Cronache e impressioni dal 22° Trieste Film Festival

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Szelíd teremtés - A Frankenstein-terv

Il presente articolo è stato pubblicato su Rapporto Confidenziale, numero31 (febbraio 2011), pagg. 54-57

All’uscita del cinema mi imbatto in signora di Genova che nel caso stia leggendo saluto
Cronache e impressioni dal 22° Trieste Film Festival / 20-26 gennaio 2011

Le rimpatriate iniziano sempre bene e vanno a finire spesso male: voglia di strafare, esagerare… per far vedere quanto si è contenti di essersi ritrovati, per far scorrere rapporti non più oliati da tempo… così via, sia dato inizio al baccanale, il vino scorre e così le parole sempre più sgrammaticate, frasi convulse e sguardi vogliosi una volta che il lobo frontale è stato neutralizzato dall’alcool. Lobo frontale che si è strutturato col tempo con gli input repressivi della nostra società ed a sua volta ora inibisce i nostri istinti, rendendo impossibile o quasi relazionarsi liberamente e lasciarsi andare alle proprie pulsioni… Bologna mi è parsa sempre vivace, ma di una vivacità opaca, forse è l’età forse è che ogni volta che torno rimpatrio in questa città bulimica e di finta sinistra, provinciale e facilona che al tempo degli studi mi pareva una brulicante babilonia piena di movimento… finale pirotecnico di serata abbracciato al water in effusioni da cavalier cortese!!!!
Il giorno dopo la sveglia, il mal di testa come se una tribù di babbuini mi stesse ballando in testa a ritmo di congas, la palpebra calata a dare un che di cinese agli occhi, il treno preso letteralmente al volo con trancio del piede annesso… e via verso Trieste!
L’arrivo è traumatico, chiedo ad una signora se fa sempre così freddo e mi sento rispondere che no, solo da quella mattina la bora era tornata a spazzare la città… chissà che vuol dire passare buona parte del tempo in compagnia di questo vento assurdo che ti taglia in due la faccia e il cui ululato non smette mai, dando un tocco sinistro alle serate passate in casa, colonna sonora perpetua di un horror che poi non è altro che la nostra vita!
Il Trieste Film Festival è alla sua ventiduesima edizione e nonostante l’anno difficile, per tagli ecc., ha un ottimo programma pieno di eventi collaterali ed ospiti d’assoluto interesse!
Il festival è iniziato già da due giorni, arrivo sabato 22, le sezioni sono dedicate a lungometraggi, cortometraggi, documentari, film di ambito musicale (sezione “Wall of Sound”) e due retrospettive, dedicate a Sergei Loznitsa e Dušan Hanák.
Arrivo in sala trafelato, il mal di testa mi riesplode, ho la febbre e chiedo in giro aspirine, o alla peggio valium, come un tossicomane gli spicci… In questo stato inizio le visioni.
Il primo documentario in cui mi imbatto è VDVOEM del russo Pavel Kostomarov, già operatore per Loznitsa e vincitore dell’orso d’argento all’ultima Berlinale per la miglior fotografia col film di Popogrebski (“Kak ya provel etim letom” (“How I Ended This Summer”) di Alexei Popogrebski, Orso d’argento per la miglior fotografia alla Berlinale 2010; ndr.). È un mondo arcaico quello che ci si presenta, fatto di gesta ancestrali, ritmi circadiani rallentati come in moviola. Si narra la vita di una coppia, ancor prima che di artisti, di esseri umani, il burbero Vladimir e la tenera Lyudmila. La loro è un’unione basata su ruoli ben precisi, che la natura per prima suggerisce, per non dire impone. Lyudmila lo confessa, lei è la pazienza, lei è la fedele compagna grazie alla quale Vladimir riesce a realizzarsi, mentre la realizzazione di Lyudmila sta proprio in questo esserci in tutto e per tutto, con e per, il compagno. È un equilibrio da giocoliere quello che si instaura fra i due, però ben saldo e duro come il marmo, perché solo con questo equilibrio, che vorrei chiamare amore, si può essere ‘vdvoem’, insieme. Entrambi artisti, intagliano il legno per farne sculture totemiche, che poi dispongono in cerchio in un rito che si sussegue sempre uguale da una vita, Mentre i rumori della modernità giungono come sirene d’allarme, i due continuano nei loro gesti salvando e rigenerando ogni giorno questo microcosmo recintato dal loro amore. Commovente.

Lumea văzută de Ion B.

Il secondo documentario è LUMEA VAZUTA DE ION B. (“Il mondo secondo Ion B.”) del rumeno Alexander Nanau. Vi si narrano le vicende di Ion Barladeanu, senzatetto di Bucarest che vive nell’immondezzaio di un condominio, col rischio che ogni giorno gli cada in testa qualcosa. Il regista ha un occhio crudo, le immagini scorrono fatiscenti fra homeless, macerie e palazzi decadenti. Ion è felice della propria condizione, ha creato un suo spazio veramente libero e vitale e non cerca alcuna redenzione da parte della società. È scappato di casa a 16 anni, dal padre ufficiale e da un paese che schiacciava ogni suo bisogno di fuga. Questa sua indole e questa sua esperienza è riversata in quelli che lui chiama i suoi film. Sognava infatti di fare il regista negli anni ‘60 e dal ‘70 al ‘90 crea collage con le miriadi di riviste che la gente butta. Ha quindi ‘lavorato’ con Belmondo come con la Taylor, con Kirk Douglas e John Wayne. I suoi lavori sono incredibili, soprattutto se si pensa che a concepirli era un autodidatta totalmente ignaro del mondo dell’arte e di quel che accadeva più in generale nel mondo intero! Si potrebbe parlare di una pop art surreale, ai limiti del Dada, almeno agli inizi, per poi passare ad un linguaggio sempre più scarno e violento legato alla politica. Tutto il suo odio per l’oppressione comunista sfocia in lavori spettrali dove al colore vivido e squillante degli anni ‘60 e ‘70 si passa ad un bianco e nero angoscioso, e nei quali il ruolo di divo, dapprima assegnato a Belmondo, è preso dal dittatore Ceauşescu! Se queste opere fossero apparse durante gli anni della dittatura sarebbero state assolutamente esplosive, facendo diventare Ion il sovversivo numero uno del paese. Il gallerista Don Popescu si interessa del caso e scova una vera e propria bomba… Ion tira fuori dalla sua tana due valigie completamente piene di lavori, praticamente l’intera sua vita. Al gallerista non par vero, pian piano ‘redime’ Ion nei confronti della società, riuscendo a farlo diventare una star del mondo dell’arte. Delle bellissime immagini ad ART Basel ritraggono Ion spaesato mentre diverse signore in pelliccia e qualche damerino con occhiale di corno ne decretano il successo. Poi Ion viene ripreso mentre se ne va in bicicletta in mezzo al verde, come in fuga da questo mondo che non gli appartiene! Ma è possibile fuggire oggi a questo sistema che, pur non avendo gli aspetti autoritari e repressivi del totalitarismo, riesce più sottilmente a tenerci tutti soggiogati in maniera spietata?
Pausetta al bar, caffè e birretta mentre la testa è sempre più rovente, non si fa in tempo a rilassare le meningi che siamo subito rilanciati in sala per le tinte fosche di SZELID TEREMTES-A FRANKENSTEIN-PROJECT (“Tenero figlio – Il progetto Frankenstein”) dell’ungherese Kornél Mundruczó, in concorso all’ultimo Festival di Cannes. Il film narra, in maniera piuttosto confusa, di Rudi, ragazzo di 17 anni che vive in strada e dallo sguardo perennemente triste. Egli spera di riconciliare i rapporti con la madre, che non l’ha mai riconosciuto, ed a riuscire a farsi da lei svelare l’identità del padre. Arrivato a casa della madre, un appartamento in un palazzo piuttosto tetro (metafora quasi della famiglia di Rudi, distrutta e scrostata), Rudi viene casualmente selezionato durante un casting che si sta tenendo nel palazzo da un regista che, toh che coincidenza, è il padre sconosciuto del nostro. L’uomo viene colpito dall’innocenza del ragazzo, ma per una casualità quest’ultimo scappa dal cast dopo aver ucciso la ragazza con cui stava sostenendo il provino, che altri non era se non la figlia del nuovo uomo della madre di Rudi. Da qui in poi Rudi sarà braccato e verrà preso da un vortice di violenza che lo porterà ad uccidere tutta la famiglia ad eccezione del padre. Questi, scoperto che Rudi è suo figlio, tenterà di occuparsene ed in qualche modo di scontare la pena di aver messo al mondo un figlio mai voluto e mai conosciuto sino a quel momento. Tenterà quindi di portarlo via dalla città, che per Rudi significa unicamente violenza ed abbandono, e durante questo viaggio cercherà pure di motivare al figlio le sue ragioni, riuscendoci però solo in maniera sommaria e reticente. Finale terribile, come in fondo il resto del film… ma dove li trovano i soldi per produrre questi carciofi di film?! lo dico con il rispetto dovuto agli amanti del carciofo e del Cynar…
Torno al bar e il mal di testa è ancora lì. Finalmente ho visto uno spiraglio di luce sempre più abbagliante… un faretto? no, trattavasi di splendida rossa di fianco a me seduta con cappuccino fumante sul tavolo a fare l’effetto nebbia… ero su un set di Bava? Ho chiesto solo paracetamolo? e magicamente dalla borsetta delle meraviglie son spuntate le pasticchine. Che dire?! Avevo iniziato a sudare copiosamente quando l’arrivo di nerboruto boyfriend mi ha convinto che era l’ora dei corti (non dei conti!).
Che formato micidiale il cortometraggio! ogni volta che ne vedo uno mi convinco che è veramente difficile riuscire a dire qualcosa in così poco tempo… ci vuole vera genialità, o qualcosa di simile!
Ne scelgo tre assolutamente da vedere: BISQILÊT del turco İmdat Serhat Karaaslan, JAU PUIKU, TIK DAR ŠIEK TIEK… (“Sarebbe splendido, però…”) della lituana Lina Lužytė (un corto bello e divertente, con un’ottima fotografia) e SPASI I SOCHRANI (“Salva e proteggi”) della ucraina Ol’ga Šul’gina-Moskalenko.

Sčast’e moe

Nonostante la pasticca stavo ancora maluccio quando si son spente le luci in sala. Il tempo di trangugiare un chinotto, ed erano già partite le prime immagini algide, fredde e asciutte di SČAST’E MOE (“La mia felicità”), primo lungometraggio del documentarista Sergei Loznitsa, omaggiato dal festival di Trieste una retrospettiva. La partenza è folgorante: Georgy, camionista in viaggio per la Russia, viene fermato in un posto di blocco sperduto che nient’altro è se non un non-luogo simbolo del male… polizia corrotta, umanità allo sbando, giovani ragazze che si prostituiscono… questo il parterre umano che accompagnerà Georgy in un viaggio allucinante (e allucinogeno… ma che mi ha dato la ragazza?!) verso il fulcro di un male totale che altro non è che l’uomo stesso. Loznitsa non lascia alcuno spiraglio di positività in questa visione nichilista e pessimista: è una Russia allo sbando, lasciata sola alla deriva, ma più in generale è l’umanità stessa a distruggere e ad autodistruggersi in un moto perpetuo che merita un plauso per la coerenza. L’occhio del regista è spietato, il girato è essenziale ed asciutto, la narrazione frammentata e labirintica. Georgy scappa dal posto di blocco, dà un passaggio a un reduce di guerra che gli racconta del suo rientro dal fronte, si trova intrappolato in un ingorgo ed è aiutato ad uscirne da una giovane prostituta. La notte, rimasto solo, si ritrova sperduto in un intrico di boschi e stradine, incontra un trio di ceffi poco affidabili con cui si ferma a dividere un pasto… chiaramente non gli andrà troppo bene! Qui il regista ci fa fare un salto a ritroso, vediamo due soldati di ritorno dal fronte che uccidono con efferatezza un insegnante vedovo con un figlio. Si ritorna al presente e troviamo Georgy muto e irriconoscibile. Loznitsa offre una visione dove il destino non serve, perché la vita è fatta da un dedalo di strade che in definitiva non portano a nulla e c’è quindi da chiedersi dove si trovi il coraggio di affrontare ogni giornata, con i vacui propositi e l’immancabile polvere a posarsi implacabile su sogni e progetti. La visione di questa pellicola è difficile, è una follia spazio-temporale che, una volta abbandonata l’annosa e inutile questione del voler capire a tutti i costi, vi lascerà come San Giuseppe da Copertino, a bocca aperta! Micidiale.
Ci sarebbero da vedere molti altri film, ma il camion che mi è passato sulla testa non ha lasciato illeso neanche un neurone, quindi da bravo leso mi assesto al bar. Vedo verde, trangugio un succo di mela, anch’esso verde, pure la gente attorno a me è verde… comincio ad aver paura, saran mica i visitors? Forse sì, anzi, mi pare inequivocabile, in fondo anche io sono un visitatore di Trieste, ma mica mi mangio i topi tirando su la coda manco fosse uno spago al pomodoro, l’unica è chiamare Batman o scappare via, il più veloce possibile… penso a cosa avrebbe fatto Capitan America, ma poi mi ricordo che è un mezzo fascista e la mamma mi ha sempre detto di girare alla larga da tipi così… allora incomincio a pensare a Hulk, ma pure lei è verde, forse è solo che sta un po’ male di fegato e allora penso che ci sta di brutto con Trieste dato che qua bevono tutti come disperati ed io che manco c’ho i calcoli mi sento un pivellino e pretendo subito di esser messo in lista, al minimo, per un bel trapianto; ma non di capelli, quelli ancora ce li ho. Invoco Allah o qualcuno con i suoi poteri e mi butto nella folla bestemmiomincazzospintonosputoarranco ed alla fine son sputato fuori dal Teatro Miela che sembro Gelindo a Seoul e vorrei baciare anche io per terra ma non ho con me l’amuchina e se poi mi prende l’asma, la gonorrea o giù di lì?! Allora via, all’albergo. Viaggio con la bora contro, doppia fatica e doppio sbattimento, sbatto i denti e sbatto le mani con ritmo sincopato polifonico tardoindianrinascimentale arrivo all’albergo entro chiudo apro passo e chiudo!!! zzzzzzzzzzzzzzz
La sveglia è una cosa strana, si è catapultati dai sogni alla realtà ma mica c’è nessuno che te lo chiede… perché, dato che i sogni son molto spesso meglio della realtà, dubito sarebbero in tanti a scegliere la seconda ma ok, va così quindi tanto vale adeguarsi. Che poi, voglio dire, mi sveglio col sole, Trieste da scoprire, tanti film da vedere. Può anche andare peggio, no? E allora via si alzi la mutanda e pronti per altre avventure!!! Ci si lava il faccino, via le crocchette dagli occhi, poi pisciatina e lauta colazione dove mi attendono coppie scoppiate e bambini sgnorgolanti. Doppia razione di caffè e con l’occhio appalla e la tachicardia tipo batteria grindcore si esce dall’albergo.
Incredibile, la bora si è quietata, Trieste è inondata dal sole e i primi signori si intravedono per le strade. Hanno tutti l’aria di intellettuali, trovo ci siano signori in giro in questa mattinata tra i più belli che io abbia mai visto, con barbe bianchissime e uno stile che predilige lo spinato, i patterns e il pied de poule. Vado a vedere il castello di San Giusto, bellissimo e ben tenuto con simpatico museo di armi (?), tempo di sgranchirmi e di vedere l’anfiteatro romano in pieno centro e poi via, si torna inesorabili verso il Teatro Miela per la prima visione della giornata, il documentario PREDSTAVLENJE (“Parata”) di Sergei Loznitsa.
Incentrato sulle manifestazioni russe in epoca di regime e sulla comunicazione di massa del periodo comunista, il documentario è un collage di immagini di repertorio tratte dagli archivi di stato. Vita comune e discorsi di Kruscev, balletti e spettacoli teatrali. La vita russa viene scandagliata in vari aspetti, negli assurdi riti quotidiani e nella fatica di questo popolo epico e coraggioso, trainato dalla falsa luce dell’ideologia comunista. Vi sono in questo, però, anche lati che forse tanto negativi non sono… lego a questo discorso il ricordo di una mia esperienza (una vacanza, nulla di più) in Bulgaria… la povertà porta le persone a riappropriarsi dei rapporti umani, vivere in comunità riacquista senso, il ballo è un rituale per rafforzare i rapporti tra un gruppo di persone che ‘sentono’ un percorso comune, così come il lavoro nei campi e lo sforzo collettivo per riassestare Leningrado dopo la caduta delle bombe… e per un individualista figlio della nostra società del successo e dell’arrivismo è un bello smacco!!!
Esco all’aria aperta, ho fame! Chi dice che il pesce è campo ed ambito esclusivo della cucina del sud? Trovo una trattoria veramente rustica, penso già “oddio chissà che mangerò?”, mi siedo e arriva una donna di chiara discendenza teutonica che mi chiede, col garbo di un cinghiale, cosa voglio da mangiare, si va con la coda di rospo e con la malvasia istriana, la cameriera pian piano si scioglie e, pur non mollando quello strato ruvidino che la contraddistingue, risulta alla fin fine piuttosto simpatica. E dire che Longanesi diceva “giudico tutto dall’esteriorità: ho il coraggio di essere superficiale” !!! Si torna al tour de force filmico, caffè e via dentro alla sala
Mi aspetta il documentario KATKA della ceca Helena Třeštíková, documentarista dalla coerenza incredibile e dalla forza impressionante. I suoi documentari trattano per lo più rapporti personali, che la regista segue anche per anni… un suo famoso documentario, “Manzelske etudy”, tratta della vita di 7 coppie che la Třeštíková ha seguito per 6 anni, riuscendo così a scavare profondamente nella relazione e nei cambiamenti avvenuti in questo lungo arco di tempo. In “Katka” la situazione è analoga: Katka è una ragazza tossicodipendente che entra ed esce dalle cliniche non riuscendo mai veramente a smettere. Siamo nel 1996 quando la Třeštíková comincia a filmare la storia della ragazza, e per 10 anni la regista seguirà la discesa agli inferi di quest’anima perduta in un limbo senza amore e senza scopo. Parlo di scopo, perché ciò che risulta evidente, grazie a questo lavoro, è quanto la tossicodipendenza sia un qualcosa dal quale è difficile evadere per una sudditanza mentale, prima ancora che fisica. È la mancanza di uno scopo e di una motivazione a vivere che lascia una persona nel mezzo di un lago ghiacciato senza vedere la riva da nessuna parte. Poi per Katka arriva quella che potrebbe essere la svolta, aspetta un bambino ed ora non è più sola, non è più slegata da qualsiasi responsabilità, se non con sé stessa. Inizia così una serie pressoché infinita di va e vieni dalle cliniche, mentre il rapporto col padre del bimbo si deteriora di giorno in giorno. È la storia di una sconfitta, la colata a picco di una nave costruita con assi troppo fragili per resistere alla burrasca che è la vita.
Poi è la volta dei corti; poi mi prendo una pausa forzata e me ne vado a vedere un po’ di triestini in uscita libera, si torna all’albergo, si tenta la chiacchiera con figlia del padrone dell’albergo che non alza lo sguardo dalla tastiera del computer e risponde solo sì o no catapultandomi così in una scena che avrei pensato più legata a Milano; poi si è di ritorno per i due lungometraggi che determinano la fine della mia breve permanenza e al festival e per voi la fine della lettura (e qualcuno, lo so, tirerà un sospiro di sollievo…).

Krankheit der Jugend

Il primo è KRANKHEIT DER JUGEND (“La malattia della giovinezza”) del tedesco Dieter Berner. La sceneggiatrice, ospite del festival, appunta che il film è nato dal lavoro dei ragazzi di questa scuola di cinema e teatro in Germania, il budget è limitatissimo(25.000€), e la storia è una trasposizione da Bruckner. Insomma, mi metto comodo e apro i canali uditivi e sensoriali! Peccato che i ragazzi recitino maluccio: la storia è un frullato di ormoni in età universitaria in salsa Dams, con giovani annoiati; il film non offre alcuno sguardo, non dico nuovo, ma almeno interessante, graffiante, critico… niente… il vuoto… c’è nessuno?… god save the queen?… posso farti vedere la mia collezione di farfalle?… 25.000 euretti potevano esser spesi, che so, per pagare un sicario per far fuori un simpatico omino che fa festini in bandana… no? vabbè, era solo un’idea “La malattia della giovinezza”? datevi all’onanismo, vi darà più soddisfazioni!!!!
Altro gettone altro giro: è la volta di PÁL ADRIENN della regista Ágnes Kocsis, e per fortuna è tutta un’altra storia. Piroska è un’infermiera alienata, anzi direi alienatissima, con un debole, al limite della dipendenza, per le paste alla crema. La sua vita è scandita in maniera maniacale ed alquanto sinistra da ritmi che sono anche rumori. Lavora in un reparto di malati terminali, sta quasi tutto il tempo in questa stanza terribile dove una intera parete è coperta da monitor in cui vi sono gli elettrocardiogrammi dei vari pazienti che la nostra, fra una pasta alla crema e l’altra, svogliatamente segue. Il rumore di questi macchinari è percussivo, insistente, terribile, quando sullo schermo appare una linea piatta. Piroska si alza mal volentieri e con la lentezza che la contraddistingue arriva nella camera del probabile morto, dove un medico tenta invano e con poca credibilità di rianimare il malato di turno. Qui si è aperta una falda in me, vivendo ogni giorno questa situazione (lavoro in ospedale)… certo, si instaura una distanza dal paziente che ti rende possibile continuare a fare questo tipo di lavoro, ma a volte la distanza è tale da farci dimenticare un aspetto fondamentale, e cioè che non siamo numeri come vorrebbero farci credere, non siamo prodotti da classificarenumerarearchiviare ma persone, ognuna con una storia diversa ed un passato. In parole povere si perde talvolta di vista l’umanità. Ecco… banale ma diabolico!
A casa, Piroska non ha una situazione tanto più gradevole: il marito è un nevrotico che schiaccia la moglie con le proprie pseudo vittorie e costruisce diorami urbani giganti con una precisione maniacale e, citando Oscar Wilde, “una scrivania troppo in ordine è il primo sintomo di una mente in disordine!”. Il rapporto fra i due è scandito da frasi puntuali e puntualmente inutili, sguardi asettici e freddezze quotidiane. È proprio di questo infine che tratta la pellicola, di quanto il quotidiano si instauri come una zecca, fino a diventare un rito senza più alcun senso perché, come la stessa Piroska ammette, “ci si abitua a tutto”, anche a morire ogni giorno ed ogni giorno di più. Le cose cambiano quando Piroska legge in cartella il nome di una nuova paziente appena arrivata: Pàl Adrienn, lo stesso nome della sua amica del cuore d’infanzia, ed è come se un argine si fosse rotto. Da qui incomincia un vero e proprio road movie atipico, su mezzi pubblici di trasporto, per ritrovare brandelli di memoria e riuscire infine a rintracciare l’amica chiedendo ai vari ex-compagni delle elementari, attoniti talvolta, talvolta freddi, notizie sulla ragazza. Quando infine Piroska otterrà il numero di telefono dell’amica, lo farà scomparire in una cassetta dei ricordi. La pellicola soffre a mio parere di almeno 20 minuti di troppo, ma si esce dal cinema con un senso di sollievo, perché siamo riusciti a ricordarci che infine tutto si riduce a desiderio o assenza di desiderio: il resto è una sfumatura!
All’uscita del cinema mi imbatto in signora di Genova che nel caso stia leggendo saluto. Mi chiede com’è stato il film, dico la mia opinione, anche sui minuti di troppo e sento un grido. È lo sceneggiatore del film, ce l’avevo alle spalle… e adesso? Chiacchieriamo e scopro un ragazzo che fa morir dal ridere, con battute taglienti al vetriolo, proprio come piace a me!!!
Ha anche un progetto musicale, Eddie Cat, non male, andate a sentirvelo!

Francesco Selvi

Crediti dei film citati

Vdvoem (Insieme)
regia, fotografia, montaggio: Pavel Kostomarov; produzione: Les Films Hors-Champ, Kinoko; con la partecipazione di: Lyudmila Loboda, Vladimir Loboda; suono; Arsenii Troitskii; distribuzione internazionale: Les Films Hors-Champ; formato: DV; lingue: v.o. russa; paese: Russia, Svizzera; anno: 2009; durata: 48′

Lumea văzută de Ion B. (Il mondo secondo Ion B.)
regia, sceneggiatura, fotografia, coproduzione: Alexandru Nanau; montaggio: Mircea Olteanu; musica: Dan Parvu; suono: Vlad Voinescu, Filip Muresan; produzione: HBO Romania; con la partecipazione di: Ion Barladeanu, Dan Popescu; formato: Betacam, col.; lingue: v.o. rumena; paese: Romania; anno: 2009; durata: 61′

Szelíd teremtés – A Frankenstein-terv (Tenero figlio – Il progetto Frankenstein)
regia, sceneggiatura: Kornél Mundruczó; fotografia: Mátyás Erdély; montaggio: Dávid Jancsó; musica: Philipp Edward Kümpel, Andreas Moisa, György Kurtág, Peter Zombola; suono: Gábor Balázs; scenografia: Márton Ágh;costumi: János Breckl; con la partecipazione di: Rudolf Frecska, Kornél Mundruczo, Lili Monori, Kitty Ksicos, Miklós Székely; case di produzione: Proton cinema; coproduzione: Essential filmproduction, Filmpartners, KGP Kranzelbinder Gabriele production, Laokoon film; distribuzione internazionale: Coproduction office; formato: 35mm, col; lingue: v.o. ungherese; paese: Ungheria, Germania, Austria; anno: 2010; durata: 105′

Sčast’e moe (La mia felicità)
regia, sceneggiatura: Sergei Loznica; fotografia: Oleg Mutu; montaggio: Danielius Kokanauskis; suono: Vladimir Golovnizkj; scenografia: Kirill Suvalov; costumi: Mare Raidma; con la partecipazione di: Viktor Nemec, Vlad Ivanov, Maria Varsami, Vladimir Golovin, Olga Suvalova, Aleksej Vertkov, Yurij Sviridenko; case di produzione: ma.ja.de filmproduction, Sota Cinema Group; coproduzione: Lemming film, ZDF/Arte; distribuzione internazionale: Fortissimo Film; formato: 35mm, col.; lingue: v.o. russa; paese: Germania, Ucraina, Paesi Bassi; anno: 2010; durata: 127′

Predstavlenie (Parata)
regia, montaggio: Sergei Loznica; suono: Vladimir Golovnizkj; case di produzione: ma.ja.de filmproduction; coproduzione: St Petersburg Documentary Film Studio, MDR; in associazione con: YLE TEEMA, Inspiratin Films; distribuzione internazionale: Deckert distribution; formato: 35mm, b-n; lingue: v.o. russa; paese: Germania, Russia, Ucraina; anno: 2008; durata: 82′

Katka
regia, sceneggiatura: Helena Třeštíková; fotografia: Vlastimil Hamernik, Kristian Hynek, Martin Kubala, Ferdinand Mazurek, Brano Pazitka, Miroslav Souček, Tomáš Třeštík; montaggio: Jacub Hejna; musica: Tadeas Vercak; suono: Vaclav Hejduk, Stanislav Hruska, Jaroslav Jedlicka; case di produzione: Negativ s.r.o.; distribuzione internazionale: Taskovski Films; formato: 35mm , col.; lingue: v.o. ceca; paese: Repubblica Ceca; anno: 2010; durata: 90′

Krankheit der Jugend (La malattia della giovinezza)
regia: Dieter Berner; scceneggiatura: Hilde Berger (basata sulla piece originale di Ferdinand Bruckner); fotografia: Dennis Pauls; montaggio: Robert Hentschel; musica: Daniel Dickmeis; suono: Franziska Lehmann, Peter Breitenbach; scenografia: Tatiana Belova; costumi: ‘Rudi’ ; con la partecipazione di: Stella Hilb, Matthias Weidenhofer, Alina Levshin, Janin Stenzel, Florens Schmidt, Nora Huetz, Sebastian Brandes; case di produzione: HFF ‘Konrad Wolf’, Potsdam-Babelsberg; formato: HD, col.; lingue: v.o. tedesca; paese: Germania; anno: 2010; durata: 91′

Pál Adrienn
regia: Ágnes Kocsis; sceneggiatura: Ágnes Kocsis, Andrea Roberti; fotografia: Adam Fillenz; montaggio: Tamás Kollányi; suono: Herman Pieete, Robert Juhasz; scenografia: Alexandra Maringer, Adrien Asztalos; costumi: Julia Patkos, Monika Kiss-Matyi; con la partecipazione di: Eva Gabor, Istvan Znamenak, Akos Horvath, Lia Pokorny, Izabella Hegyi; case di produzione: KMH filmproduction; coproduzione: Isabella Films, Freibeuter film, Cinema Defacto, Oblomova Film; distribuzione internazionale: Elle Driver; formato: 35mm, col.; lingue: v.o. ungherese; paese: Ungheria, Paesi Bassi, Austria, Francia; anno: 2010; durata: 136′

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