Differenze e similitudini tra il Pinocchio di Cenci e il Pinocchio di Disney

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Un burattino di nome Pinocchio – indice dei capitoli

Prendiamo ora a paragone due giganti dell’animazione mondiale che si cimentarono nelle versioni animate più celebri del burattino toscano: Walt Disney in America e Giuliano Cenci in Europa.
Ciò che colpisce del Capolavoro italiano, oltre all’altissimo livello di realismo dell’animazione, è soprattutto la fedeltà al testo di Collodi, in antitesi alla realizzazione edulcorata e quantomai ridotta di episodi della versione Disney.
Molti spettatori, dagli Stati Uniti d’America, hanno scritto che il Pinocchio di Cenci presenta quel realismo e ricchezza molto differenti dalle «sugary fairy stories» della versione Disney, quest’ultima altamente edulcorata da ogni elemento drammatico che caratterizzava lo spirito originale del testo collodiano.
Giuliano Cenci ha realizzato il suo capolavoro su Pinocchio in pieno accordo con lo stile cinematografico e pittorico italiano, senza aver mai negato l’esser in qualche modo partito da Disney, punto di riferimento per ogni artista “serio” che vuole dedicarsi all’Arte del Cinema di Animazione. Partire senza alla base Disney sarebbe come costruire un palazzo privato delle sue fondamenta.
Cenci infatti è partito da Disney. L’interpretazione dei personaggi –in piena conformità allo spirito di Collodi – ne è prova evidente; come evidenti sono le connotazioni estetiche relative alla psicologia e alla concezione iconografica dei personaggi del Film, nonché – è da notare – la tecnica di Cenci appare pienamente aderente alla migliore «scuola» dell’animazione italiana del XX Secolo.
La «scuola italiana», però, trae senz’altro origine dal modello americano di Walt Disney. Anton Gino Domeneghini, solo per fare un nome, ne è un tacito esempio: come non rievocare Biancaneve nella Principessa Zeila, e i tre ministri reali Zirko, Tonko e Zizibé nei sette nani di Disney?
Basta solo dare uno sguardo attento a Un burattino di nome Pinocchio per notare alla base una notevole conoscenza del disegno Disney; ad esempio, gli occhi dei personaggi talvolta presentano la cosiddetta “mezza luna”, modernizzando il modello usato nei vecchi cartoons di Disney e dei Fleischer; come anche il cagnone Alidoro appare rielaborato ed italianizzato rispetto ai modelli americani Warner Bros; e così soprattutto i personaggi quali Geppetto, il Grillo parlante, e il Gatto e la Volpe, ricordano vagamente, anche se più sofisticati e realistici, i modelli d’oltreoceano del Pinocchio di Walt Disney.
In altre parole, per fare il suo Capolavoro, il Maestro europeo Giuliano Cenci è partito dal suo Maestro americano Walt Disney.
Cenci ha però, al contrario, sottratto tutti quegli elementi – forme stereotipe, colori accattivanti, moralismi indotti, ecc… –, che avrebbero costituito quell’inganno che da sempre ha ingannato l’uomo. In una sola parola, rinunciando a tutti quei valori opposti allo Spirito atti a capitalizzare denaro.
Il motivo per cui il Pinocchio di Disney abbia l’aspetto tirolese è perché il romanzo di Collodi giunse in America passando dapprima per le versioni olandesi, con numerosi cambiamenti nel vestiario rispetto al testo originale.

Giuliano Cenci, invece, riguardo l’ideazione del suo Pinocchio, ha scritto: Pinocchio fu facilissimo, semplicemente un poco ispirato al mio modello preferito: quello illustrato da Attilio Mussino sul libro della mia infanzia. Quello di Mussino però, nonostante perfetto nell’ideazione, risulta troppo scarno, col naso sottile ed appuntito, mentre quello di Cenci è piatto di lato e leggermente “bombato” sopra e sotto, in quanto, se pur di legno, un po’ di “morbidezza” grafica per un cartone animato era necessaria…
Considerando anche che il più severo modello mussiniano risaliva ai primi del ‘900, il burattino di Collodi è stato reso da Giuliano Cenci a dir poco “perfetto” (vestito color arancio anziché verde, berretto rosato e non bianco, ecc…); come anche le decorazioni triangolari, più nette, meno a “farfalla”, presenti nel vestito del Pinocchio di Cenci (nonché la spessa riga laterale ai pantaloncini), appaiono chiaramente ispirati ai tre moduli triangolari dell’abito mussiniano, rendendolo né troppo antico né troppo moderno, ma semplicemente “classico”, adatto cioè ai ragazzi d’ogni tempo.


A tal proposito, è interessante notare che una della immagini dei quadri a chiaroscuro delle sequenze commentate da Rascel nella quale si vede Pinocchio in mezzo a due imponenti gendarmi, è molto simile (fuorché il Pinocchio, reso molto più simpatico nella versione di Cenci) proprio ad una delle famose illustrazioni di Mussino. Di certo Cenci, per creatività ed inventiva, non aveva certo bisogno di copiare ma, come in un “accento” del Film – perfettamente conformato al resto delle altre scene –, compare un chiaro ed eloquente omaggio al suo ispiratore d’infanzia.
Poco e niente il Pinocchio di Cenci ha, quindi, di quello disneyano: né una marionetta bamboccesca come il Pinocchio Disney, né minuto come il Burattino di Ivanov-Vano; quello di Cenci è alto e snello ma leggermente più piccolo di proporzione col restante dei personaggi e dell’ambiente (si veda, ad esempio, la grande sedia a dondolo della Fata dove il burattino sta seduto, come anche quando è vicino al maestoso Colombo); “proporzioni” contestualizzate con delicata intuizione, privandole cioè dalle parossistiche esagerazioni presenti nella versione sovietica.
Il Pinocchio di Cenci, in fondo, è un bambino vero – troppe volte si è confuso, per il fatto di essere di legno, con un burattino dalle fattezze di un bambino senz’anima; Cenci col suo Pinocchio – al contrario degli altri – ha centrato appieno lo stile del Collodi: il suo è un “vero bambino” con le fattezze di un “burattino di legno”!
Dopo Pinocchio, nel Film di Cenci, i personaggi più riusciti sono senz’altro Geppetto e la Fata Turchina.

Il Geppetto di Cenci, come ho detto, graficamente ricorda lievemente quello disneyano, togliendogli, però, quell’aria di goffo vecchietto che più che un “vecchio padre” sembra un “vecchio nonno” (1), perfetto nell’ideazione, vestito da falegname, umile ma dignitoso, in gilet e uose strette dai bottoni alle caviglie. In ottemperanza al racconto compare poco, ma nel Film di Cenci è comunque un perfetto maestro di vita per il suo amato figliolo per bontà e umiltà; ritrovato dallo stesso Pinocchio all’interno del “terribile pescecane”, Geppetto lo vediamo smagrito e con la barba lunga, come fosse trascorso diverso tempo (e l’ottima sceneggiatura ha permesso di raccontare le molte avventure attraverso un perfetto dosaggio di tempi e azioni).
La Fata Turchina, la quale segue nella crescita Pinocchio nelle ingenue monellerie, in fondo si rivela, dopo il burattino, la vera protagonista del Film. Come ho già scritto (2), La Fata Turchina, a differenza di quella disneyana che ha il fascino divistico delle star hollywoodiane, è una donna dai lineamenti delicati e semplici, di una bellezza non provocante e dall’aspetto lievemente angelicato, richiamando chiaramente i tratti dalla Madre di Gesù, così come è sempre stata rappresentata nella tradizione della pittura italiana. La Fata di Cenci è, infatti, educata, fine e composta, piena di senso materno, che è però corroborato da un’apparente severità necessaria per educarlo e farlo crescere.
Prendiamo la Fata dai Capelli Turchini di Disney: innanzitutto ha i capelli «biondi». E ha, come detto, il fascino divistico delle star hollywoodiane, al pari di una Marlene Dietrich o di una Greta Garbo, ma ovviamente dall’aspetto più rasserenante, più cioè per «famiglie». Inoltre è truccata, ha l’ombretto sulle palpebre, le ciglia rimarcate dal trucco, il fard alle gote ed il rossetto alle labbra: una vera e propria star del cinematografo anni ’40. Ma, al contrario, ha la «bacchetta magica».
Ora vediamo la Fata dai Capelli Turchini di Cenci: innanzitutto ha i capelli «blu». E ha, come detto, un aspetto esteriore ed interiore molto gradevoli.
Inoltre non è truccata, ha le unghie laccate di rosso, il rossetto alle labbra e le sopracciglia e le ciglia marcate: una «mamma celestiale» più che un’«attrice di Hollywood». Ma, al contrario, non ha la «bacchetta magica».

Come ha scritto Giuliano Cenci, La fata, per esempio, fu abbastanza facile perché secondo me non poteva presentarsi secondo lo stereotipo di una fata classica con tanto di bacchetta magica; doveva essere piuttosto una mamma, anche se con qualche “dono magico” in più, ma, del resto, quale mamma non è capace di “magie” dettate dall’amore materno? (3).
Inoltre la Fata di Disney è «sinuosa» nelle curve e nelle cadenze lievemente sensuale, cinta nel suo abito stretto e luccicante; la Fata di Cenci è invece «massiccia» ma coperta con garbato pudore da abiti lunghi.
Come dire, una bella donna, educata, fine e composta, la quale ha conservato quegli elementi tipicamente femminili, quali smalto e rossetto, per dedicarsi ora in toto alla crescita di un figlio. Elementi femminili che non disturbano, in quanto contrastati dallo sguardo serafico e dolce, conforme a quello di una vera e propria mamma.
In altre parole, quindi, non è certo più femminile la Fata di Disney rispetto a quella di Cenci, la quale è perfino più massiccia dell’altra ma semplicemente meno vistosa e, come detto, di una bellezza non provocante e dall’aspetto lievemente angelicato.
Riguardo altri protagonisti, il Mangiafuoco di Cenci è un illustre burattinaio; di poche parole, a suo modo elegante e autoritario, severo e burbero; un uomo tutto d’un pezzo ma, quando occorre, sa anche commuoversi. In Disney, invece, Mangiafuoco è reso simile ad un enorme giostraio gitano, con tanto di orecchino e dalla carnagione olivastra. Interessante il nome «Stromboli», nome dato al “burattinaio toscano” in “onore” alla zona vulcanica delle Isole Eolie vicino la Sicilia…

Il Lucignolo di Cenci è un altro personaggio interessante: più vicino a quello disneyano rispetto a Pinocchio è anche lui un ragazzino dai tratti scarni, labbro leporino e sorrisetto scanzonato con dentatura leggermente all’infuori (v.di anche quello del Pinocchio Disney). Da notare la frangia sporgente dalla grossa berretta a visiera (portata un po’ da malandrino alla maniera del Gatto e la Volpe); il grosso foulard infiocchettato al collo, la tenuta a doppio petto a bottoni da collegiale; a suo modo anche un po’ “autoritario” (doveva suggerire un “modello”, se pur negativo, “adulto” per il suo compagno di scuola Pinocchio) ma, nell’insieme, a dir poco trasandato (vedi anche i calzettoni gonfi e arrotolati). Grandi orecchie a sventola, espressione furba ma quantomai svogliata; viso scarno (vedasi la piega dell’osso della guancia), che in realtà non può che rievocare la sofferta situazione della gioventù italiana della Seconda Guerra Mondiale. Ed un ciuffetto di capelli spettinati che emergono dalla visiera i quali suggeriscono un’espressione da “bullo” ottocentesco, togliendogli fortunatamente il grottesco naso esageratamente all’insù della versione disneyana. Stile e abbigliamento che dimostrano la conoscenza di certe illustrazioni per l’infanzia, le pose e gli abiti delle foto antiche, nonché certe memorie dell’Italia antecedenti la Seconda Guerra Mondiale del secolo scorso.

Il Grillo parlante, può rievocare solo lievemente nelle fattezze semi-antropomorfe la mascotte disneyana, ma è reso senz’altro più maturo e simpatico: il personaggio di Cenci è un anziano grilletto, umile ma a suo modo signorile: quattro ciuffetti grigi ai lati che fanno da capelli e sopracciglia aggrottate – che ricordano quelle del Pescatore Verde e di Mangiafuoco – le quali donano al piccolo insetto un espressione un po’ saccente ma simpaticissima. Bastone da passeggio, che armeggia per ammaestrare il burattino, “ghette” e “polsini” che rievocano la prima versione di Paperon De’ Paperoni (elementi che mostrano un’ampia formazione dei classici del fumetto Disney d’anteguerra), e larghi occhiali da presbite sulla punta del naso; elementi i quali donano all’anziano Grillo, esperienza e simpatica espressione dottorale (si vedano anche le sfumature diagonali, tracciate a colore, per dare luminosità e trasparenza alle lenti).

Il Gatto e la Volpe, per quanto diversissimi, riecheggiano lievemente i più antichi modelli disneyani: anziché la tuba cilindrica, Cenci, più semplicemente, preferisce classiche berrette a visiera (v.di i tipici cappelli che si usavano all’epoca), aggiungendo però mantelle, sciarpe e ghette (v.di i riferimenti disneyani del Grillo parlante), nonché bastoni da passeggio (ad esempio, la Volpe ha una semplice ma elegante “mazza”); elementi i quali donano ai due compari un’espressione furbesca e simpaticamente malandrina…

Anche Alidoro – personaggio assente nella versione disneyana – è senz’altro evocante il vecchi bulldog Warner Bros, ma arricchito da perfetti spunti di accordi tonali (vedi, nel muso di Alidoro, le simpatiche “guance” chiare, contrariamente a quelle scure dei modelli Warner), che senz’altro identifica positivamente il Maestro fiorentino in una generazione formatasi cinematograficamente attraverso la “scuola” americana.
Passiamo alla trama. La storia del Pinocchio Disney è elaborata attraverso una serie di “forzature” da un lato profondamente soggettive se non perfino illogiche.
Vediamo e confrontiamo.
Prendiamo l’inizio di questo abbagliante luogo, il Paese dei Balocchi.
Nel Pinocchio di Disney il luogo appartiene quasi ad un’altra dimensione: per raggiungerlo non occorre il collodiano carrozzone pieno di allegri bambini, ma vi si arriva attraversando una paludosa laguna con un angusto e ambiguo battello. Vedi, non a caso, che Disney si ispirò alle suggestive incisioni di Gustave Doré specificamente a quelle che descrivevano iconograficamente l’Inferno dantesco de La Divina Commedia.
Nel Pinocchio di Cenci, esaminiamo la scena dell’avvio del carrozzone capitanato dall’Omino di burro verso il Paese dei Balocchi: fra gli ultimi arrivati, Pinocchio sale in groppa al primo ciuchino della fila, il quale, prima di ripartire, scodinzola, appunta lo zoccolo e inizia la marcia (da notare che i bambini trasformati in asinelli hanno tutti alle zampe degli stivaletti chiari); da qui parte il ciclo della lunga serie di ciuchini in marcia ma, naturalmente, con qualche variazione animata mentre procedono (uno di loro si gira, in seguito un altro reclina il capo, e dopo un altro ancora sbatte gli occhi), fra allegri schiamazzi accompagnati dalla simpatica marcetta musicale, fino a vedere, per lo scorrimento della lunghissima panoramica, lo svogliato Lucignolo che fa strada seduto imprudentemente sull’asse montante del carrozzone, quando gli altri bambini si spenzolano allegramente dagli enormi finestrini del grosso carro. La scena è perfettamente in prospetto e molto interessanti sono le grandi ruote circolari in legno cinte esternamente in ferro, le quali sormontano la grande carrozza che conduce, di notte inoltrata, i bimbi di Cenci al Paese dei Balocchi…

Nel Pinocchio di Disney l’ambientazione coerografica del Paese dei Balocchi avviene in una luccicante ed ambigua notte; è un luogo in cui i “bambini” posso finalmente divertirsi come gli “adulti”: un magnifico e mefistofelico, vero e proprio «luogo di perdizione».
Vi sono ad esempio, appoggiati a grandi pilastri a forma di sigaro acceso, enormi pupazzi raffiguranti dei Pellirossa, dallo sguardo truce e con addosso enormi pipe scolpite in legno, i quali, con movimenti meccanici, “offrono” ai bambini sigari a volontà… Straordinaria e di grande effetto scenografico l’idea dei vari Indios, la quale tradisce di certo la storia relativamente recente del «nuovo continente». Certo, i “selvaggi”, proprio per il loro aspetto, non possono che stare nel disneyano inferno a corrompere i bravi bambini “civilizzati”… Anche se, a questo punto, viene da chiedersi dove dovrebbero stare – secondo la medesima logica – quei colonizzatori vestiti in abiti “civili”… Forse in Paradiso?
Nel Film di Giuliano Cenci invece non c’è mai giudizio e, nel caso, ciò è espresso con estrema serenità e grande simpatia, specie quando c’è il desiderio di indirizzare il burattino verso il bene, fra l’altro sempre con grande senso del perdono e molto, molto affetto…
Nel Pinocchio di Cenci, invece, tutto è svolto alla luce del sole: un magnifico Luna Park, per di più vissuto spensieratamente in una bella giornata; gli ottovolanti con le giostre dagli enormi sedili a forma di cigni, allietati da allegri sventolii di bandiere, palloncini colorati e aquiloni lanciati in aria; l’enorme scivolo a forma sinusoidale che giunge da un gigantesco clown, con i bambini che arrivano attraverso straordinarie prospettive animate; inoltre tende colorate, giochi, cavalli in legno, teste di clown ornate con grandi fiocchi dorati e tante leccornie…; elementi i più disparati atti ad adornare l’immenso Luna Park… Una «bella cuccagna», insomma, come diceva Rascel a commento di tali “spensierati” divertimenti…
In entrambi i film, nel Paese dei Balocchi tutto è permesso fare ad un ragazzino che non vuole studiare; soltanto che, in quello di Disney, i bambini fanno qualsivoglia trasgressione, mentre in quello di Cenci i bambini vivono spensierati pensando solo a “divertirsi” anziché a “studiare”.
Nel Pinocchio italiano, al fumare il sigaro corrisponde il mangiare un grosso e gustoso cono gelato (col rischio al massimo di indigestione…). Vedi, in riferimento, la scena con Lucignolo e Pinocchio al «tiro al bersaglio dei maestri di scuola», come scritto sul cartello all’interno dello stesso stand. Anzi… in quella medesima scena, Lucignolo, nella stessa mano regge ben tre enormi coni gelato, i quali, dopo poco, lancia fuori campo, noncurante neanche degli sprechi o di chi può colpire… ma, al contrario, per loro ormai… vizi e cattive abitudini a volontà… Ma pur sempre “vizi” da “bambini”, ben differenti di quelli “adulti” sottintesi nel Paese dei Balocchi disneyano.

Esaminiamo ancora la straordinaria scena del Film di Cenci: Lucignolo, coi tre coni in mano, dopo un rapido ed ulteriore assaggio li lancia via, si sporca di cioccolato la bocca, e si pulisce con la manica della camicia, in una scena di grande studio psicologico e gran realismo nelle animazioni, la quale il regista fiorentino ha sapientemente realizzato per descrivere proprio quei “cattivi compagni” di una volta, svogliati e viziati. Nella stessa scena, oltre a Pinocchio e a Lucignolo, vi sono bambini di ogni ceto sociale: accanto a loro, infatti, ve né uno dall’abbigliamento dimesso con sciarpa e cappello, ed un altro, invece, ben pettinato, perfino in tenuta da marinaretto.
Come evidenziato, nel Pinocchio di Disney i bambini possono fare cose più da adulti, perfino aggiungere i baffi alla Gioconda. Nel Pinocchio di Cenci troviamo, nella casetta di Lucignolo, oltre a cavalli a dondolo e maschere appese, sui muri scritte in gesso con calligrafia da principianti frasi quali, «viva il paese dei balocci» o «abbaso la squola».
E ora passiamo alla trasformazione in ciuchini.
Nel Pinocchio di Disney, Lucignolo è intento a giocare al biliardo, armeggiando il sigaro passato “vissutamene” fra i denti. Anche Pinocchio prova a fumarlo, ma diventa dapprima rosso e subito dopo verde, fino a grondare lacrime per quell’unica e trasgressiva aspirata di un “vizio adulto”. Poi Lucignolo, tra un riso e l’altro, poggiandosi sul lato del biliardo, si accorge che la sua mano si è mutata in un diabolico zoccolo; sporgendosi per fare centro con le bocce, dal dietro dei pantaloni fuoriesce a strappo una ritta e contratta coda d’asino, emettendo un sonoro raglio mentre il viso comincia ad assumere le sembianze dì un muso di animale, con tanto di metamorfosi irreversibili.
Anche a Pinocchio escono coda e orecchie d’asino ma la “coscienza buona” di Jimmy Crickett è ancora in grado di suggerirgli in tempo di scappare prima che avvenga anche per lui la definitiva “dannazione”…
Pinocchio riesce a fuggire dall’infernale luogo ma parte della metamorfosi rimane in lui incorporata… Lo troviamo infatti con orecchie e coda d’asino anche nel ventre della balena fino al finale del film, quando la Fata lo trasforma definitivamente in un bambino vero…
Nel Pinocchio di Cenci, mentre l’Omino di burro attende la trasformazione in ciuchini, ai lamenti preoccupati dei due bambini, si alternano nel sonoro – prima di sostituirsi definitivamente con questi ultimi – veri e propri ragli d’asino. In Pinocchio e Lucignolo mentre ansimano, respirando forte, braccia e gambe diventano arti e zampe; entrambi appaiono contratti e stirati in innaturali posture, quando lentamente avviene in loro una vera e propria involuzione della specie, realizzata con la difficile tecnica del cartone animato a dissolvenza incrociata. Dopo Lucignolo, Pinocchio, il quale, da scarno e di legno che era, si ricopre di un pellame scuro non riuscendo neanche più a star ritto sulle gambe fino a coercirsi, assumendo postura e aspetto del tutto involuti; ciò lo vediamo anche negli eccezionali colori: soprattutto Pinocchio, dal simpatico burattino che era color legno, si muta, scurendosi nei toni, fino a raggiungere le tonalità cromatiche di un vero e proprio vello d’asino. Una scena estremamente realista e drammatica, allietata dalla simpatica voce della Paladini ma resa di enorme effetto spettacolare dal continuo uso delle dissolvenze incrociate, in una serie di sequenze che rivelano una bravura tecnica a dir poco incredibile.
Un altro particolare della versione Disney è che la storia non solo è enormemente difettosa di episodi presenti nel testo originale, la quale diventa, si e no, ridotta all’essenziale, ma soprattutto anche i “tempi tecnici di proiezione” sono estremamente sbilanciati.
Poco se ne seppe all’epoca, ma la versione americana del 1940, di cui Disney acquistò anche i diritti letterari dell’opera collodiana, non fu bene accolta in Italia al punto che gli eredi Lorenzini volevano nientemeno fare una colossale causa al Mago di Burbank per aver snaturato il contesto culturale originale del loro celeberrimo parente scrittore.
A proposito di discordanze di tempi a discapito della storia originale, basta porre ad esempio la parte in cui Pinocchio e Jimmy Crickett finiscono sott’acqua prima di esser ingoiati dall’enorme balena.
Qui troviamo, con grande varietà di effetti visivi subacquei, un’insieme di avventure di Jimmy Crickett alle prese con pesci, ostriche e animali sottomarini, i quali arrivano a raggiungere tempi, gag e suspense dei cortometraggi delle precedenti Silly Simphonies.
Tutto ciò è a dir poco assurdo se si pensa che nel Pinocchio disneyano i registi Hamilton Luske e Ben Sharpsteen avevano come supervisore il grande Walt Disney.
Pier Paolo Pasolini su Walt Disney così si espresse: «E’ stato un pioniere del gusto di massa nel senso peggiore del termine». Pur non condividendo affatto – dal punto di vista del linguaggio del cinema disegnato – la definizione data dal famoso scrittore-regista al Mago di Burbank, ciò che intuì molti anni or sono Pasolini lo si può riscontrare, oggi più che mai, nel Pinocchio di Walt Disney.

Infatti, se a ciò che abbiamo evidenziato, si aggiungono le forme stereotipe che definiscono i personaggi di base, a cominciare dal protagonista reso ancora più accattivante da colori “autostradali”, guanciotte piene e piuma sempre sventolante con curve direzionali armoniche e fin troppo scontate con le forme del viso… il tutto allietato da canzoni dal ritmo incalzante e suadente, nonché da personaggi che “obbligano” a tirar su il morale allo spettatore, ne fanno un’opera – non certo perché snaturata dal contesto originale collodiano – del tutto o quasi scontata nel proprio intimo ma di pura e altissima accattivanza, infarcita di dozzinalità di forme, volgarità nei colori, ruffianerie, populismo, gusto dell’apparenza, pietismo, mancanza di sincera carità; elementi i quali sono evidente testimonianza di un’opera di altissimo spettacolo ma di altrettanto livello «commerciale». In altre parole, bisogna concludere che il Pinocchio di Cenci, chiaramente derivato dallo stile Disney con l’aggiunta della migliore tradizione della pittura italiana del Novecento, nonché approvato dagli eredi Collodi, sia da considerarsi come l’unico, vero, autentico film d’animazione su Pinocchio. Come ha scritto in esclusiva il tre volte Premio Oscar Carlo Rambaldi nell’introduzione agli studi sul Pinocchio di Cenci: Sono innamorato di Collodi e mi viene una specie di rabbia ogni volta vedo un nuovo Pinocchio che rappresentano deformandolo e facendogli fare cose che nel racconto non sono mai esistite.
Tutti i Pinocchio realizzati finora, sono tutti un tradimento a Collodi.
Se oggi Collodi fosse vivo, sai quante cause avrebbe intentato anche contro Disney? Collodi fa apparire il grillo parlante in tre momenti molto rapidi, mentre invece nelle avventure della Disney il grillo parlante è il protagonista principale in tutta la storia con Pinocchio. Comencini lo stesso… E le versioni edulcorate non si contano… Esiste un Pinocchio autentico che sarebbe apprezzato dallo stesso Carlo Collodi?
Credo – ancora oggi – che l’unico vero Pinocchio, fedele allo spirito collodiano, è stato realizzato solo dalla famiglia Cenci. Un gruppo di impiegati delle poste di Firenze che hanno realizzato ogni giorno dopo il lavoro un cartone animato indimenticabile. Tutti gli altri Pinocchio sono sbagliati
.

Mario Verger

Note:

(1)
Mario Verger, Un burattino di nome Pinocchio – Il Film, in The Adventures of Pinocchio – Directed by Giuliano Cenci, with an introduction by the three-times Oscar Winner Carlo
Rambaldi, in «Cinemino»

(2)
Ibidem

(3)
Mario Verger: Intervista esclusiva a Giuliano Cenci, in «Cinemino»

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  • Armando

    bellissimo film di Giuliano Cenci, veramente un capalovoro dell’ animazione italiana, purtroppo Mario verger fa delle stroncature sull’ arte disneyana, quando lo stesso Cenci si è ispirato a Disney.
    E inoltre importante sapere che quando disney realizzava un film non voleva essere fedele al 100% ma creare una propria interpretazione, i personaggi del Pinocchio disneyano non sono disegnati da Walt(disney era supervisionatore) ma da due animatori come Arthur babbitt e Bill tytla, non è assolutamente vero che la versione disney è edulcorata si guardi della trasformazione in ciuchino o dello sguardo del postiglione o anche della scena dell’ inseguimento della balena.
    Siulla valutazione di Pier paolo pasolini credo che è molto opinabile è anche su quella di Verger dove sia nel film Disney che in quello di Cenci ci sono dei bellissimi fondali scenici.
    Giuliano Cenci ha realizzato la miglior versione italiana di Pinocchio, quanto se ne faranno delle altre, credo il risultato non sarà lo stesso.
    Ritornando a Verger credo che sia troppo di parte, dicendo che il pinocchio di cenci è il capolavoro delle animazione italiana del XX secolo, secondo me è uno dei capolavori italiani ma non l’ unico è allora i film di Bruno bozzetto, dei fratelli Pagot e il film di Anton gino domeneghini che realizzò la Rosa di bagdad.
    Un ultimo nota su quanto espresso da Pasolini, c’ è anche da ricordare che tra gli ammiratori di Disney c’ era anche il famoso scrittore Dino buzzati autore de “Il deserto dei tartari” e come diceva il grande scrittore russo Lev tolstoj che l’arte fatta solo per le classi alte come quella di paolini non è arte ma una cosa corrotta, l’ arte vera diceva deve avvicinare tutti anche i più umili.
    Perciò Mario Verger va a cagare va.

  • Dino Agate

    Entrambe le animazioni, sia il pinocchio di Cenci che quello di Disney possiedono un’animazione fluida, ma quella di Disney e’ “viva”, non basta produrre un’animazione fluida per instillare vita in una sequenza di disegni (la fata, per esempio, credo sia fatta tramite il rotoscopio, infatti e’ senza vita: e’ il personaggio peggiore nel Pinocchio Disney).
    Per quanto riguarda la fedelta’ della trama alla storia scritta da Collodi, quella di Cenci sara’ quella che vi si avvicina di piu’, ma come ha scritto Armando, Disney non riproponeva mai le storie tali e quali, e per Pinocchio ha fatto lo stesso; dove sta il problema?

  • Nicamon

    Io il cartone di Cenci non l’ho visto ma quello della Disney mi piace assai e non mi sta proprio bene che lo si insulti così pesantemente:i cartoni della Disney,anche se con riferimenti letterari(vedi per esempio Amleto nel Re Leone)e scene drammatiche(vedi la morte di Mufasa sempre nel Re Leone),sono pur sempre pensate per i bambini…NON SI PUO’PRETENDERE che rispettino sempre appieno le storie da cui sono eventualmente tratti(un altro esempio significativo è quello della Sirenetta che nella versione Disney è stata corredata-giustamente,a mio parere!-di un bell’happy ending!)!!!Per quanto riguarda i disegni io ho sempre ADORATO lo stile Disneyano mentre,sinceramente,le immagini del film di Cenci che vedo qua sopra sono una più brutta dell’altra…mi fanno passare la voglia di vederlo,’sto cartone!Quindi in conclusione cito Armando e dico:<>X-O

  • Sisina

    anch’io ho visto questo splendido e unico film in videocassetta molti, molti anni fa….. e vorre TANTO farlo vedere ai miei allievi – grandi e piccini – ma… dove posso trovarlo sia in formato video che DVD

    please help
    Sisina

  • Pingback: cinemino » Archivio del Blog » Un burattino di nome Pinocchio > Giuliano Cenci()

  • Nicola Tini

    Che volgarità alcuni commentatori…
    …altri, senza nemmeno aver visto il film di Cenci, dicono di non volerlo più vedere perché non condividono la critica di Verger…

    Io, invece, sottoscrivo. Il Pinocchio di Disney è melenso e non ha l’atmosfera cupa, fiabesca e metaforica del romanzo di Collodi.
    Poi, che sia un bellissimo film d’animazione è fuor di dubbio.
    Ma il film della famiglia Cenci sta proprio su un altro livello.
    Vedere per credere.

  • Aran

    Ma scherziamo??? Il film di Cenci è molto fedele al romanzo ma i disegni, le animazioni, i colori, neanche sfiorano i livello superlativo del capolavoro Disney.