Lino Ventura

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Il presente articolo è stato pubblicato su Rapporto Confidenziale numero24 (aprile 2010), pag. 37

Lino!

Lino Ventura (vero nome Angiolino Giuseppe Pasquale Ventura) nasce a Parma il 14 luglio del 1919. All’età di sette anni, si trasferisce con la madre a Parigi, dove suo padre lavora come rappresentante già da qualche anno. In Francia lascia presto gli studi e si dedica al lavoro occupandosi come fattorino, meccanico e quindi rappresentante di commercio e impiegato d’ufficio. Si dedica anche allo sport, che diventerà presto la sua attività primaria, soprattutto come lottatore con il nome di Lino Borrini (il cognome della madre).
Nel 1942 sposa il suo amore sin dall’infanzia, Odette Lecomte, con cui avrà quattro figli: Mylène (1946), Laurent (1950), Linda (1958) e Clelia (1961).
Nel 1950 è campione europeo di lotta greco-romana nella categoria pesi medi quando un incidente occorsogli durante una gara, nella forma di una grave ferita alla gamba destra, lo costringe ad abbandonare l’attività sportiva. Si reinventa quindi organizzatore di combattimenti.

È il caso ad avvicinarlo al cinema: un suo amico parla di lui a Jacques Becker, che cerca un Italiano per un ruolo in Touchez pas au grisbi (in italiano Grisbi). Lino Ventura incontra il regista, che gli propone subito la parte, ma lui in un primo tempo rifiuta per poi lasciarsi convincere. Quando il film esce, la sua presenza si fa notare e gli vale diverse proposte, dapprima in parti di contorno e quindi, senza che abbia seguito corsi di recitazione, in ruoli da protagonista. In poco tempo diventa una presenza imprenscindibile nel cinema noir francese, pur non disdegnando incursioni nella commedia, sia nel ruolo del tutore della giustizia che in quello di criminale.
Lavorerà con registi del calibro Malle, Sautet, Verneuil, Deray, Molinaro, Miller e, in Italia, De Sica, Ferrara e Rosi.
Nel 1966 crea con sua moglie l’associazione Perce-Neige rivolta all’infanzia con problemi di disabilità.
È scomparso il 22 ottobre del 1987 a casa sua a Saint-Cloud, in Francia.
Ha girato 78 film ed è uno dei volti più amati in Francia.

Uno di noi

di Filiberto Molossi

Lo capisci subito, basta guardarlo: il volto scolpito nella vita, quello di chi non sta tanto lì a pensare che faccia fare, perché la faccia è una, è quella e se non vi sta bene giratevi dall’altra parte. La faccia senza effetti speciali di uno che a vent’anni non aveva vinto alla lotteria e non si era domandato il perché. Una faccia che ti aspetti di incrociare tra i banchi della Ghiaia, o in strada, tra un caffè bevuto in fretta e un autobus perso. E che invece ritrovi su uno schermo e ti senti a casa, perché sai da dove viene, e cosa ha dietro. Basta dare un’occhiata al nome e tutto, in un attimo, è chiaro:Lino Ventura. Lo senti come suona? Non ho detto Brad Pitt o Robert Redford: ho detto Ventura. Uno dei nostri, uno di noi.

Il ragazzino di borgo Paggeria, l’emigrante, il fattorino, lo sguattero, il lottatore: che Parigi è una favola solo per chi non ci deve sbarcare il lunario. Sotto la torre Eiffel Ventura c’era arrivato bambino, a dieci anni, nel ’29, per raggiungere la madre. Il cinema ancora balbettava: non avrebbe mai potuto immaginare che un giorno avrebbe parlato con la sua voce. Una gioventù da bravo ragazzo, di quelli che lavorano sodo per portare i soldi a casa: pochi grilli per la testa e lo sport, alla domenica, per fare valere in palestra le sue spalle larghe. Una buona carriera, qualche titolo importante, poi qualcuno che picchiava più di lui: ce ne è sempre uno, basta capirlo in tempo. Il ritiro e una vita come tante altre. Il cinema ?Sì, ogni tanto, in galleria. Poi si sa: al destino piace giocare.

È il ’53, si gira “Grisbì”: ci vuole un italiano che parli il francese, uno con la faccia giusta, da duro. Uno che non sparisca se lo metti accanto a Jean Gabin, che non abbassi gli occhi davanti al mito. Qualcuno (Emanuele Cassuto, di Unitalia film) butta lì un nome: Ventura. Chi? Ventura. Un ex lottatore di 34 anni, uno che ancora organizzava degli incontri. Qualunque persona di media cognizione avrebbe sgranato gli occhi o forse si sarebbe messa a ridere: ma dall’altra parte del tavolo c’era Jacques Becker, il regista di “Casco d’oro”. Qualcosa di più di uno qualsiasi. Forse per questo Becker disse “proviamo”. Come andò lo si può immaginare: anche Gabin rimase impressionato. Ventura no, era scettico: per la serie è tutto un gioco, una vacanza, faccio un film poi basta. Ne girò altri 75.

Perché? Perché era Lino Ventura, qualunque cosa facesse: uno di cui ti potevi fidare, uno che non ti deludeva. Un professionista, sempre. Serio, rigoroso, attento: come la sua recitazione, limpida, senza fronzoli, in un certo senso etica. Lontana anni luce dall’enfasi preconfezionata degli istrioni o dalle assurde nevrosi degli attori di scuola. Lui era Ventura: e andava bene così. L’uomo giusto al posto giusto: sbirro o gangster che fosse, commissario disilluso o delinquente malinconico. Esemplare, senza sforzo: come se gli venisse facile, come se fosse qualcosa che in fondo avrebbe potuto fare chiunque. Ma che in realtà lui faceva meglio (molto meglio) degli altri. In America uno come lui lo chiamerebbero “the natural”: un talento naturale, uno che ce l’ha nel sangue, anche se non lo sa.

La cosa impressionante di Ventura era questa sua sicurezza, la perfetta adesione al personaggio, quel suo recitare come vivere, usando gli stessi gesti, le medesime parole. E forse sta proprio qui il segreto del suo successo (davvero enorme in Francia): nell’avere sempre parlato, grazie alla sua misura, alla sua spontaneità, la lingua della gente. Di quelli che si fanno la barba ogni mattina, magari scoprendo nello specchio una ruga in più. Indossò i loro vestiti e le loro speranze, incarnandone le timide fantasie. Perché Ventura aveva un dono: era credibile. Gangster morale nell’ “Asfalto che scotta”, minatore ne “La ragazza in vetrina”, soldato in “Un taxi per Toubruk”: lo guardavi e ci credevi. Hai detto niente. Dolore vero, gioia sincera: senza fare troppo rumore, senza dovere, per forza, fingersi un fenomeno.

Rendeva grande la normalità, semplicemente. Così come riusciva a riportare coi piedi per terra la fantasia, a cogliere l’aspetto quotidiano e realistico nella trama più bizzarra. Non aveva bisogno di controfigura, Ventura, né della rete: anche quando bisognava menare le mani, come nel “Gorilla vi saluta cordialmente”, di Borderie. “Vado io”: c’era un lavoro da fare, non era tipo da tirarsi indietro. Generoso sul set come nella vita: ma senza farne vanto, senza dire, dopo, “hai visto?”. Serenamente anti divo, pragmatico, molto vero, sincero. Un attore di carattere, energico, disinvolto: uno che avrebbe potuto rimanere tutta la vita prigioniero di un cliché e che invece riusciva sempre a sorprenderti. Cambiando rotta (le frequenti incursioni nella commedia: da “La via del rhum”, a film come “L’avventura è l’avventura” o “Il rompiballe”) o tornando, con coraggio e senza ripetersi, sul “luogo del delitto”.

Lo vollero i grandi (dopo Becker, Sautet, Lelouch, Melville, Rosi) ma lui si permise – come ci racconta anche “Nella pelle di Ventura”, il bel libro (edizioni Battei) che Maurizio Schiaretti ha dedicato all’attore parmigiano(filmografia commentata completa più un’intervista e alcune testimonianze, tra cui un paio, molto belle e commosse, di Lorenzo Bocchi) – anche qualche incredibile no: come quelli a Coppola e a Spielberg (l’avrebbero voluto, rispettivamente, per “Apocalypse Now” e “Incontri ravvicinati del terzo tipo”), giganti della nuova Hollywood. Gli bastava quello che aveva: la Francia lo amava. E ancora lo adora.

Noi invece, ce lo siamo un po’ dimenticati: come quelle stazioni dove un giorno il treno decide di non passare più. Perché? Così. Lo sfioriamo appena, quasi avessimo paura di disturbarlo: molto meno generosi di quanto lo fu, con tutti, lui. Ma davvero si può pensare di perdere Ventura? E’ un rischio, per niente calcolato. Certi patrimoni andrebbero tutelati: anche perché non si tratta di una rara pianta del Madagascar o di una danza etnica lituana. Sto parlando di Lino Ventura: uno dei nostri, uno di noi.

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