Afghan Star > Havana Marking

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«Se sei di Bamyan o Kandahar, siamo fratelli.
Siamo tutti fratelli.
Se sei di Kabul, Balkh o Tahar, siamo fratelli.
Se sei di Wardak, Nimroz, Oruzgan o Kunar, siamo fratelli.
Siamo tutti fratelli»
(Estratto dalla canzone presentata da Hameed Sakhizada)

Se in Occidente quello dei cosiddetti “talent show” è un “format” televisivo ormai abusato, frusto e declinato in ogni sua possibile configurazione, in altri luoghi può diventare il catalizzatore di una rivoluzione culturale. È il caso della Repubblica islamica dell’Afghanistan e del suo “Afghan Star”, sorta di X Factor alleggerito dalla presenza di giudici, i cui partecipanti cantano per poi essere votati dai telespettatori attraverso l’invio di SMS, prima, vera parvenza di democrazia per il popolo.

Il film si apre sulle immagini di due bambini. Uno canta poche strofe di una canzone sentimentale per poi dichiarare: «Se non esistesse la musica, l’umanità sarebbe triste, non ci sarebbe nulla. Se non ci fosse la musica, il mondo sarebbe silenzioso». Una vera e propria dichiarazione d’amore, conferma di una naturale ed elementare esigenza umana fatta a lungo oggetto di repressione.

Dall’invasione sovietica del 1979 e la conseguente decennale guerra con i temuti mujaheddin finanziati dagli Stati Uniti sotto la presidenza di Jimmy Carter e Ronald Reagan, il Paese ha sofferto di invasioni, guerre civili e del regime talebano, al potere dal 1996 al 2001. In quel tempo, la musica venne considerata oltraggiosa dai mujahideen e sacrilega dai talebani, in nome di un malinteso senso di rispetto delle tradizioni e dei valori islamici. Dal 1996, cantare, ballare o guardare la televisione venne considerato un crimine.
Nel 2001 viene istituita la Repubblica Islamica dell’Afghanistan, nel 2004 si tengono le prime elezioni e il divieto di cantare e ballare viene soppresso.

I candidati finalisti al titolo di star televisiva afgana della canzone provengono da tutto il Paese: dalla capitale Kabul, da Mazar-e-Sharif (la capitale della provincia di Balkh, al confine con Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan), Herat (capitale dell’omonima provincia, che confina con Turkmenistan e Iran), Kandahar, l’antica capitale del Paese già oggetto del film di Mohsen Makhmalbaf Safar e GhandeharViaggio a Kandahar.

In un Paese di 30 milioni di abitanti, un terzo dei quali non si perde un’esibizione dei neo idoli sulla prima rete commerciale afgana Tolo TV, la trasmissione opera una democratizzazione effettiva che pare non avere precedenti – se non si calcola l’anno cui durò, tra il 1978 e il 1979, la Repubblica democratica afgana – e che riunisce ricchi e poveri, anziani e giovani, donne e bambini.
La partecipazione alle selezioni per il programma è aperta a chiunque, indipendentemente da cultura, religione e genere.
Il programma propone un’idea di uguaglianza che non ha praticamente precedenti nel Paese. Che la televisione sia la catalizzatrice del cambiamento o ne sia solo un riflesso è tutto da capire ma in un Paese le cui differenze sono costate sangue, vedere persone diverse tifare per gli stessi partecipanti costituisce già di per sé una rivoluzione.

Ma le rivoluzioni culturali imposte o proposte dai media sono spesso più rapide e dirompenti della percezione da parte della gente comune. E così l’irruzione improvvisa di una novità tanto radicale dopo anni di buio avvenga non senza conseguenze, malgrado il 60% della popolazione afgana sia al di sotto dei 21 anni. Se i talebani tentano di sabotare la rete di telefonia mobile per impedire le votazioni da parte del pubblico, e le minacce a cantanti e presentatore televisivo (costretto per questo a chiedere asilo negli Stati Uniti) sono attendibili, le stesse famiglie dei partecipanti, soprattutto quelle di sesso femminile, sono costrette a proteggersi.

Nel 2008, Havana Marking segue la terza edizione della trasmissione sin dalle selezioni per poi concentrare la sua attenzione sulle semifinali cui giungono in quattro: Rafi Naabzada, impostazione da pop star classica e proveniente da Mazar-e-Sharif; Hameed Sakhizada, autentico musicista proveniente dalla comunità etnica Hazara – particolarmente presa di mira dai talebani – insediata nel centro del Paese e di religione prevalentemente Sciita; Setara Hussainzada, la “ribelle” del gruppo (vive sola ed è tra le pochissime a dichiarare che uomini e donne stanno sullo stesso piano), da Herat e catalizzatrice di tutte le tensioni a riguardo del programma; Lema Sahar, da Kandahar, una tra le regioni più conservatrici, studentessa di musica grazie a un maestro che entrava a casa della sua famiglia di nascosto per paura che qualcuno potesse attentare alla sua vita.

«Il ballo di Setara non era necessario, non è permesso. Questa è una società islamica, siamo in un Paese islamico. Secondo me non è stata una bella cosa. So che lo ha fatto perché trasportata dalle sue emozioni ma questa cosa finirà male»
(Un giovane telespettatore, commentando l’ultima esibizione di Setara Hussainzada)

«I sentimenti che ho provato sul palco hanno fatto sì che agissi in quel modo. Mi comporto sempre assecondando le mie emozioni. Volevo togliermi il peso che opprimeva il mio cuore. La musica è il linguaggio delle emozioni. Posso mostrare i miei sentimenti più profondi attraverso la mia voce e le mie azioni. Ho pensato di farlo perché me ne stavo andando e così sarei stata ricordata. Così, tra un po’ di tempo, Setara tornerà sui palcoscenici e si esibirà in tutto il mondo»
(Setara Hussainzada, commentando la sua ultima esibizione a “Afghan Star”)

Sono proprio le donne a rischiare di più nell’esposizione mediatica. Se Setara, eliminata dal programma nelle semifinali, accenna nella sua ultima esibizione a un timido movimento di danza (i cui primi accenni lasciano sbalorditi i telespettatori) lasciandosi scivolare il velo dal capo, guadagnandosi così serie minacce di morte, alla più tradizionale Lema basta molto meno per ritrovarsi costretta a tornare nella sua Kandahar sotto la protezione del governatore della città. È la prima, però, con il suo clamoroso gesto a spostare il limite dell’accettabilità, a modificare con un violento strattone il costume.
Che il gesto le costi attendibilissime minacce è quasi ininfluente, spesso sono i gesti clamorosi a modificare la società, compresa quella afgana, dalla tradizione musicale ricca, cantanti donne comprese, radicata nel passato.

Mentre il governo preme affinché venga bandita la danza dalla televisione, Tolo TV continua a difendere il suo programma, che vede le canzoni presentate diventare immediatamente patrimonio della popolazione, che le canta e balla per strada. Non tutti: Havana Marking tiene mostrare come siano spesso i più giovani a opporsi strenuamente agli idoli creati dal tubo catodico (l’anacronismo è in questo caso giustificato), spiegando alla camera come Setara debba morire per il suo sacrilego gesto.

Per la cronaca, l’edizione verrà vinta da Rafi, uno tra i più critici nei confronti del gesto della collega, grazie anche sicuramente ai voti delle donne, che ne apprezzano l’aspetto gradevole.

«Possa la mia esistenza essere tanto lunga quanto la mia lealtà.
Il mio bicchiere di vino è vuoto, ora.
Si romperà per il peso di questa vita»
(Estratto dalla canzone presentata da Rafi Naabzada per la finale)

Havana Marking è bravissima a testimoniare i cambiamenti culturali in atto nel Paese grazie anche al programma televisivo. Concentrandosi sulla parte finale di “Afghan Star”, quando le tensioni si fanno più evidenti, e usando materiale di repertorio e interviste realizzate alla gente comune per tastare il polso del cambiamento, riesce anche a catturare la vita quotidiana nel Paese. Afghan Star, proprio per questo, ha il merito di offrire una visione più ampia del Paese che non quello reso a noi abitualmente attraverso le cronache delle esecuzioni pubbliche negli stadi – l’unica forma di spettacolo a noi nota ad oggi, unitamente alla distruzione dei Buddha di Bamiyan ad opera dei talebani nel 2001 – grazie alle testimonianze di un popolo che condivide idee e opinioni molto più di quanto si renda conto.

Attratto da quel modello capitalistico del quale dalle nostre parti è possibile vedere le prime importanti macerie, l’Afghanistan appare come un Paese in profondo e non indolore cambiamento. Che sia per il meglio o per il peggio non dipenderà, purtroppo, solo dal suo popolo.

Mesi dopo la sua esclusione dal programma e le minacce ottenute, la regista è tornata a visitare Setara Hussainzada testimoniando la sua nuova vita da sposa e prossima madre e le sue aspirazioni da idolo pop. La testimonianza è raccolta nel documentario da lei realizzato Silencing the Song: An Afghan Fallen Star, realizzato per la rete statunitense HBO.

Grazie a Afghan Star, Havana Marking ha ottenuto il premio come migliore regista al Sundance nel 2009. Nella stessa occasione, il film ha ottenuto il premio del pubblico.

Roberto Rippa

Havana Marking è una produttrice e regista di documentari.
Dopo il successo di Afghan Star, per cui è rimasta in Afghanistan per 5 mesi, ha realizzato Silencing the Songs per la rete HBO e Vote Afghanistan! Per More4. In quest’ultimo, Marking segue tre candidati alla presidenza del Paese contro il Presidente Karzai. Nel 2012 ha terminato il suo nuovo lavoro Smash & Grab: the Story of the Pink Panthers, in cui narra dei Pink Panther, gang balcana di ladri di diamanti operativa in tutto il mondo. Il documentario è prodotto dalla BBC.
Ha prodotto il documentario Hell and Back Again di Danfung Dennis, candidato agli Oscar quest’anno, e Show Trial: The Story of Pussy Riot di Mike Lerner e Maxim Pozdorovkin.
La sua casa di produzione, Roast Beef Productions, è nata per «raccogliere persone di talento in uno studio e vedere cosa succede».

Afghan Star
Regia: Havana Marking • Fotografia: Phil Stebbing • Montaggio: Ash Jenkins • Musiche originali: Simon Russell • Colore: Andy Lee • Produttore: Havana Marking • Produttori esecutivi: Martin Herring, Mike Lerner, Jahid Mohseni, Saad Mohseni • Produttori associati: Sandra Whipham, Maxyne Franklin • Interpreti: Habib Amiri, Setara Hussainzada, Rafi Naabzada, Lima Sahar, Hameed Sakhizada, Massoud Sanjer, Daoud Sediqi, Tahir Shaqi, Fazl Hadi Shinwari • Produzione: Aria Productions, Roast Beef Productions, Redstart Media • Lingue: Inglese, Pashtu, Dari • Paese: UK • Anno: 2009 • Durata: 77’

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