The Girl Next Door > Gregory M. Wilson

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The Girl Next Door
regia di Gregory M. Wilson (USA/2007)
recensione a cura di Fabrizio Fogliato

«You think you know about pain?». Con queste parole lo scrittore Jack Ketchum dà inizio al suo romanzo The Girl Next Door. È il 1989 e sono ormai passati ventiquattro anni dai fatti realmente accaduti, e qualche anno ancora più tardi, nel 2007, il giovane regista Gregory M. Wilson ne ha tratto il film, omonimo, The Girl Next Door (conosciuto anche con il titolo Jack Ketchum’s The Girl Next Door).

Ottobre 1965. In un commissariato della polizia di Indianapolis giunge una chiamata anonima che indica l’indirizzo preciso dove si trova il corpo esanime di una ragazza. Silvie Marie Likens è una ragazza di sedici anni: assieme alla sorella minore Meg vengono date in affidamento alla zia Ruth, dopo essere state abbandonate dei genitori, fuggiti per andare a lavorare in un circo. Gertrude Baniszewski (questo il nome per esteso della zia) è una donna instabile, abbandonata dal marito e affetta da forti turbe mentali, dedita all’alcoolismo e schiacciata da un senso di colpa gigantesco verso le sue scelte esistenziali. Costretta a svezzare quattro maschi, coltiva un odio insano e smisurato per il proprio sesso. In seguito ad una banale disobbedienza incomincia nei confronti delle due ragazze una progressiva escalation di violenza. Il passaggio dalla tortura psicologica a quella corporea è breve e inevitabile. Il suo ruolo di adulto, detentore del “potere”, le consente di soggiogare facilmente i quattro di figli e di spingerli costantemente in avanti nello sprofondo di un orrore puro, legittimato e autorizzato da una figura familiare. I quattro ragazzi diventano così prima spettatori, poi attori di ogni genere di nefandezze. Lo scenario che si presenterà ai poliziotti giunti sul posto è di quelli da far tremare le vene ai polsi: trovano un corpo cosparso di bruciature di sigarette cui vaste porzioni erano state scuoiate, un’incisione a forma di tre sul petto e, sulla ventre, una scritta incisa nella carne: «I’m a bitch and I’m proudly to be».

Il regista Gregory M. Wilson, trae da questa vicenda un film che ripercorre fedelmente le parole del testo di Jack Ketchum e, come l’autore, sceglie di mantenere l’orrore sempre fuori campo, evitando ogni sconfinamento voyeuristico. Sceglie di raccontare la vicende come una storia d’amore (quella “impossibile” tra il giovane David e la povera Meg) e regala al personaggio puro e innocente del giovane il ruolo di sguardo candido e positivo: una posizione dall’alto attraverso cui osservare i fatti senza mai esprimere giudizi. Emblematica a tal proposito appare la scelta di presentare David mentre cattura dei gamberi in un fiume per poi subito liberarli e osservare il loro movimento, mentre i quattro figli di Ruth vengono presentati intenti ad osservare la morte dei vermi gettati in mezzo alle formiche. Il mondo della provincia americana appare perfetto e idilliaco con i suoi colori, le casette con la staccionata, i prati curati, ma è nel sottosuolo (cioè nelle radici della società) che si esercita il “gioco” limite e pericoloso della tortura. Sono piccoli spostamenti di tono, che attraversano il film come un basso continuo, così come il gioco cui Meg partecipa bendata e che preannuncia il suo tragico destino. A tal proposito la scelta di una regia convenzionale, quasi da Tv movie, serve per accentuare lo stridore tra “normalità” e “orrore”. Jack Ketchum’s The Girl Next Door, non è un film horror nel senso comune, ma lo è (ancor di più) nella dimensione esistenziale ed antropologica (non a caso dopo la visione ci si sente colpevoli… per aver guardato). La quotidianità degli ambienti, la routine sempiterna della vita dei ragazzi (che riecheggia Stand by Me di Rob Reiner), nascondono in realtà un mondo di orchi, dove una donna (colei che genera la vita) può diventare strega e accompagnare per mano i (suoi) bambini direttamente nelle fauci del lupo.

Dividendo equamente la propria struttura narrativa su due direttrici, il film di Wilson affronta lucidamente e senza mezze misure il tema della coercizione psicologica degli adulti nei confronti dei minori, così come quello del nervo crudele e disperato che attraversa ogni struttura sociale. Il piccolo David che si oppone ai soprusi cui viene sottoposta Meg viene minacciato da Ruth (interpretata da Blanche Baker figlia di Carroll Baker) con queste parole: «I said shut up, or I doing again». Quello che la zia crudele pretende da Meg è (di sapere) la verità; e la tortura è ontologicamente connaturata al concetto di verità, perché la si esercita (con autorità e ponendosi dalla parte del “giusto”) per estrapolare l’informazione necessaria, che solo attraverso il dolore e la coercizione può essere espunta dal corpo del/la prigioniero/a. Quella perpetrata ai danni di Meg in Jack Ketchum’s The Girl Next Door, appare (se possibile) ancor più cinica e violenta, perché qui, lentamente, la tortura assume il ruolo di rito iniziatico. In questo caso la violenza è pedagogica e serve a mediare tra la collettività e il singolo. Nelle scene che raffigurano la famiglia Chandler riunita nel salotto davanti alla televisione, con la zia seduta sulla poltrona in modo “dominante”, Meg non è mai presente e quando entra proviene sempre dal fuori-campo, perché lei – come la sorellina Susan – non sono parte della “famiglia”, e quindi ritenute “ribelli” verso la collettività. La tortura è il volto estremo del potere legittimo e attraverso la violenza sul corpo e il deturpamento della carne riconduce l’individuo alla natura di essere umano consapevole e consenziente, attraverso una spettrale e inquietante forma di educazione. Il film però non pone nessuna catarsi e termina senza giustizia così come senza nessun giudizio. Jack Ketchum’s The Girl Next Door, è solo uno squarcio di verità, agghiacciante e terminale, che dimostra l’impossibilità di definire un concetto di “normalità”. Un opera lucida e antropologicamente “alta” che trascura ogni effetto shock per addentrarsi dentro le pieghe di un esistenza che è sì malata, ma che sopravvive nel disinteresse e nell’ipocrisia della società. Quell’essere “vicina di casa” ripreso dal titolo, è più di un atto d’accusa nei confronti della micro come della macro società, e non è difficile leggere attraverso la celluloide della pellicola l’immortale condizionamento del “potere” sugli individui. Certo è che, dopo la visione del film, l’immagine di Meg appesa nuda nello scantinato, rimane scolpita nella mente e per mentale associazione di immagini, le torture di Abu Grahib non appaiono poi così lontane…

Il libro così come il film sono inediti nel nostro paese, mentre il Dvd americano è uscito per la Anchor Bay Entarteinement.

Fabrizio Fogliato

 



The Girl Next Door (Jack Ketchum’s The Girl Next Door / La ragazza della porta accanto)
Regia: Gregory M. Wilson
Sceneggiatura: Daniel Farrands, Philip Nutman dal romanzo omonimo di Jack Ketchum
Fotografia: William M. Miller
Montaggio: Michael Fiore
Musiche: Ryan Shore
Casting: Cindi Rush
Costumi: Michael Bevins
Produttori: William M. Miller, Andrew van den Houten
Interpreti: William Atherton (David Moran adulto), Blythe Auffarth (Meg Loughlin), Blanche Baker (Ruth Chandler), Kevin Chamberlin (Jennings), Dean Faulkenberry (Kenny), Gabrielle Howarth (Cheryl Robinson), Benjamin Ross Kaplan (Donny Chandler), Spenser Leigh (Denise Crocker), Daniel Manche (David Moran), Mark Margolis (Homeless), Graham Patrick Martin (Willie Chandler Jr.), Michael Nardella (Tony)
Case di produzione: Modernciné, Modern Girl Productions
Paese: USA
Anno: 2007
Durata: 91′

 

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