordare” solo per mantenere in se stesso e negli altri semplicemente… un bel sogno di ragazzi, uno dei quali divenuto famoso in tutto il mondo, accompagnò le due preziose missive concludendo: «…Rovistando dunque ho ritrovato queste due basilari memorie. A te trarre la conclusione circa ‘il mai finito’ film. Ciao, Gibba».
E voi, amici lettori, quali conclusioni traete? (14)

Mario Verger

Note

(1) L’équipe di Hello Jeep! era così composta: regia e soggetto Federico Fellini; ideazione Federico Fellini, Achille Panei; direzione artistica Luigi Giobbe; animatori Niso Ramponi, Achille Panei, Franco (?) Coarelli, Alvaro Zerboni e l’aiuto animatore Ferrara; scompositori Vittorio Scotti e Gigi Biscardi (entrambi ex Macco Film), Bice (?) detta Bicetta (ex fidanzatina di Achille Panei all’epoca di Hallo Jeep!), Ida Ceccotti (ex Incom); inchostratori Aldo De Sanctis (già capo reparto lucidi e colori alla Macco Film); coloritrici Giovanna Lombardo, Xenia Ceccotti (sorella di Ida), De Angelis; scenografie Niso Ramponi; riprese Eugenio Fontana con l’aiuto operatore Orlando Grassetti.

(2) Inizialmente il film si intitolava Hello Jeep!, e non Hallo Jeep!, come subito dopo fu chiamato; vedi anche Piero Zanotto, Fiorello Zangrando, L’Italia di cartone, Liviana Editrice, Padova, 1973, p. 110.

(3) Mocaino, locale bar-biliardo sito in via F. Crispi 19, ora ristorante Giulio all’Osteria del Crispi.

(4) Lettera di Alvaro Zerboni a Mario Verger datata 25 aprile 2006

(5) Contessa Chiara Politi, moglie morganatica di Re Fuad d’Egitto.

(6) L’americano in questione era Rod Geiger.

(7) Niso in seguito mi rivelò che, nonostante le riprese le fece Fontana, il vero operatore era Grassetti.

(8) Iniziato nell’autunno del 1944 e concluso nella primavera del 1945.

(9) Niso Ramponi, Roma 6 gennaio 1924 – Bozzolo (Mantova) 14 marzo 2002.

(10) I maliziosi, ma non tanto, riconducevano la diceria al bell’Achille Panei.

(11) Lettera di Alberto Rosa a Mario Verger datata 23 aprile 2006.

(12) Il filmato si troverebbe in America, acquisito con Roma città aperta, anche se alcuni sostengono che non abbiano mai oltrepassato l’oceano e sarebbero sepolti tuttora nei magazzini del reparto audiovisivo del Ministero della Difesa e dell’Aeronautica a Roma.

(13) Si riferisce ad Antonio Attanasi, altro pioniere del cartone animato italiano.

(14) Mario Verger: Il mistero del cartone scomparso: la vera storia di Hallo Jeep! / Hallo Jeep! The Mystery of the Missing Cartoon, in «Fellini-Amarcord». Rivista di studi felliniani, n.3-4, dicembre 2005, pp. 12-24 – Si veda anche Mario Verger: Sulle tracce di “Hallo Jeep!” un cartoon di Fellini e Kremos, Mario Verger intervista Niso Ramponi, in “ASIFAItalia Notizie”, N. 150, maggio 2001, PP. 7-8

Si Ringrazia:
Giuseppe Ricci della Fondazione Fellini
www.federicofellini.it

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