¿Requiem for Detroit? > Julien Temple

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+

Il presente articolo è stata pubblicata su Rapporto Confidenziale numero30 (dic/gen 2011), pagg. 41-42

 

¿Requiem for Detroit?
Julien Temple | UK – 2010 – HD – colore – 78′
di Alessio Galbiati

Detroit era la quarta città più grande d’America. Con il suo innovativo sistema di periferie, autostrade e centri commerciali, è stata l’incarnazione del sogno americano. Fondata sull’industria automobilistica, è stata anche teatro dello scontro tra il sindacato e le tre più grandi case automobilistiche: Ford, Chrysler e General Motors. Ora, con case e uffici abbandonati, fabbriche dismesse, strade fantasma, criminalità e atti vandalici, è diventata l’emblema di un sistema economico in crisi. Ma esiste ancora una speranza.
 

«Don’t be told what you want / Don’t be told what you need.
There’s no future / there’s no future / there’s no future for you»

Sex Pistols, God Save the Queen, 1977


Quella di Detroit è una catastrofe al rallentatore, un 11 settembre diffuso nell’arco di almeno quattro decenni (la rivolta del 1967 fu la causa scatenante della fuga dei ‘bianchi’ nelle new town dell’area suburbana), una guerra senza esplosioni che ha sventrato la città lasciando rovine ovunque lo sguardo si posi. La macchina da presa vaga per la città, restituisce paesaggi urbani disintegrati, umanità dimenticata da un capitalismo che è schiantato sotto il peso di un’illusione impossibile, la crescita infinita della ricchezza, dimostrando che la mano invisibile del capitale è a tal punto invisibile da non esistere nemmeno. Detroit sembra una di quelle città abbandonate viste in molti film catastrofici, “The Day After Tomorrow” e “L’ultimo uomo della terra” su tutti, piante che crescono spontanee sulle terrazze degli alberghi abbandonati del centro, case in fiamme (secondo i dati dell’FBI nel 2008 si è registrata una media di 70 incendi al giorno), complessi industriali in disuso brutalizzati dalla rabbia giovanile.

Le incredibili immagini raccolte da Julien Temple emozionano con ferocia per la loro forza visiva, pare impossibile scoprire una delle più importanti città americane – la città dell’auto, Motor City – in una tale condizione di sfacelo. Un degrado ed un abbandono amplificati dalla scelta di raccontare la storia dell’ultimo secolo della città nata attorno alle fabbriche di Henry Ford, ovvero all’essenza dell’American way of life. Un’ebbrezza collettiva accompagnata dalla musica che ad ogni epoca ha saputo rinnovarsi alla maniera dei modelli delle auto prodotte dalla città e dai suoi abitanti: il blues dei ‘40, il jazz nei ‘50, l’etichetta Motown nei decenni a venire, e poi il rock, l’hip-hop, la techno. “¿Requiem for Detroit?” alterna una gran mole di ‘repertorio’ composto da immagini d’epoca di ogni decade senza risparmiare impietosi confronti fra l’epoca aurea della città e la desolazione dell’oggi. Detroit è metafora ed incredibile realtà, sulle cui rovine Temple proietta immagini della gloria passata. Lo fa letteralmente: con un proiettore irradia le immagini della Motown, del fulgore di una città che diede il via al ‘900 con l’invenzione della catena di montaggio e della produzione seriale di massa.

Julien Temple con il suo requiem dedicato alla fu città dell’automobile ci racconta la sua storia e la sua rovina, ma il punto di domanda del titolo (doppio) alla conclusione del documentario, diviene reale e concreta speranza d’una inversione di tendenza, un punto di sospensione che contiene quel che sarà del mondo occidentale post-industriale, post-americano. Nella parte finale del documentario viene dato conto dell’esperienza di alcuni giovani che si sono trasferiti a Detroit, divenuta “accessibile” per il crollo dei valori immobiliare di terreni ed abitazioni, intenzionati a vivere della propria produzione agricola e che in breve tempo si sono integrati con una parte della popolazione cittadina che aveva perso il proprio posto di lavoro nelle grandi industrie automobilistiche cadute in rovina (Ford, GM e Chrysler). «Su molti livelli Detroit sembra essere un disastro insolubile con forti campanelli d’allarme per il resto del mondo industrializzato. Ma abbiamo scoperto un’insopprimibile energia positiva in città. Le persone stanno trasformando i quartieri demoliti in fattorie urbane, dando il via a quello che oggi è il movimento in più rapida ascesa negli Stati Uniti. I giovani di tutto il paese stanno invadendo Detroit – artisti, musicisti e pionieri sociali –, tutti desiderosi di sfruttare gli spazi urbani abbandonati e di sperimentare nuovi modi di vivere insieme». Forse la visione di Temple è troppo ottimistica, ma è innegabile che a Detroit stia succedendo qualcosa di mai visto prima ed è bene ricordarsi che proprio dalle città costrette a ripensarsi da cima al fondo, penso ad esempio alla Berlino degli anni novanta, sono nate molte delle innovazioni che hanno caratterizzato i decenni successivi.
Il progetto “¿Requiem for Detroit?” nasce come opera d’Autore su commissione, un documentario commissionato dalla BBC e prodotto dalla Films of Record (interessante casa di produzione televisiva britannica fondata nel 1979 da Roger Graef), ed affrontato da Temple con la mente sgombra da preconcetti o idee precostituite sulla città: di Detroit conosceva solo la musica, ignorava il reale stato di crisi della città. L’idea è stata quella di raccontare lo sfascio attraverso una serie di guide, non convenzionali, che la città la vivono e conoscono, attivisti, artisti, semplici cittadini, bianchi e neri, persone che hanno memoria di quel che fu e di quel che è oggi Detroit. Fra questi spicca Grace Lee Boggs, attivista per i diritti civili e femminista, che dall’alto della sua lunga esperienza, è nata nel 1915, se la ride beata, della stupidità americana nel credere in un sistema basato sulla crescita senza sosta, e dell’imbecillità di edificare una città attorno all’industria dell’automobile.

In questa visione ottimistica del futuro dentro uno scenario devastato, economicamente e socialmente, si palesa l’anima romanticamente punk di colui che artisticamente nacque con i Sex Pistols. “¿Requiem for Detroit?” sarebbe senz’altro piaciuto a Sid Vicious e Johnny Rotten, perché si muove in quel limbo di storia successivo al No Future degli anni settanta e ottanta, delinea un orizzonte anarchico all’interno di città e territori in cui il capitale e lo Stato hanno abbandonato la scena, ed entro il quale una nuova umanità può sperimentare in completa libertà.

Scoprire la reale condizione della città dell’auto mette a nudo la propaganda sfacciata portata avanti dalla Fiat nel nostro Paese, una cortina fumogena che ha omesso la reale condizione di quella città devastata dalla crisi in cui trovare manodopera a basso costo e senza diritti, disposta ad accettare contratti al limite della decenza, è tutt’altro che coraggio d’impresa, ma disperato (e disperante) sciacallaggio. Nel biennio 2008-2009 il settore automobilistico, nella sola città di Detroit, ha lasciato senza lavoro e senza concrete alternative occupazionali oltre 200 mila persone. La fusione Fiat-Chrysler testimonia l’arroganza del capitale, la sua sfacciata ingordigia, l’assenza di morale d’un sistema che a Detroit vive i prodromi della sua capitolazione definitiva.

Alessio Galbiati



 

¿Requiem for Detroit?
regia: Julien Temple; montaggio: Caroline Richards; operatore, fotografia: Steve Organ; production manager: Clare Lucas; produttore: George Hencken; produttore esecutivo: Roger Graef; interpreti: Julien Temple (voce narrante), Grace Lee Boggs, Lowell Boilleau, David Gartman, Tyree Guyton, Martha Reeves, John Sinclair, Paul Thal, Logan X; case di produzione: Films of Record; lingua: inglese; paese: UK; anno: 2010; durata: 78’


Julien Temple (Londra, 1953) si è diplomato in regia alla National Film and Television School. Ha esordito con il cortometraggio “Sex Pistols Number 1” (1977), al quale è seguito il documentario “La grande truffa del rock’n’roll” (1980), dedicato ancora ai Sex Pistols. Dopo essersi cimentato nella regia di videoclip, ha diretto alcuni lungometraggi, come “Le ragazze della terra sono facili” (1988) e “Vigo, passione per la vita” (1998), continuando a realizzare documentari musicali, tra cui “Sex Pistols – Oscenità e furore”, “Glastonbury” e “Il futuro non è scritto – Joe Strummer”. Nel 2009 ha diretto “Oil City Confidential”, storia del precursore del punk, il dottor Feelgood.

 

 

Visto a 28 Torino Film Festival (26 novembre – 4 dicembre 2010)

Festa mobile – Paesaggio con figure

www.torinofilmfest.org

 

 

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+
  • ele

    ciao!!
    io non sono riuscita ad andare a vederlo a torino, e lo sto cercando disperatamente ma lo trovo solo in lingua originale. tu per caso hai modo di aiutarmi? anche se i sottotitoli sono in inglese va bene!
    purtroppo quelli del festival di torino non mi rispondono…tu?

    grazie
    ele

  • Non saprei dirti dove trovare i sottotitoli (dubito esistano da qualche parte oltre che negli archivi del service che li ha realizzati per il festival). Ovviamente al TFF era in lingua originale sottotitolato in italiano. Non ho idea se il film verrà mai distribuito, sono solito dire – in merito alla distribuzione italica, che ragiona con logiche imperscrutabili. Il consiglio è quello di vederlo pure in lingua originale perché la forza delle immagini è tale da rendere il messaggio assolutamente comprensibile.
    Fidati !
    AG