Le feu follet > Louis Malle

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fuocofatuo

articolo pubblicato su Rapporto Confidenziale – numero9, novembre 2008 (pag.29)


Fuoco fatuo

di Samuele Lanzarotti


Opera indimenticabile, intensa e commovente, che interconnette la vita e le sofferenze di alcuni straordinari artisti, quali Louis Malle e Maurice Ronet, ma anche quelle dell’autore del libro Pierre Drieu La Rochelle e del personaggio a cui questo è ispirato: Jacques Rigaut. Un film che è un lancinante ed estremo grido di protesta verso quella normalità e banalità, rappresentate dagli ideali borghesi, che il protagonista non riesce assolutamente ad accettare e che sfoceranno in pochi anni nell’omologante massificazione planetaria dei nostri giorni. Nel film e nel libro viene estrinsecato l’orrore verso “una vita regolata, casalinga, pantofolaia…una meschina esistenza da individui con una piccola rendita che, chiusi in casa, fuggono avventure e rischi…un tran tran da vecchie zitelle, unite in un culto comune, caste, inacidite, pettegole, e che si rivoltano scandalizzate quando si parla male della loro religione” (dal libro). Ma allo stesso tempo vi è anche la rappresentazione della paura di diventare adulti, con tutto il carico di responsabilità e compromessi che questo comporta. Il film è incentrato sul sensibile Alain, trentenne alcolista, corroso dalla noia e dal male di vivere, che decide lucidamente di togliersi la vita. Ma prima di compiere l’ultimo atto vuole reincontrare alcune persone che sono state importanti nella sua esistenza, forse nella speranza che possano dissuaderlo o forse per dargli un tenero saluto finale. Il film, con musiche di Erik Satie, è molto fedele alle atmosfere del romanzo, con però due cambiamenti significativi: Alain sullo schermo è un alcolista, mentre nel libro è un tossicodipendente da eroina, l’ambientazione è spostata dagli anni Venti del libro agli anni Cinquanta del film. Il film è scarno ed essenziale, concentrato sui futili rituali della vita quotidiana di Alain, sui suoi monologhi interiori e sulle sue piccole manie. Percorre la pellicola, la stupefacente interpretazione di Maurice Ronet, che vive il personaggio letteralmente sulla propria pelle, portando nelle eloquenti espressioni del volto i segni invisibili di un’esperienza vissuta assai simile a quella del protagonista: Ronet infatti beveva come il personaggio del film e dovette perdere, all’epoca della pellicola, 20 chili di peso per poter iniziare le riprese. Ciò che emerge, deflagrante, è l’incomunicabilità profonda tra esseri umani, la difficoltà a condividere l’altrui dolore, immersi, come siamo, in mezzo a mille impegni di lavoro o mondani. Il libro infatti nasce dal rimorso di Drieu La Rochelle per non essere riuscito a impedire e forse a capire che l’amico Rigaut si sarebbe veramente ucciso. Ambedue, libro e film, sono percorsi da un’inquietudine e un’irrequietezza senza scampo, dense di interrogativi esistenziali, espressione tangibile di un’angoscia profonda, verso la quale i valori tradizionali, quali famiglia, professione, arte e amore risultano insufficienti e aleatori. Il suicidio del protagonista, con questi presupposti, può essere visto come un atto estremo di rivolta contro la volgarità e l’inconsistenza della vita circostante, ma anche come una fuga dal vuoto e dal nulla che permeano, inesorabilmente, la vita di chi, come Alain, si è dedicato alla dipendenza. “Il suicidio è la risorsa degli uomini la cui molla è stata corrosa dalla ruggine, la ruggine del quotidiano. Sono nati per l’azione, ma l’hanno ritardata; allora, l’azione si ritorce nuovamente su di loro come un boomerang. Il suicidio è un atto, l’atto di coloro che non ne hanno potuto compiere altri.” (dal libro)
A questo proposito il libro è incentrato su Jacques Rigaut, esponente del dadaismo francese, colui che fece del suicidio il suo cavallo di battaglia e che a tal proposito amava dichiarare: “Provate, se potete, a fermare un uomo che viaggia col suicidio all’occhiello”. Rigaut era uno splendido dandy talentuoso, che offrì la sua breve vita al piacere, alla dissipazione, alle donne, all’alcool, all’eroina, alla stravaganza e al lusso più effimero. L’atteggiamento di Rigaut fu tipico di chi trova soddisfazione nella sostanza (era eroinomane), permeato di un nichilismo fine a sé stesso e con un’indifferenza spiazzante, che lo portava a pronunciare frasi (rivolte verso i compagni del movimento dada) come: “voi siete tutti dei poeti e io sono dalla parte della morte”. Quindi esattamente il prodotto dell’assuefazione alla droga: un essere umano completamente svuotato, che ha perduto ogni appiglio ideologico e morale. Rigaut amava dire che scriveva per vomitare e uno dei passaggi più eloquenti della sua frammentaria produzione letteraria fu questo: “c’è gente che fa soldi, altri fanno i matti, ed altri ancora dei figli. C’è chi fa dello spirito. C’è chi fa l’amore, e chi fa pena. Da quant’è che cerco di fare qualcosa! Non c’è niente da fare. Non c’è niente da fare”. La noia, il nulla…come si vede nel film, il suicidio di Rigaut fu impressionante, preparò tutto scrupolosamente e nei minimi particolari: assicurando il candore delle lenzuola del letto con una tela cerata, si mise seduto appoggiato su un gruppo di comodi cuscini, posizionandone un altro tra il proprio petto e la canna della pistola: “ho compiuto quest’incredibile prodezza. Ho preso una breve rincorsa e a fronte bassa ho attraversato lo specchio. E’ stato facile e magico. Un leggero taglio sulla fronte, ferita impercettibile e fatale. Da allora, mentre prima ogni specchio portava il mio nome, ora sono io che dall’altra parte vi rispondo, sono io che vi informo, sono io che vi plasmo…”.
Drieu La Rochelle (a sua volta suicidatosi per evitare il processo, in quanto collaborazionista dei nazisti durante la repubblica di Vichy) cerca una giustificazione all’atto dichiarando, nel libro, che “i drogati sono i mistici di un’epoca materialistica che, non avendo più la forza di animare le cose e di sublimarle a simbolo, intraprendono su esse un’opposta opera di riduzione e le consumano e le logorano fino a raggiungere in esse il nucleo del nulla. Essi sacrificano al simbolismo dell’ombra per controbattere il feticismo del sole, detestato perché ferisce occhi già stanchi”…ma direi proprio che Rigaut di giustificazioni non ne ha…solo un’immensa pietà umana…



Le feu follet (Fuoco Fatuo)
di Louis Malle (Fra/1963, 108’)
con Maurice Ronet, Léna Skerla, Yvonne Clech, Bernard Noel, Jeanne Moreau.

Più vado avanti nella vita,

più diffido delle idee

e più mi fido delle emozioni.

Luois Malle

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