Tikkun > Avishai Sivan

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68. Festival internazionale del Film, Locarno – Concorso internazionale

 

Haim-Aaron è un religioso intellettuale ultra ortodosso, il cui talento e devozione sono invidiati da tutti. Una sera, in seguito a un periodo di digiuno autoimposto, collassa e perde conoscenza. I paramedici lo dichiarano morto, ma il padre, rifiutando di lasciarlo andare, continua con la rianimazione riuscendo, contro ogni aspettativa, a salvargli la vita. Dopo questo episodio, Haim-Aaron perde l’interesse per i suoi studi. Sente un improvviso risveglio sul piano fisico e pensa che Dio lo stia mettendo alla prova. Notato il cambiamento nel comportamento del figlio, il padre cerca di perdonarlo, tormentato dal timore di aver commesso un atto blasfemo strappandolo alla morte.

 

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In lingua ebraica corrente, la parola “tikkun” significa miglioramento, correzione. Nella cultura giudaica, invece, il termine ha un senso più metafisico: sostenendo la fede ebraica il concetto di reincarnazione, tikkun ha il senso dell’anima che ritorna al mondo dei viventi per risolvere e migliorare quanto di sbagliato ha vissuto nel passato per redimersi prima di passare alla sua prossima vita.

È ciò che accade al giovane Haim-Aaron: la sua esistenza è interamente dedicata alla yeshivah, gli studi religiosi all’interno della comunità ultra ortodossa cui appartiene e che conduce la sua vita all’interno di un quartiere di Gerusalemme senza mai uscirne nemmeno per un attimo, generazione dopo generazione.
Haim-Aaron è uno studente modello, motivo di orgoglio per suo padre – la madre ha ben poco peso all’interno della famiglia – e di esempio per il fratello minore.
Un giorno, mentre si sta lavando, sembra scoprire con sorpresa la sua stessa erezione e il digiuno che ha affrontato sua sponte fino a quel momento lo porta a svenire e picchiare la testa sul bordo della vasca da bagno. I paramedici prontamente intervenuti su richiesta dei genitori, stentano a rianimarlo e, quando ormai la morte è stata dichiarata, è il padre a intervenire praticandogli un ulteriore massaggio cardiaco che lo restituirà alla vita.
L’esistenza di Haim-Aaron da quel momento muta: distratto nello studio, perso in molte domande che prima, forse, non lo avevano nemmeno sfiorato, sfida senza cercarla l’ira del padre e quella dei suoi precettori. Il padre, da par suo, è tormentato dal pentimento per essere intervenuto in quello che a suo modo di vedere era il volere di Dio, combattuto tra il suo essere padre e essere un buon ebreo ortodosso. Una seconda morte avrà un esito diverso e metterà fine alle sofferenze di entrambi gli uomini.

Lo spunto per il film, a detta del regista, viene da un articolo di giornale in cui si scriveva di un caso di ritorno alla vita una manciata di minuti dopo quella che si era dimostrata una morte apparente, quindi da un incidente automobilistico avvenuto sotto casa sua una notte, con le grida di una delle vittime ad entrare nel sogno di quel momento, tanto da rendere difficile scindere attività onirica e realtà. Infine, il precedente lungometraggio di Avishai Sivan Ha’MeshotetThe Wanderer, il suo primo, a detta sua non aveva esaurito il suo interesse nella comunità ebrea ultra ortodossa. Quindi, presi i primi due elementi e inseriti nell’ambito della comunità, una tra le più antiche di Gerusalemme, una tra le più chiuse e isolate, ha iniziato a scrivere la storia che è poi diventata Tikkun che, come lui stesso dichiara, si compone di 433 inquadrature, 195 scene, ed è stato girato in 21 giorni.

Tikkun è un film intenso, profondo e semplicemente meraviglioso che mette i suoi personaggi nella pericolosa condizione di porsi domande sulle loro incrollabili certezze, immergendoli in un bianco e nero ammaliante, opera di Shai Goldman, che a tratti sospende tempo e spazio pur rimanendo capace di rivelare tutta la sua crudezza quando la storia lo richiede, costringendo lo spettatore a seguirli nel loro tormento grazie a temi che, a dispetto della specifica ambientazione, sono universali. Opera complessa, composta di lunghe scene e dialoghi rarefatti, offre anche momenti di
schietta poesia, come nella scena in cui Haim-Aaron rivela la vagina di una donna vittima di un incidente e la tocca con la curiosità di chi non ha mai avuto modo di vedere nessuno diverso da lui, una scena di grande sottigliezza nel suo essere esplicita che non avrebbe potuto avere maggiore potenza.

Tikkun rivela la mano di un autore molto personale e sicuro e si avvale delle interpretazioni di Aharon Traitel, l’attore protagonista che è cresciuto nella comunità esclusa illustrata nel film e che è stato scelto dopo una lunga serie di selezioni operate unicamente tra attori professionisti capaci di riprodurre il manierismo e il dialetto peculiare di un devoto ebreo cassidico, e quindi tra ex studenti della yeshiva che si erano allontanati dalla religione, e, nel ruolo del padre, di Khalifa Natour, attore palestinese, musulmano, che si è prestato a recitare in yiddish.

Uno tra i migliori film apparsi sullo schermo da lungo tempo a questa parte.

Roberto Rippa

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Tikkun
(Israele, 2015)
Regia, soggetto e sceneggiatura: Avishai Sivan
Fotografia: Shai Goldman
Costumi: Malky Fogel
Suono: Aviv Aldema
Montaggio: Avishai Sivan, Nili Feller
Scenografie: Amir Yaron
Produzione: Plan B Productions Ltd., Tel Aviv (con il sostegno di: The Rabinovich Foundation – Cinema Project, The Jerusalem Film Fund, Mifal Hapais, TorinoFilmLab, United King Films)
Interpreti: Aharon Traitel , Khalifa Natour , Riki Blich , Gur Sheinberg , Omri Fuhrer, Shani Ben Haim
120′
Lingue: ebraico, yiddish
Bianco e nero
Strumenti di ripresa: digitale (RED Epic / RED Scarlet)

Avishai Sivan

Avishai Sivan

Cineasta, artista visivo e scrittore, Avishai Sivan nasce in Israele nel 1977. Presentato nel 2010 in prima mondiale alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes, il suo film Ha’Meshotet (The Wanderer, 2010) vince il Premio per il migliore lungometraggio al Jerusalem Film Festival. Nel 2013 firma la regia di Visa. Avishai Sivan si è anche dedicato al genere documentario, realizzando film quali Soap Opera of a Frozen Filmmaker (2007) e The Uzbek Trilogy (2011). Attualmente, sta sviluppando il suo prossimo film di finzione, The Pirate, basato sul romanzo The Smell of Blue Light di Nir Hezroni.

www.avishaisivan.com

Filmografia

2013 Visa
2011 The Uzbek Trilogy
2010 Ha’Meshotet
2007 Soap Opera of a Frozen Filmmaker

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