Tag 'Leonardo Persia'

Deliver Us from Evil (Joey) > Horace Jackson

Deliver Us from Evil (Joey) regia di Horace Jackson (USA/1977) recensione a cura di Leonardo Persia Film tostissimo. Il protagonista Chris Townes è perennemente incazzato. Lo interpreta Danny Martin, tipico eroe/antieroe blaxploitation, quasi sempre con i pettorali esposti, o con camicia aperta davanti, o t-shirt che non ce la fa a coprirlo fino alla schiena. Identificazione dello spettatore nel sex

Eva > Gustaf Molander

Eva regia di Gustaf Molander (Svezia/1948), sceneggiatura Ingmar Bergman recensione a cura di Leonardo Persia I più compiuti film di Bergman primissima maniera, prima di Prigione (1949), sono quelli scritti per Gustaf Molander: Donna senza volto (1947) e Eva (1948). Il secondo, in particolare, introducendo il tema della morte (e correlata “resurrezione”), riesce a definire con maggiore precisione stile e

Hamnstad (Città portuale) > Ingmar Bergman

Hamnstad (Città portuale/Città nella nebbia) regia di Ingmar Bergman (Svezia/1948) recensione a cura di Leonardo Persia Dopo i film acquei per la Sveriges Folkbiografer (Piove sul nostro amore, La terra del desiderio), opere sul viaggio come stato dell’essere, Bergman arriva, per stabilizzarsi, a Città portuale (titolo originale) o Città della nebbia (titolo italiano), che segna il ritorno alla Svensk Filmindustri

Dharmatma > Feroz Khan

Bollywood Feroz Dharmatma | regia: Feroz Khan (India/1975) recensione di Leonardo Persia È il secondo degli otto film da regista di Feroz Khan (1939-2009), superstar bollywoodiana, esordio d’attore nel 1959 (Dindi), una settantina di parti e un ultimo film sognato, annunciato e non realizzato, Kurbani. Attore e director, nonché produttore, montatore e sceneggiatore. Un uomo di cinema al 100%. Dharmatma

Skepp till India land (La terra del desiderio) > Ingmar Bergman

Skepp till India land (La terra del desiderio) regia di Ingmar Bergman (Svezia/1947) recensione a cura di Leonardo Persia Il desiderio del titolo italiano è quello che si perde nel liquido amniotico, il flusso d’acque che costituisce l’elemento caratterizzante il primo Bergman. Si identifica con la liquidità genitoriale, non necessariamente ed esclusivamente la madre, la visione dell’indistinto e del collettivo,

Loong Boonmee raleuk chat > Apichatpong Weerasethakul

IL LIBRO THAILANDESE DEI MORTI Loong Boonmee raleuk chat (Lo zio Boonme che si ricorda delle sue vite precedenti) di Apichatpong Weerasethakul (Tailandia-Gran Bretagna-Francia-Germania-Spagna-Olanda/2010) recensione a cura di Leonardo Persia Come il Bardo Thodol, a cui si è ispirato recentemente pure Gaspar Noé, Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti illustra un viaggio di preparazione alla morte. Morte

Musik i mörker (Musica nel buio) > Ingmar Bergman

Musik i mörker (Musica nel buio) di Ingmar Bergman (Svezia/1948) recensione a cura di Leonardo Persia Dopo i precedenti film sull’amore, il produttore Lorens Marmstedt impose a Bergman un film d’amore. Da un romanzo di Dagmar Edqvist, co-autore col regista della sceneggiatura. Qualcosa di meno aspro e più riconciliato, un’opera di genere con la tematica corrente del reduce di guerra,

The Avenging Conscience > David W. Griffith

The Avenging Conscience regia di D. W. Griffith (USA/1914) recensione a cura di Leonardo Persia The Avenging Conscience è una trascrizione da Poe di secondo grado, nel senso che il plot è imperniato su un personaggio che, leggendo Il cuore rivelatore (1843), ripete le gesta del protagonista, l’uccisione di un vecchio (qui lo zio tutore), nascosto poi sotto il pavimento

Det regnar på vår kärlek (Piove sul nostro amore) > Ingmar Bergman

Det regnar på vår kärlek (Piove sul nostro amore) di Ingmar Bergman (Svezia/1946) recensione a cura di Leonardo Persia Piove sul nostro amore finisce dove iniziava Crisi, a un incrocio che delimita le direzioni, città e campagna, punto A e punto B, un dualismo che continua ad avvolgere l’universo bergmaniano. Di una coppia, che potrebbe essere quella costituita alla fine

J. Edgar > Clint Eastwood

Psycho Citizen J. J. Edgar di Clint Eastwood (USA/2011) recensione a cura di Leonardo Persia J. Edgar è un film che mette lo squid ai processi sociali in corso piuttosto che un biopic sul potente capo dell’FBI. Penetra cioè nell’interiorità obscena dell’umanità integerrima di oggi, sospesa tra dovere e desiderio, realtà e finzione, contemporaneamente vittima e artefice di un immaginario