LA Zombie > Bruce LaBruce

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+

articolo pubblicato su Rapporto Confidenziale numero28 (speciale 2010) pagg. 42-46
all’interno di RC:speciale 63° Festival del film Locarno 4-14 | 8 | 2010

LA Zombie
Bruce LaBruce | USA, Germania – 2010 – Beta Digital – colore – 63′ (versione soft)
di Roberto Rippa

Uno zombi emerge dalle acque dell’Oceano Pacifico e si reca sulle colline circostanti.
Qui incontra un surfer che lo fa salire sulla sua automobile. Poco dopo, è vittima di un incidente mortale.
Quando la creatura giunge in città, diventa difficile capire se si tratti di uno zombi o di un senzatetto schizofrenico sofferente di allucinazioni.
Come una sorta di redentore oscuro, lo zombi avanza per l’area di Los Angeles per trovare diversi uomini morti – un colletto bianco, un drogato senza dimora, un gruppo di pornostar cocainomani – che riporta in vita infilando il suo curioso membro nelle loro ferite.
Presto, però, non sarà più in grado di sopportare la rigida realtà della metropoli.

Puro cinema che indaga sul corpo, nonché opera che certamente otterrà più articoli di giornale che spettatori, LA Zombie vede l’essere del titolo vagare per una Los Angeles più vera del vero, narrata attraverso i suoni e le luci, alla ricerca di corpi da riportare in vita mediante inserimento di un fintissimo membro dal prepuzio a coda di maiale nelle ferite dei cadaveri.
Si tratta di un vero zombi alieno o è solo un senzatetto schizofrenico? Poco importa, a LaBruce interessa solo spaziare dal corpo del suo protagonista François Sagat (molto), alle immagini della città (molto meno) mostrata in maniera molto personale ed efficace.
Se a tratti il regista pare disseminare la storia di indizi che potrebbero portare alla comprensione relativa all’identità della curiosa figura, è anche evidente che gli interessa poco o nulla la narrazione, limitando il suo film a una serie di quadri in cui il nostro si muove da un cadavere all’altro (un uomo d’affari ucciso da un collega, un senzatetto, un gruppetto di pornostar gay cocainomani uccisi dai loro spacciatori…) ripetendo i suoi gesti. L’aura di romanticismo che lo pervade e il fatto che lo zombi restituisca la vita attraverso il sesso sono i  punti di forza del film ma , malgrado presenti momenti molto riusciti, non si può dire che nel suo insieme riesca a trasmettere alcunché, arrivando addirittura a tediare nella reiterazione degli atti.
Resta il sospetto infine che il film possa vivere delle scene pornografiche (cinque in tutto), epurate dalla versione vista al Festival di Locarno.

LA Zombie
USA, Germania – 2010 – Beta Digital – colore – 63′ (versione soft)
Concorso internazionale | 63° Festival del film Locarno
Regia, soggetto: Bruce La Bruce
Musiche: Jack Curtis Dubowsky, Kevin D. Hoover
Fotografia: James Carman
Montaggio: Jörn Hartmann
Interpreti principali: François Sagat, Rocco Giovanni, Wolf Hudson, Eddie Diaz, Andrew James, Matthew Rush, Erik Rhodes, Francesco D’Macho, Adam Killian, Tony Ward, Santino Rice, Tim Kuzma

ESTRATTO DELL’INTERVISTA ESCLUSIVA A BRUCE LABRUCE

a cura di Roberto Rippa

Roberto Rippa: Innanzitutto, ho trovato che il film sia piuttosto romantico. Sono pazzo?

Bruce LaBruce: No, penso sia molto romantico. Necromantico.

Roberto Rippa: Il personaggio principale è una sorta di serial killer al contrario. Restituisce la vita invece che toglierla…

Bruce LaBruce: Trovo che molti film horror, “torture porn” (film splatter dalla violenza grafica particolarmente insistita e comprendenti mutilazioni e smembramenti; ndr.), come li chiamano, siano negativi perché mostrano solo torture, omicidi e assassini seriali che non fanno altro che annichilire le persone. Il mio personaggio, invece, le persone le fa resuscitare. Quindi sì, si tratta di una consapevole opposizione a quella tendenza.

Roberto Rippa: Quindi si è trattata di una scelta sin dall’inizio? Ciò che voglio dire è che questo è un momento in cui il “torture porn” è di moda. Il tuo film è ristoratore in questo senso.

Bruce LaBruce: Sì, l’ho fatto coscientemente. D’altro canto non penso si possa esprimere direttamente un giudizio morale…
Un mio amico mi ha messo in contatto con Camille Paglia (saggista, antropologa e sociologa statunitense nota anche per la sua posizione femminista; ndr.) quando il caso della censura del film è esploso in Australia e lei mi ha consigliato di non tentare di difendere il mio film su basi morali, perché sarebbe stato ridicolo in quanto si tratta comunque di un film che contiene violenza estrema e rappresentazione grafica del sesso. Cose che vanno bene, certo, ma la mia difesa del film si basa piuttosto sulla tradizione dell’arte. È l’idea di questo personaggio romantico che risale alla fine del XVIII secolo, Edgar Allan Poe o Charles Baudelaire, che scrissero opere sulla morte, su creature che morivano per poi ritornare, di un legame romantico con la morte.

The complete interview is published on Rapporto Confidenziale numero28 (speciale 2010). Download it free.

La versione integrale dell’intervista su Rapporto Confidenziale numero28 (speciale 2010)

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+