La forteresse > Fernand Melgar

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+

La forteresse01

La forteresse (Svizzera/2008)
regia: Fernand Melgar; fotografia: Camille Cottagnoud; montaggio: Karine Sudan; formato: 35mm; durata: 100’
Presentato al 61° Festival del Film di Locarno nella sezione “Concorso cineasti del presente”
Pardo d’oro Cineasti del presente C.P.Company

Albert Maysles, considerato l’iniziatore del “Reality Cinema” statunitense e autore di opere fondamentali come “Salesman” (1968) e “Grey Gardens” (1975) (vedi Rapporto Confidenziale numerotre, marzo 2008) elenca, tra i sei fondamenti imprenscindibili del cinema documentario, il distanziarsi da un punto di vista; il filmare eventi, scene e sequenze evitando interviste, narrazione e ospiti nonché il registrare l’esperienza direttamente, senza controllarla e senza metterla in scena.
Del resto, il cinema documentario è uno tra i generi più complessi in quanto fare trasparire la propria presenza è già facile quando si tenta di minimizzare il proprio intervento – in fondo il montaggio è già di per se sufficiente per alterare la realtà – figuriamoci quando si vuole dimostrare una tesi precostituita.
Fernand Melgar, regista svizzero autodidatta di indubitabile impegno ma capace di avvicinarsi con curiosità e senza pregiudizio alla materia che tratta, si attiene a queste regole nel suo “La forteresse” (La fortezza), in cui si addentra con la sua camera– per la prima volta senza restrizione alcuna – in un centro di registrazione per richiedenti asilo, nella fattispecie quello di Vallorbe, nella Svizzera francese.
Il punto di partenza – è il regista stesso a dichiararlo – è il tentare di comprendere la paura dimostrata dal popolo svizzero quando, nel 2006; ha votato compatto – si parla del 68% dei votanti – a favore di un inasprimento della legge sul diritto d’asilo, che di fatto ha trasformato una legge già esistente nella più restrittiva d’Europa (con effetti quali il negare l’assistenza sociale ai richiedenti cui la domanda viene respinta, la possibilità di effettuare perquisizioni senza necessità di un mandato, di condannare al carcere fino a due anni chi non lascerà il Paese, eccetera…).
Melgar, già autore, tra gli altri, di “Classe d’accueil” (1998, sull’integrazione dei giovani stranieri), “Exit, le droit de mourir” (2005, sull’eutanasia), si è quindi recato nel centro di registrazione di Vallorbe per testimoniare l’iter che i richiedenti asilo affrontano prima che sia loro concesso o meno lo status di rifugiati.
I punti di vista sono molteplici: si va da quello di chi registra i loro dati appena giunti al centro, a quello di chi il centro lo gestisce, da quello di chi dovrà giudicare i loro incarti, , e quindi le loro storie personali, emettendo o meno una sentenza di accoglimento, a quello dei richiedenti stessi.
Non essendo un film di propaganda e non tentando di fare cambiare opinione a nessuno, “La forteresse” andrebbe visto da chiunque, indipendentemente dalle sue idee sull’argomento. Non è richiesto di prendere una posizione a priori sulle leggi di cui il centro di registrazione è già di per se un effetto, ma offre un’inedita possibilità di conoscere la situazione.
Le storie narrate sono spesso drammatiche, raccontano di persone che sperano in una vita migliore – quando non addirittura, e capita spesso, nella sopravvivenza e le provenienze sono tra le più disparate.
Sono storie di umanità, di comprensione, di solidarietà ma anche di burocrazia, quella burocrazia che tende a trasformare le persone in meri nomi su un foglio, privi quindi dello spessore che la semplice carta non potrà mai avere.
Melgar registra le varie posizioni, riuscendo a smontare il tanto amato – da alcuni – luogo comune (tanto che la consigliera federale Eveline Widmer-Schlumpf ha lodato il film a Locarno sottolineandone il realismo), evitando la tentazione del pathos e il ricorso al titillamento dei sentimenti più elementari, riuscendo a proporre un documentario che non solo racconta la vita all’interno del centro, ma riesce anche a raggiungere lo scopo dichiarato inizialmente: quello di mettere a nudo le paure di molti.
In un tempo dominato dalla semplificazione dell’opposizione di bene e male, “La forteresse” non impone allo spettatore una linea di pensiero e offre, con grande onestà, spunti di riflessione profondi e per questo andrebbe visto da tutti, studenti delle scuole medie compresi.
(Roberto Rippa)

Le prime immagini del documentario sono quelle provenienti dalle videocamere di sorveglianza del centro di registrazione per i richiedenti l’asilo di Vallorbe, Svizzera francese. Si organizza un trasporto (dislocazione) di richiedenti verso un altro centro di registrazione, quello di Chiasso in Ticino,
Svizzera italiana. Almeno in questo caso le comunità linguistiche collaborano. Il titolo La forteresse fa riferimento sia allo stabile, una sorta di, appunto, fortezza che protegge chi è fuori da chi è dentro, e immaginiamo anche alla fortezza Europa, complesso sistema di centri di controllo, raccolta, smistamento, espulsione, ammissione, carcerazione ecc. dei migranti che affollano durante tutto l’anno le vie di accesso terrestri, aeree e marittime alla vecchia e democratica Europa.
Per alcuni spettatori un mediocre prodotto televisivo, troppo montato, troppo poco diretto, per altri principalmente la scoperta di un mondo sconosciuto. Tra questi due estremi si muove il film di Fernand Melgar, già presente a Locarno con il documentario “Exit”, lavoro sull’associazione omonima che si occupa di eutanasia e di aiuto alla morte. Al di là dei discorsi strettamente cinematografici, Melgar ci accompagna nella prima visita organizzata all’interno di un centro per richiedenti asilo in Svizzera. Ad attestare l’interesse per la prima proiezione pubblica la presenza in sala della ministra Eveline Widmer-Schlumpf responsabile del Dipartimento federale di giustizia e polizia da cui il centro dipende.
Melgar vuole sapere, per sua ammissione, cosa è cambiato nel paese che lo ha accolto molti anni fa – anche lui figlio di immigrati – dall’entrata in vigore nel gennaio 2008 delle nuove e restrittive leggi sull’asilo e sugli stranieri, leggi votate a grande maggioranza dal popolo svizzero (risultato 7 a 3, un quasi cappotto). Le storie vere o verosimili dei migranti si susseguono, la vita del centro viene passata alla lente della camera, mentre i colloqui con i responsabili che decideranno della sorte dei richiedenti avanzano.
Ci rendiamo conto che gli intervistatori si attendono dagli intervistati storie reali, ma reali a loro insindacabile giudizio. Questa storie è troppo perfetta, troppo verosimile, quest’altra è troppo confusa, quest’altra ancora fa acqua nella prima parte mentre nella seconda tiene bene.
Ci si rende presto conto che a mancare è l’umanità, e che travestita di comprensione e condivisione c’è la gestione pura e semplice di situazioni e vite alla deriva, in questo centro ci si attiene al mandato federale, come potrebbe essere altrimenti. Poi tutti a casa con il cuore gonfio.
Questa Svizzera ci ricorda “Un vivant qui passe” l’intervista di Claude Lanzmann ad un ispettore svizzero della Croce Rossa in visita al campo di TheresienStadt durante la Seconda Guerra mondiale. Un campo modello un territorio-finzione dove il responsabile dell’organizzazione umanitaria vede persone trattate bene, pasciute e contente, che organizzano rappresentazioni teatrali, concerti, feste. Al suo rientro stilerà un rapporto positivo sulla detenzione degli ebrei nei campi.
La fine come l’inizio, un altro viaggio organizzato verso i diversi centri di accoglienza dislocati negli altri cantoni, le immagini sgranate, astratte delle camere di sorveglianza, il cancello della fortezza che si apre. Protetta da un vetro di sicurezza una segretaria del centro congeda cortesemente un oramai ex richiedente asilo. “Lei deve lasciare il suolo svizzero entro le prossime 24 ore. Arrivederci e grazie”.
(Donato Di Blasi)

L’articolo è pubblicato su: Rapporto Confidenziale. Speciale 61° Festival del Film di Locarno.
DOWNLOAD. ALTA 12.3 MB | BASSA 7.44 MB

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+