Non ma fille, tu n’iras pas danser > Christophe Honoré

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Il presente articolo è stato pubblicato su Rapporto Confidenziale, numero31 (febbraio 2011), pagg. 13-39, all’interno dello speciale “8 volte Christophe Honoré”

Non ma fille, tu n’iras pas danser
2009 / Francia / 35mm / colore / 105’

Léna si è appena separata da suo marito Nigel e ha ottenuto la custodia dei loro due figli. Si trova in un periodo di grande confusione personale cui contribuisce il fatto di avere abbandonato anche il suo lavoro di anestesista. Nella speranza di riprendersi, parte alla volta della Bretagna per trascorrere qualche giorno con i suoi genitori, suo fratello e sua sorella. Sua madre, però, ha invitato Nigel, a sua insaputa e in accordo con il resto della famiglia, nella speranza che la coppia ritrovi un’armonia.

«La nascita di “Non ma fille, tu n’iras pas danser”, si è svolta in tre atti. Primo atto: il mio incontro con Chiara Mastroianni, che aveva un secondo ruolo in “Les chansons d’amour”. Da allora ho avuto la rivelazione di un’intesa tra noi. Avevo già provato questa sensazione una volta in precedenza, in occasione del mio incontro con Louis Garrel, una sorta di mio doppio, un portavoce. Subito dopo “Les chansons d’amour”, avevo detto a Chiara che avremmo fatto un altro film insieme. Non sapevo quando né come, visto che prima dovevo girare “La belle personne”.
Secondo atto: la mia voglia di tornare in Bretagna. Questa voglia mi induceva l’idea di un film “familiare”. Sono Bretone, sono arrivato tardi a Parigi, a 25 anni. Fino ad ora ho girato prevalentemente a Parigi, ambientazione della trilogia composta da “Dans Paris”, ovviamente, “Les chansons d’amour” e “La belle personne”. Ma credo di guardare alla Capitale come un provinciale. Il mio sguardo sulla città non ha a che fare con la familiarità bensì con la scoperta. Questa voglia di tornare in Bretagna mi permetteva di pormi questa domanda: “Come ha influenzato il mio lavoro questo immaginario così forte?”. Perché ora vedo molta Bretagna anche nella trilogia parigina.
Terzo atto: Chiara, la Bretagna, la famiglia. E poi? È qui che entra in scena Geneviève (Brisac). Il personaggio del suo romanzo “Week-end de chasse à la mère”, che ha vinto il premio Femina, sembrava essere adatto per Chiara. È una madre che ha un legame molto forte con il suo bambino. Nel libro c’è realtà ma anche magia. E la Bretagna. Molti elementi che mi parlavano. E, poiché Geneviève era libera…»

Christophe Honoré, cartella stampa del film

«Gli uomini non hanno un bel ruolo nel film, è vero. È un film sostenuto da personaggi femminili. Un film non è democratico, il modo in cui i personaggi vivono e si comportano è iniquo. Ci sono dei “capi”, e i “capi” del mio film sono Annie, la madre, e le sue due figlie Léna e Frédérique»
Ibidem

Con “Non ma fille, tu n’iras pas dancer”, Christophe Honoré si lascia alle spalle la trilogia parigina composta da “Dans Paris”, “Les chansons d’amour” e “La belle personne” per trovare una storia adatta a Chiara Mastroianni, da lui utilizzata due volte nei suoi film (in “La belle personne” giusto il tempo di una fugacissima apparizione) e con cui ha desiderio di lavorare più compiutamente. Lo spunto lo trova nel romanzo di Geneviève Brisac “Week-end de chasse à la mère”, che usa più che altro come fonte di ispirazione prendendosi numerosissime libertà, in collaborazione con l’autrice, che scrive con lui la sceneggiatura.
Il voltare pagina rispetto alla trilogia parigina, come afferma Honoré, diventa anche l’occasione per un profondo cambio di stile, soprattutto nella scrittura. Se i film precedenti presentavano profondi e sinceri ritratti maschili, qui il mondo maschile è risolto in una serie di figurine appena abbozzate, quando non poco edificanti. La storia è questa volta tutta incentrata sulle figure femminili.
Léna è una donna che si è lasciata alle spalle tutte le certezze (lavoro, matrimonio, città), che la (sua) società le ha imposto, e che pare annullarsi nei suoi figli. Si trova in quelle non rare situazioni in cui si sa con precisione cosa si deve lasciare della propria vita ma ancora non è chiaro in favore di cosa. Appare come una persona costantemente sul punto di fuggire ma sempre trattenuta dall’incertezza.
A inizio film tutto questo è già accaduto. Léna è alla stazione Montparnasse con i suoi due figli. Sono in partenza per la Bretagna, in visita ai genitori di lei, possibile rifugio in un momento di tempesta. Ciò che Léna non sa, è che i genitori hanno invitato il suo ormai ex marito per qualche giorno perché possa vedere i suoi figli, che non vede da mesi, ma soprattutto perché sperano che la coppia possa ricongiungersi.
Il tono del film è drammatico, la tensione costantemente palpabile, il tema dell’assenza è presente come sempre (stavolta però non si poggia su un’assenza umana o palpabile) e la morte, altra presenza costante nel cinema di Honoré, questa volta è una minaccia futura che riguarda il padre. Il film si basa fortemente sul dialogo (e, talvolta sulla sua assenza): tutto si muove intorno ad esso, il film reagisce ad esso. Honoré cambia spesso i piani narrativi passando dal dramma a accenni di commedia. Non rinuncia ai toni surrealisti già sperimentati nel suo primo film “17 fois Cécile Cassard”, presenti in maniera evidente nel racconto che il padre fa della famiglia, tra immagine, racconto in prima persona e commento.
Honoré scrive il personaggio di Léna con estremo realismo cogliendone appieno le debolezze, e nemmeno si preoccupa di favorire l’empatia nei suoi confronti da parte del pubblico.
Dimostra di non avere sbagliato a basare la storia su Chiara Mastroianni, che ricambia il favore con un’interpretazione ricca di sfumature che mette in mostra senza se e senza ma un talento da cui il cinema francese farebbe male a prescindere da ora in poi.
Come sempre, nei film di Honoré, le interpretazioni sono estremamente curate fino al ruolo più marginale.
Marina Foïs e Jean-Marc Barr trovano i ruoli delle loro vite, Marie-Christine Barrault (“Ma nuit chez Maud” di Eric Rohmer, “Stardust Memories” di Woody Allen, per citarne solo due, nonché destinataria di una candidatura all’Oscar nel 1975 per “Cousin, cousine” di Jean-Charles Tacchella) e Fred Ulysse (“13 Tzameti“ di Géla Babluani, “Son frère” di Patrice Chéreau) rappresentano una felice conferma. Louis Garrel fa una fugace apparizione come Simon, uomo dei sogni, possibile ulteriore via di fuga.
“Non ma fille, tu n’iras pas danser” non è e non vuole essere una storia compiuta quanto una fotografia estremamente nitida e realista di un momento in cui le persone sono colte impreparate. Come uno scatto fatto a sorpresa all’insaputa delle persone inquadrate.
Rappresenta un ulteriore coraggioso cambiamento – a tratti entusiasmante, a tratti spiazzante – nel cinema di Honoré, ulteriore testimonianza di un autore che non ha paura di rimettersi in gioco scombinando le regole del suo cinema e che lascia curiosi di assistere a quale direzione porterà.

Roberto Rippa


Non ma fille, tu n’iras pas danser

(Francia, 2009)
Regia: Christophe Honoré
Soggetto: Geneviève Brisac (liberamente ispirato al suo romanzo “Week-end de chasse à la mère”)
Sceneggiatura: Geneviève Brisac, Christophe Honoré
Musiche: Alex Beaupain (con Emmanuel D’Orlando)
Fotografia: Laurent Brunet
Montaggio: Chantal Hymans
Produzione: Pascal Caucheteux, Béatrice Mauduit, Why Not Productions, Le Pacte, France 3 Cinéma
Intrepreti principali: Chiara Mastroianni, Marina Foïs, Marie-Christine Barrault, Jean-Marc Barr, Fred Ulysse, Louis Garrel, Marcial Di Fonzo Bo, Alice Butaud, Julien Honoré
105’ / 35mm / colore
Distribuzione in Francia: 2 settembre 2009

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