Christopher Manning, a proposito di “Jamie”

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Christopher Manning è uno scrittore e regista di racconti di finzione. Ha viaggiato e lavorato in Europa e in America prima di ottenere la laurea alla Columbia University a New York, dove ha studiato Storia e Film. Ha lavorato come script reader, production coordinator e assistente alla regia in svariati documentari e film, così come per la televisione. Nel 2015 ha partecipato al Cinephile Scholarship Program al Telluride Film Festival. Attualmente frequenta un Master in Filmmaking alla London Film School.

Jamie è stato presentato al Sicilia Queer FilmFest 2016, nella sezione competitiva internazionale Queer Short.

 

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Roberto Rippa: Jamie è il tuo primo film, cosa è accaduto prima?

Christopher Manning: Mi sono laureato in Storia alla Columbia University di New York e ho studiato fotografia, letteratura e cinema. Dopo la laurea ho lavorato come assistente personale, lettore di sceneggiature e come runner sia per il cinema che per la televisione. Mi sono quindi trasferito a Parigi, dove dove ho insegnato inglese alla Sorbonne e all’Istituto di studi politici.
A Parigi ho lavorato a film di altri registi e scritto sceneggiature per me, oltre a sviluppare alcune idee. Però ho incontrato difficoltà nel concludere progetti e fare passi in avanti come regista. Nel 2015 ho deciso di iscrivermi a un corso di laurea alla London Film School. Jamie è un progetto nato durante il mio primo anno a Londra.

RR: Qual è stato il tuo primo approccio al cinema come spettatore?

CM: Sono stato fortunato come spettatore perché sono stato introdotto a molto buon cinema da bambino. Mio padre era soluto mostrarci i film di David Lean, Billy Wilder e John Ford. Più tardi, mia madre e un suo amico mi hanno introdotto al cinema italiano e francese, che mi hanno aperto nuovi mondi. Nel corso della mia adolescenza, il cinema è diventato una porta su altre culture e esperienze sulla sessualità. Ricordo di avere visto film come Les Roseaux Sauvages di André Téchiné e di avere sentito come mi avesse suscitato un risveglio emotivo. Ci sono stati altri film che mi hanno emozionato e scioccato come Hustler White di Bruce LaBruce o il cinema di Almodóvar. All’età di quindici anni ero un cinefilo, fumavo Gauloises e leggevo numeri de Les Cahiers du Cinéma che un mio amico mi portava da Parigi.

RR: Qual è stata l’ispirazione per la storia di Jamie?

CM: Per diversi anni ho sviluppato storie su relazioni e incontri romantici tra uomini. “Biografie emozionali” o le vite emozionali dei personaggi sono ciò che mi interessa. Nelle fasi iniziali della scrittura di Jamie, ero attratto dall’idea di due sconosciuti che si parlano, che si aprono l’uno all’altro. Per qualche motivo, ci sono più probabilità che riveliamo la nostra intimità a uno sconosciuto piuttosto che a qualcuno che conosciamo. Quando conosci o ami qualcuno, c’è sempre la paura di essere giudicato o respinto. La prima stesura di Jamie trattava di due sconosciuti che si incontrano su un treno a Londra e condividono alcune storie personali prima che le loro rispettive destinazioni li separi.

RR: Come si è svolto il processo di scrittura del film?

CM: Dall’inizio alla fine, Jamie è stato un film profondamente personale. Credo che ogni film d’esordio sia inevitabilmente un film personale ma la storia e i personaggi di Jamie lo sono stati per me in modo particolare. Sebbene il film non sia autobiografico, ci ho messo molto di personale. Volevo scrivere qualcosa che fosse molto realistico e fosse in grado di suscitare empatia. Ciò che è scaturito da me nel corso della scrittura veniva dal profondo. Volevo che il risultato finale fosse il più onesto e universale possibile.
Malgrado avessimo un’ultima stesura al momento di entrare in produzione, ho dovuto apportare modifiche importanti alla sceneggiatura a causa di complicazioni riguardanti il treno su cui avevamo avuto il permesso di girare. Ricordo in modo molto vivido di essermi trovato con il line producer, il direttore artistico e il direttore della fotografia la sera prima di iniziare a girare. L’atmosfera era tombale perché avevamo appena realizzato che sarebbe stato impossibile girare sul treno. Mi sono detto che se Jamie e Ben non fossero potuti stare su di un treno, allora avrei scelto di farli passeggiare per il centro di Londra. Questo mi ha fatto capire che la storia del loro incontro era ormai profondamente dentro di me. Se così non fosse stato, non avrei mai potuto adattare e riscrivere la sceneggiatura in tempi così rapidi. Riguardando indietro mi rendo conto di quanto sia stato rimarchevole il fatto di riuscire a compiere modifiche così profonde durante le riprese.

RR: Come hai lavorato con gli attori e come li hai scelti?

Ero determinato a trovare due attori che potessero mostrare una chimica credibile tra loro. Era molto importante per me che Jamie e Ben apparissero come una coppia malgrado lo spettatore li conosca nel momento in cui si incontrano per la prima volta. Sebastian Christophers, che interpreta il ruolo di Jamie, è stato incredibilmente il primo attore che abbiamo sottoposto a un provino. Più o meno sei settimane e molti attori dopo, abbiamo trovato Raphael Verrion, che ha portato la giusta alchimia nel recitare con Seb.
Per il ruolo di Ben, cercavo un attore che potesse interpretarlo in modo seduttivo e sicuro di sé rimanendo nel contempo avvicinabile. L’idea era che Ben possedesse qualità che mancavano a Jamie. Penso che molto spesso veniamo attratti da persone diverse da noi per questo motivo. L’amore nasce spesso dall’ammirazione.
Non abbiamo tanto provato quanto discusso i personaggi e i loro retroterra. Ho cercato di trovare l’equilibrio tra la spontaneità e la profondità necessaria a restituire il mondo di Jamie. Questa parte del processo è stata fortemente collaborativa e Seb e Ralph hanno contribuito molto. Credo che questo traspaia dalle loro interpretazioni che sono genuine e al contempo complesse. La vulnerabilità di Jamie mi commuove ogni volta che vedo il film.

 

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RR: Qual è stato l’aspetto più difficile del lavorare a questo primo film?

CM: Come ho detto prima, Jamie è stato un processo molto personale. Considerando quanto complesso sia stato girarlo e quanto fosse cambiata la storia durante la lavorazione, è stato molto difficile per me vedere il film che avevamo pronto per il montaggio. Direi che la parte più difficile è stata accettare Jamie per quello che è, lasciandomi alle spalle ciò che pensavo avrebbe dovuto essere. I film non sono mai finiti, piuttosto abbandonati. Decidere di “abbandonare” Jamie ê stata una sfida. È stato un viaggio molto emotivo.

RR: Mi hai detto che Jamie tornerà probabilmente in futuro. Cos’hai in mente?

CM: Mi piacerebbe scrivere un lungometraggio sulla prima relazione seria di Jamie. Se tutto andrà bene, potremo seguirlo presto in questa avventura.

RR: Hai partecipato al processo di montaggio con Jojo Erholtz? Hai girato più di quanto fosse strettamente necessario?

CM: Quando Jojo si è aggiunta al progetto, avevo già fatto un premontaggio che era un poco più lungo della versione definitiva. Io e Jojo abbiamo lavorato insieme lungo tutto il processo: quando lei tagliava una scena davanti a me, poi la guardavamo e ne discutevamo. Quando abbiamo avuto una prima versione montata, avevamo tagliato un’intera scena ed era chiaro che avremmo dovuto recuperare qualcosa per l’inizio del film. Jojo ha portato al film un approccio economico e uno sguardo molto sensibile sulla storia. Alla fine, ho lasciato decantare il film per un po’ di tempo prima di apportare qualche piccolo aggiustamento e portarlo alla fasi finali della post produzione.

RR: La lavorazione quanto è durata?

CM: Abbiamo girato per quattro giorni. Poi abbiamo girato alcuni raccordi per un paio di giorni.

RR: Parlami della difficoltà nel produrre un’opera prima.

CM: Jamie è stato il paradigma di un travaglio d’amore e ho dovuto essere molto determinato a concluderlo. Oltre a scriverlo e girarlo, l’ho anche prodotto, e questo ha posto parecchi problemi. Abbiamo avuto qualche defezione tra la troupe. In direttore della fotografia ha abbandonato il progetto, ci sono state complicazioni con la “location” principale, un budget minimo, un disastro nella registrazione del suono, abbiamo dovuto programmare di girare ancora in un secondo tempo. Alla fine, direi di essere stato molto fortunato a dispetto di quelle che a tratti apparivano come sventure.
Questo è il cinema. Devi trarre il meglio dalle circostanze e dire a te stesso che la prossima volta cadrai meglio.

RR: Jamie è stato presentato in concorso al Sicilia Queer, nella sezione Queer Short. Quali sono state le razioni che hai colto? E ti hanno sorpreso in qualche modo?

CM: Le reazioni sono state, nell’insieme, molto positive. Diverse persone hanno espresso il loro interesse nel vedere un lungometraggio, un riscontro molto entusiasmante. Sono stato avvicinato anche da persone che erano piuttosto commosse. Poi ci sono persone che non hanno capito il film e sono state eccessivamente critiche. Alla fine, Jamie è un film sensibile e sottile e mi aspetto che tutti capiscano cosa io ho tentato di fare. Così accade per tutto, alcune persone troveranno un contatto con il film e lo capiranno, altre no. Ciò che più conta è che il pubblico senta qualcosa e sia commosso. Credo che il pubblico del Sicilia Queer abbia davvero provato qualcosa e questa è stata una reazione appagante per me.

RR: Quale potrebbe essere la tua definizione di cinema Queer?

Prima di tutto, non credo che il cinema Queer dovrebbe essere un genere o un sottogenere. Anche se il termine Queer è più ampio e inclusivo che il temine LGBT, si tratta pur sempre di una categorizzazione e io penso che dovremo tentare di eliminare le categorie. Il problema nel porre film sotto una categoria è che lo spettatore tenderà a vedere l’argomento e non il film.
Recentemente, ho avuto uno scambio con un produttore che pensava che i film a tematica LGBTQ fossero limitati a coloro che empatizzano con la tematica. Non potrei essere meno d’accordo. Questi film hanno un pubblico molo più ampio. Come cineasta sono interessato a girare film su storie e personaggi, non su tematiche. Detto questo, credo anche che abbiamo bisogno di raccontare più storie che sfidino il modo di pensare etero-normativo e che questi film debbano godere di una distribuzione su larga scala. Il cinema mi ha aperto sulla mia stessa sessualità e ho trovato me stesso attraverso l’esplorazione di storie altrui al cinema e nei libri.
Forse Queer potrebbe significare semplicemente “aprirsi, esplorare al di là della norma”.

 

Palermo, 3 giugno 2016

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