A Jihad for Love > Parvez Sharma

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Se c’è un aspetto su cui le diverse religioni (Cristiana, Ebraica, Musulmana) sono concordi è l’omosessualità, variamente condannata da tutte come un peccato quando non un vero e proprio crimine da punire fino alle estreme conseguenze (le immagini delle pubbliche impiccagioni in Iran – vedi a fondo pagina, astenersi i più sensibili – sono testimonianze difficili da dimenticare).
Il regista e giornalista Parvez Sharma (con il regista americano Sandi Simcha Dubowski – autore nel 2001 di “Trembling Befor G-d”, documentario che illustrava il tema dell’omosessualità nell’ebraismo ortodosso – nel ruolo di produttore), intenzionato a illustrare la tematica dell’omosessualità sotto la religione islamica (ma soprattutto sotto l’islamismo), ha viaggiato attraverso 12 Paesi (Arabia Saudita, Iran, Iraq, Pakistan, Egitto, Bangladesh, Turchia, Francia, India, Sud Africa, Stati Uniti e Regno Unito) cercando i suoi interlocutori – gay, lesbiche e transessuali – prevalentemente online, interrogandoli sulla loro vita sessuale, che in molti casi li condannerebbe a morte, realizzando approssimativamente 400 ore di interviste. In alcuni Paesi in cui ha condotto le interviste si è presentato come semplice turista o volontario di un associazione attiva nella lotta all’AIDS, curandosi di affidare copie delle interviste realizzate ad amici con la consegna di distruggerle appena assicurato l’arrivo dei master fuori dal Paese. Una cautela non eccessiva, in luoghi in cui l’omosessualità può prevedere la pena di morte.
Ma il rapporto tra sessualità e religione ha anche un’accezione intima, con persone dilaniate tra i due aspetti, entrambi fondamentali nelle loro vite tanto da impedire loro di conciliarli.
Lo stesso Sharma, gay cresciuto in India, racconta di come nel suo Paese la sua condizione sia fondamentalmente accettata unicamente a condizione che sia vissuta privatamente e non esibita.
La paura di ritorsioni fa sì che molte tra le persone filmate siano presentate con il volto nascosto o attraverso la loro figura. Fanno eccezione coloro che sono riusciti a lasciare il loro Paese, come Mazen (arrestato nel corso di una festa gay su una nave sul Nilo e condannato a quattro anni di prigionia, durante la quale ha subito numerose violenze) o Abdellah Taïa (il primo scrittore marocchino a dichiararsi pubblicamente gay. Dopo avere studiato letteratura francese a Rabat, ha lasciato il Marocco a metà degli anni ’90 per trasferirsi prima a Ginevra e quindi Parigi. Il suo coming-out in un’intervista alla rivista letteraria Tel Quel ha creato grandi controversie nel suo Paese d’origine. I suoi romanzi – che personalmente consiglio – “L’esercito della salvezza”, “Uscirò da questo mondo e dal tuo amore” e il recente “Ho sognato il re” sono editi in Italia da ISBN)
Il film, che rappresenta un interessante e coraggioso punto di partenza sul tema e richiederebbe maggiore approfondimento proprio per la vastità e varietà di trattamento, soprattutto rimette nella giusta prospettiva la questione religiosa nel senso più ampio del termine: esplorandola nella sua complessità e svelando quanto la sua liberissima e arbitraria interpretazione abbia armato i più fanatici tradendone i reali fondamenti.
“A Jihad for Love” racconta in maniera mirabile la vita delle persone omosessuali sotto l’Islam e l’islamismo ma inevitabilmente tocca il tema dell’integralismo religioso (quindi della manipolazione della religione) in senso più ampio, tanto che nemmeno un cattolico praticante può non sentirsi chiamato in causa nella riflessione. Soprattutto nell’Italia di oggi, priva di leggi contro l’omofobia e sulle coppie di fatto per non urtare il Vaticano e l’elettorato cattolico più becero.

Bellissime le musiche di Richard Horowitz con la voce della cantante iraniana Sussan Deyhim (la sua voce è presente nella colonna sonora composta da Peter Gabriel per “The Last Temptation of Christ” di Scorsese. Consigliatissimo il suo album del 2000 “Madman of God: Divine Love Songs of the Persian Sufi Masters”).

Roberto Rippa

Il titolo “A Jihad for Love” si riferisce al concetto islamico di jihad come lotta religiosa. Il film cerca di recuperare il concetto di lotta personale, mentre il termine viene utilizzato nei media occidentali quasi esclusivamente con il significato di “guerra santa” e in riferimento ad atti violenti perpetrati da musulmani estremisti (Wikipedia).

A Jihad for Love
(USA-UK-Francia-Germania-Australia, 2007)
Regia: Parvez Sharma
Musiche: Sussan Deyhim, Richard Horowitz
Fotografia: Berke Bas, David W. Leitner, Parvez Sharma
Montaggio: Juliet Weber
Con la partecipazione di: Muhsin Hendricks, Mufti A.K. Hoosen, Abdellah Taïa, Mazen, Sana, Maryam, Maha, Amir, Arsham Parsi, Payam, Mojtaba, Ferda, Kiymet, Qasim, Syed Kalbe Jawad, Ahsan
81′

Il film è al momento disponibile in DVD solo negli Stati Uniti, edito da First Run Pictures. Sottotitoli in Inglese e, come contenuti extra, intervista al regista, dietro le quinte della lavorazione, scene realizzate in Pakistan e Arabia Saudita non inserite nel montaggio finale.
A Jihad for Love

Lo scrittore Abdellah Taïa

Nella foto: Mahmoud Asgari (Khūzestān, 1989 – Mashhad, 19 luglio 2005) e Ayaz Marhoni (Khūzestān, 1987 – Mashhad, 19 luglio 2005), due adolescenti gay iraniani impiccati nella piazza Edalat (della Giustizia) a Mashhad, Iran del Nord-Est. Il reato da loro confessato (dopo avere ricevuto 228 frustate) sarebbe stato quello di avere usato violenza su un ragazzino di 13 anni. OutRage!, un gruppo britannico per i diritti degli omosessuali, ha affermato che l’Iranian Students’ News Agency, in un articolo on-line pubblicato il giorno dell’esecuzione, indicava come causa dell’esecuzione i rapporti omosessuali tra i due. Al momento della loro impiccagione, Mahmoud Asgari aveva 16 anni, Ayaz Marhoni 18. Entrambi si trovavano in carcere dal 2004.

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