Gabriele Del Grande

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+

ORIZZONTI | VENEZIA71| Intervista a Gabriele Del Grande, co-regista di Io sto con la sposa

 

Ci stiamo esponendo al rischio di essere processati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per invitare l’opinione pubblica a una riflessione su questi temi che rimetta al centro la libertà di spostamento dell’essere umano.

 

 

Chiara Zanini: Un giornalista, un cineasta e un poeta. Il cast di Io sto con la sposa vede professionalità diverse prestate al cinema sociale: come Lei anche Antonio Augugliaro ha dedicato gli ultimi anni a storie migranti. Il cinema per voi è una necessità espressiva, un mezzo per veicolare messaggi di pace?

Gabriele Del Grande: Il cinema è uno strumento magico per raccontare una storia. E quindi per incidere sul racconto della realtà, sulla percezione del mondo nell’immaginario collettivo. Nel nostro caso, prima ancora che un film si tratta di una storia vera, di un’avventura vissuta per davvero, sulla nostra pelle, con tutti i rischi e le emozioni del caso. Abbiamo deciso di farci un film perché il grande pubblico ascolti quella bella storia di amicizia mediterranea, di solidarietà, di ironia. Ma anche di dramma, quello della guerra in Siria e quello delle stragi nel Mediterraneo sulle rotte del contrabbando.

 

CZ: Perché avete scelto il crowdfunding?

GDG: Abbiamo lanciato il crowdfunding quando ormai avevamo girato e avevamo iniziato a montare. Per due motivi. Prima di tutto perché non eravamo riusciti a trovare dei finanziatori e sentivamo l’urgenza di far uscire il lavoro il prima possibile. In secondo luogo perché volevamo che Io sto con la sposa diventasse un film-manifesto, un film necessario, così necessario da essere prodotto dalla gente che si riconosce nelle nostre idee.

 

CZ: Compagni di viaggio palestinesi, siriani, italiani. Alcuni conoscono direttamente la realtà dei campo profughi e tutti loro sanno cosa significhi lasciare il proprio paese e affrontare ostilità in quelli di transito. Si parla dell’Italia come di un paese razzista, ma in tempo di crisi più di 2500 finanziatori per un film con questi contenuti fanno ben sperare..

GDG: Siamo il più grande crowdfunding del cinema italiano e uno dei primi a livello internazionale sul fronte del documentario. Oltre che dall’Italia, abbiamo avuto donazioni da altri 37 paesi di tutto il mondo. Un successo straordinario dovuto a molti fattori: la bellezza della storia, il valore politico della disobbedienza, i rischi personali che abbiamo corso, la credibilità che ognuno di noi si è costruito negli anni nel suo settore, e infine la grande sfida cinematografica che ci siamo posti e che abbiamo raggiunto: portare a Venezia un documentario indipendente prodotto dal basso su un tema tanto scottante.

 

CZ: Quanto conta per i finanziatori sapere che a guidare questo progetto c’è uno dei massimi esperti del fenomeno migratorio in Europa?

GDG: Credo che a fare la differenza, piuttosto che certo espertismo da conferenze, sia stata la presenza di una comunità forte di lettori che ho creato in questi anni intorno al blog Fortress Europe e intorno ai miei libri Mamadou va a morire e Il mare di mezzo. Sono persone che apprezzano il mio lavoro e la mia continua ricerca di un nuovo linguaggio. Siamo cresciuti insieme in questi anni. E molti di loro hanno avuto fiducia e voglia di investire in questo nuovo progetto.

 

CZ: All’estero si definisce un giornalista, mentre in Italia, non avendo attraversato le tappe obbligate per questa professione non trova una definizione. Eppure i colleghi che vogliono fare informazione partono dalle sue ricerche, dal suo database che è il più aggiornato a disposizione.

GDG: Conoscendomi, sarà stata una battuta. La verità è che le definizioni in questo senso mi importano talmente poco che non ho nemmeno mai preso il tesserino dell’Ordine dei giornalisti. Quello che mi interessa è raccontare storie. E lo faccio nell’unico modo possibile in Italia: da freelance. È molto faticoso perché significa ripartire sempre da zero, ogni volta. Non si costruisce niente. Si impara tutto dai propri errori. Non ci sono maestri, soltanto la strada. Ma se non fosse stato così forse non avrei fatto tutti i lavori di questi anni, quindi meglio non lamentarsi. In quanto ai colleghi che usano il mio blog come fonte, mi fa solo piacere. Le notizie e le storie sono fatte per essere raccontate.

 

CZ: Qualche mese fa un progetto che muove dalle sue ricerche è stato premiato ai Data Journalism Awards: l’inchiesta europea Migrant Files. I nuovi linguaggi permettono di andare al centro della questione migrante?

GDG: Il progetto consisteva in una mappatura dei naufragi documentati lungo le varie rotte del contrabbando nel Mediterraneo. Sicuramente una tecnica che aiuta a visualizzare la situazione, tuttavia diffido sempre di più dal dato numerico e statistico. Siamo bombardati da numeri, ogni giorno. E non ci fanno più impressione. Si fa fatica persino a ricordarli. Se vogliamo cambiare la percezione della frontiera, serve un nuovo racconto, un nuovo linguaggio, una nuova estetica. Insomma storie che accompagnino quei numeri che altrimenti da soli non dicono niente.

 

CZ: Il blog Fortress Europe racconta le migrazioni attraverso linguaggi nuovi, rifiutando espressioni che nascondono giudizi per i suoi protagonisti (invasione, emergenza etc.). Al cinema come ha perseguito lo stesso obiettivo?

GDG: È stato un continuo confronto con gli altri due registi Antonio Augugliaro e Khaled Soliman Al Nassiry. Il segreto credo sia stato di rimanere sulla storia, tagliando via dal montaggio tutti i dialoghi un po’ retorici sulla questione migratoria o sulla guerra in Siria. Ci siamo tenuti da un lato sulla memoria delle storie personali dei personaggi. Dall’altro ci siamo concentrati a raccontare in presa diretta la storia della nostra avventura. Così facendo escono fuori i vari personaggi, con un nome e un cognome, senza bisogno di incasellarli nelle nostre categorie post coloniali.

 

CZ: Il film è selezionato proprio per la sezione veneziana che premia questo tipo di sperimentazioni, Orizzonti. Venezia saprà riconoscere l’audacia di un film così politico, che voi stessi definite “atto di disobbedienza civile alle leggi dell’immobilità che continuano a causare stragi” ?

GDG: ­­­­Essendo fuori concorso è difficile che ci riconoscano un bel niente. Tuttavia puntiamo alla visibilità del festival. Ci sono più di mille giornalisti accreditati da tutto il mondo, ci sono i migliori critici, i distributori. Insomma vorremo che fosse il trampolino di lancio per portare questa storia al grande pubblico.

 

CZ: Lei denuncia delle responsabilità politiche delle stragi per mare, la pratica del contrabbando, i funzionari corrotti anche nelle ambasciate italiane. I respingimenti – conseguenza di accordi con la Libia firmati da governi di centrodestra come di centrosinistra, con l’esito della condanna della Corte di Strasburgo che si rivela inefficace. Propone di usare voli Alitalia per far viaggiare i migranti, anziché spendere cifre astronomiche per soccorrere i 30 mila che ogni anno raggiungono Lampedusa accordandosi con dei criminali e finanziare missioni militari di pattugliamento e indagare per scovare i ricattatori. Pane per i più xenofobi..

GDG: Oggi chi decide di venire in Europa trova un modo per farlo, in base ai soldi che può spendere: visto turistico regolare, mazzetta in ambasciata, contratto di lavoro falso, oppure – come ultima opzione – il viaggio in mare. La mia proposta è di seguire il modello che dal 2007 l’Unione europea applica con tutto l’Est Europa e con buona parte dei Balcani: liberalizzazione dei visti. Ovvero semplificare le regole e permettere a chi vuol viaggiare in Europa di farlo in modo regolare e senza rischiare la vita. Alla fine stiamo parlando di cinquantamila persone l’anno da togliere dalle mani del contrabbando e da mettere sui voli di linea diretti in 27 Stati membri europei. Non vedo le cifre della paventata invasione.

 

CZ: Nemmeno il sistema Frontex funziona. Nel suo blog scrive che è consapevole che queste saranno le storie che i nostri figli leggeranno. L’idea del corteo nuziale per il film è originale, ma dobbiamo dire ai più giovani che molti migranti si sono salvati solo grazie a degli stratagemmi, oppure confida in un mutamento dell’atteggiamento dei governi verso tutte queste realtà?

GDG: Il nostro è un atto simbolico. Non stiamo proponendo i finti cortei nuziali come soluzione alla libera circolazione. Al contrario, ci stiamo esponendo Al rischio di essere processati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per invitare l’opinione pubblica a una riflessione su questi temi che rimetta al centro la libertà di spostamento dell’essere umano.

 

Sinossi:
Un poeta palestinese siriano e un giornalista italiano incontrano a Milano cinque palestinesi e siriani sbarcati a Lampedusa per fuggire dalla guerra. Decidono di proseguire con loro il viaggio verso la Svezia, ma per evitare di essere arrestati coinvolgono alcuni amici e inscenano un finto matrimonio con tanto di invitati. Viaggeranno insieme in un’Europa più solidale di quanto ci si aspetti, testimoni di quella che è una storia realmente accaduta lo scorso novembre.

 

Io sto con la sposa
Scritto e diretto da Antonio Augugliaro, Gabriele Del Grande, Khaled Soliman Al Nassiry
Fotografia: Gianni Bonardi
Operatori di ripresa: Antonio Augugliaro, Marco Artusi, Valentina Bonifacio
Montaggio:Antonio Augugliaro
Consulenza al montaggio: Lizi Gelber
Fonico di presa diretta, sound design e montaggio del suono; Tommaso Barbaro
Sound mix: Massimo Mariani
Musiche originali: Dissòi Lògoi, Tommaso Leddi, Matteo Maltauro, Alberto Morelli, Franco Parravicini, Federico Sanesi, MC Manar, Mosè – C.O.V
Fotografo di scena: Marco Garofalo
Produzione: Gina Film
Durata:98’
Formato: DCP Colore
Distribuzione Italia: Cineama

 

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+