Alex Ross Perry

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Intervista a ALEX ROSS PERRY, regista di THE COLOR WHEEL
di Roberto Rippa

RR: Il primo aspetto del tuo film a interessarmi è il processo di scrittura, perché il film è stato co-sceneggiato da te e dalla tua attrice – ognuno ha scritto il proprio ruolo. Da dove è nata l’idea di lavorare così?

ARP: Ho girato il mio primo film nel 2009 e mi sono sentito improvvisamente confuso, perché tutte le persone con cui ero andato a scuola di cinema non facevano altro che discutere dei sogni e dei progetti che avevano. Improvvisamente io ne avevo girato uno, ed era esattamente come lo volevo. Così ho notato che poche persone erano riuscite a dare seguito alle loro aspirazioni. Tutti quegli obiettivi di cui io e i miei amici avevamo discusso per ore ed ore… ed ero l’unico ad averli coltivati, magari non proprio l’unico ma molti tra i miei compagni non stavano più inseguendo il sogno che avevano quando erano più giovani. Questo mi ha molto confuso. Carlen Altman era in un altro film intitolato “You Won’t Miss Me” che avevo visto e mi era piaciuto. Quindi le ho presentato la mia idea e lei ha risposto immediatamente. Soprattutto per quanto riguarda le persone della nostra generazione, persone meravigliose e creative che avevamo conosciuto nei loro venti e qualcosa anni, e che ora non ci ispiravano più nulla e che non perseguivano più gli obiettivi di un tempo; ecco, è stato questo a interessare entrambi, il tutto è partito da lì.

RR: Quindi era deciso sin dall’inizio che ognuno di voi due avrebbe scritto i dialoghi del suo personaggio?

ARP: È successo. Tutti sono stati incoraggiati nel contribuire al proprio ruolo. Bob Byington, l’attore che recita il ruolo del professore, ha portato molte idee al suo personaggio. Carlen e io abbiamo scritto l’intera sceneggiatura e abbiamo incoraggiato gli altri a intervenire.

RR: Nel parlare del film, hai citato molte fonti di ispirazione: da Jerry Lewis a Jean Eustache. Due nomi non proprio vicini…

ARP: Io vedo moltissimi film, praticamente uno al giorno. In sala. Sono un direttore della fotografia e quando ho girato questi due film – non stiamo parlando di 100 film, nemmeno di 15, parliamo di 2 – parlavamo tanto di Jerry Lewis. Si è tenuta una retrospettiva dei suoi ultimi film a New York proprio nel momento in cui stavo terminando la prima stesura della sceneggiatura, ed è stato incredibile vedere quei film, la sua influenza è stata enorme. Jerry è uno tra i registi preferiti del mio direttore della fotografia Sean (Price Williams) e uno tra i miei preferiti. È stato un vero artista. La patologia che ha messo nel creare i suoi film, la presentazione, con lui a dirigere, scrivere e produrre da solo, per poi interpretare anche 6 o 7 ruoli, non è uno scherzo, è una cosa molto interessante cui sono sensibile. Ovviamente il senso dell’umorismo dei suoi film non è secondo a nessuno, ma più che questo la sua psicologia in quanto regista è stata di grande ispirazione. Tutto funziona nei suoi film, non c’è idea sufficientemente sciocca, nessuna idea è troppo complicata, tutto funziona e questo è stato molto importante per me. Poi c’è Jean Eustache con “La maman et la putaine”, che è essenziale e ho visto molte volte. È un meraviglioso film in bianco e nero. Lo vedi e pensi che i dialoghi siano improvvisati, mentre poi scopri che era sceneggiato in ogni dettaglio, parola per parola. Presentare alla gente un film che appare così naturale tanto da fare pensare che la camera riprendesse e basta, per poi scoprire che invece c’era voluto un anno a scriverlo, è molto interessante.
Se vedi “The Color Wheel” una seconda volta, conoscendone il finale, la tua sensazione è molto differente, soprattutto per quanto riguarda ciò che accade ai personaggi.

RR: Effettivamente nel tuo film sembra esserci strato molto spazio per l’improvvisazione. E poi scopri che invece è tutto scritto. Come hai lavorato, hai effettuato delle letture con gli attori prima di girare per verificare che tutto funzionasse? Quante stesure ci sono state prima di quella definitiva?

ARP: Carlen ed io abbiamo parlato a lungo dei personaggi, alcuni mesi; abbiamo parlato della loro provenienza, di cosa stavano facendo delle loro vite, dei loro comportamenti. Una volta fatto tutto ciò, abbiamo pensato alle storie per loro. Abbiamo dovuto pensare a quante scene avrebbero avuto, dov’erano, che persone avrebbero incontrato, cosa sarebbe successo loro. Questo era un abbozzo, ho scritto una stesura della sceneggiatura in cui entrambi i personaggi avevano la mia voce, quindi l’ho passata a Carlen che ha riscritto tutto ciò che aveva a che fare con il suo personaggio. Questa è stata la seconda stesura. Questo accadeva nel novembre del 2009 e abbiamo girato nel giugno del 2010. Tra novembre e giugno abbiamo provato due o tre volte a settimana e abbiamo riscritto le scene durante le prove. Capitava che lei dicesse: “Abbiamo bisogno di una scena che sia molto imbarazzante per il mio personaggio”. E procedevamo in quel senso. Diceva: “Dobbiamo avere una scena in cui il mio personaggio incontra un suo idolo che la umilia”. Alla fine abbiamo avuto sei o sette stesure, abbiamo provato moltissimo per ottenere il ritmo che volevamo perché girare in 16mm non permette di improvvisare granché, devi sapere cosa stai dicendo, devi conoscere il materiale. Ci vuole tempo. Ci sono voluti sei mesi di prove.

RR: Non ne sono sorpreso. A proposito, la scelta di filmare in 16mm anziché in video, come molti fanno anche per una questione di comodità, a cosa è dovuta?

ARP: Per noi non si è trattata nemmeno di una vera scelta. Il mio direttore della fotografia fa di tutto: da opere di finzione e non, video, 16mm, super 16mm, ma preferisce il 16mm. Anche il mio primo film è stato girato in 16mm. Gli ho portato la sceneggiatura e ne abbiamo parlato. Gli ho detto che non avevo mai recitato prima e che temevo che avrei sprecato molta pellicola e che questo sarebbe stato molto costoso, ma lui mi ha chiesto quale tono avrebbe avuto il film. Gli ho spiegato che volevo un senso molto classico dell’America, con motel, ristoranti a basso prezzo, l’autostrada, e lui mi ha risposto: “Allora deve essere in bianco nero. Non puoi filmare un ristorante come quelli a colori, non susciteresti alcuna emozione. Se lo filmi in bianco e nero, con un po’ di grana, invece, improvvisamente la gente penserà a qualcosa di molto specifico, qualcosa di fuori moda, e capirà che si tratta di una scelta precisa. Se lo filmi in video, diventa una cosa che fanno tutti, ma il bianco e nero sarà recepito come una scelta”. Quindi quando vedi il film, ogni scena, per come l’abbiamo girata, rappresenta una nostra scelta molto importante. Dopo quella prima conversazione di due minuti non c’è stato più niente da decidere, era ovvio che avrebbe dovuto essere filmato in 16mm e in bianco e nero. È diventato parte del linguaggio del film.

RR: Tutte queste scelte sono state prese prima di girare il film?

ARP: Sapevamo quale sarebbe stato l’arco del film e ne conoscevamo il finale. Soprattutto sapevamo ciò che sarebbero stati i personaggi, sapevamo dove avremmo voluto lasciarli alla fine del film. Avevamo bisogno di costruire la sceneggiatura per arrivare a quello. Avevamo bisogno di una storia che iniziasse con due persone che sono legate e che non si sopportano, e sapevamo cosa sarebbe dovuto succedere tra loro alla fine. Tutto avrebbe dovuto spingerli ad avvicinarsi. Qualsiasi persona incontrino nel corso della storia, qualsiasi personaggio con cui parlino, deve spingerli ad avvicinarsi sempre di più fino a quando realizzano che non proverebbero alcuna tolleranza per nessuno al mondo ad eccezione che per loro stessi. Non sono perfetti, ma sono quanto di meglio possibile l’uno per l’altro ed è sempre stato così. Ogni parte della sceneggiatura, in ogni stesura, va verso quella direzione.

RR: Dopo la proiezione, ho sentito parte del pubblico riferirsi ai due protagonisti come due sfigati. Io invece ho pensato questo delle persone che li circondavano nel film. Come le ex compagne di scuola, che pensano di essere “supercool” mentre hanno esistenze normalissime, anche un po’ grigie.

ARP: Obiettivamente non penso siano “cool” perché sono goffi e inadeguati, non riescono a integrarsi nella società e non riescono ad avere amici. Non penso lo siano davvero, ma io e Carlen abbiamo provato molta simpatia per i nostri personaggi e non abbiamo mai voluto ridere di loro. Una delle ragioni per cui abbiamo scritto le nostre stesse parti e per cui ho deciso di interpretare io stesso il ruolo di Colin, è stato perché gli spettatori sapessero che il regista e gli sceneggiatori del film provavano affetto per i personaggi. Non avrei dato al personaggi il mio volto se avessi voluto che tutti ridessero di lui o pensassero che è uno sfigato. Mi sono esposto chiedendo al pubblico di provare almeno un po’ simpatia per il personaggio. Non è un personaggio trionfante, non è popolare, non ha successo con le donne però sa esprimere ciò che sente – e trovo questo ammirevole – e non sarà remissivo. Entra in una stanza – questo vale anche per Carlen – entrano in una stanza e dicono ciò che sentono, fanno osservazioni inappropriate, offendono i presenti, e questo è per me il segno di una persona che si sente molto sicura e interessante.

RR: Condivido. Li trovo entrambi molto espliciti e non mi sorprende che fatichino a integrarsi nella società, se la società è quella che si vede nel film…

ARP: Sì, emarginati, solitari, miscredenti…definirli sfigati significherebbe dire che sono anche in competizione, e io non penso che a nessuno dei due interessi competere con quelle persone.

RR: Parlando dei luoghi che hai scelto per il film, il motel, il ristorante, li hai scelti in quanto simboli di una certa America o sono luoghi legati alla tua personale memoria?

ARP: Sono luoghi senza tempo. Il motel deve essere degli anni ’70 e da allora non è affatto cambiato. Il ristorante è più o meno altrettanto vecchio. Si tratta di un film nuovo fatto da gente giovane, ma non ci sono telefoni cellulari, computer, nulla di moderno e parte di questo contribuisce a costruire l’atmosfera. Mentre stavo preparando il film ho visto un’esposizione di fotografie di Robert Frank, The Americans, e questo ha cambiato tutto per me perché era molto potente, l’immaginario che presentava è stato tanto evocativo per me e completamente senza tempo. Questo è ciò che volevamo. Gli angoli delle strade, i ristoranti, i motel nelle sue fotografie non assomigliano a niente altro, ma poi, quando trovi un luogo che gli assomiglia un poco, istintivamente sei lì, ti ci trovi. È stato molto interessante per me. Quelle location avrebbero potuto essere ovunque, avrebbero potuto trovarsi in qualsiasi punto nel tempo degli ultimi 40 anni. L’hotel è sul lato di una strada del New England e la stanza sembra esattamente quella in cui sto adesso qui a Locarno. È lo steso tipo di camera, lo stesso tipo di interno marrone e bianco, lo stesso letto, lo stesso soffitto con parti in legno. Si può trovare ovunque.

RR: Ciò che rende molto particolare il motel del tuo film è il suo proprietario…

ARP: Ecco, su questo non ero sicuro. Si tratta di una presa in giro di una certa tipologia di persona religiosa di alcune parti d’America. Mi è stato detto che ci sono alcune persone religiose strane anche qui. Questo credo lo renda comprensibile a tutti. Abbiamo messo nella scena, sul bancone, una fotografia di un Papa degli anni ’50 e poi ho pensato che potesse essere il Papa con cui molta gente è cresciuta…forse è un po’ offensivo…

RR: No, non lo è. È bello poter ridere della religione, qualunque essa sia.
Questo film è molto differente dal tuo primo, “Impolex”, che molta stampa ha definito come un “mockumentary”

ARP: No, non lo definirei così. Non li trovo così dissimili. “Impolex”, come “The Color Wheel”, prende una situazione che non e divertente di per sé – in quel caso la Seconda guerra mondiale con i soldati alla ricerca di razzi e missili – una situazione non più divertente di due persone che non si sopportano costrette a trascorrere del tempo insieme, ma volevo trovare un po’ di commedia anche in quello. Volevo trovare il modo più piccolo possibile per raccontare una grande storia. È tutto girato con la camera a mano, per cui la gente può averlo visto come una specie di documentario, ma penso che abbiamo gestito il materiale in maniera molto simile a “The Color Wheel”. Però la grande differenza sta nel fatto che lì avevamo un copione di 20 pagine. Non perché si sia improvvisato di più, bensì per l’assenza di dialoghi. Da questo punto di vista i due film non potrebbero essere più diversi, ma girare “Impolex” è stata una sfida perché avevo un copione di 20 pagine e non avevo mai girato un film prima, ma anche “The Color Wheel” ha costituito una sfida con il suo copione di 110 pagine per un film di 80 minuti, una cosa che non avevo mai fatto precedentemente. In “Impolex” ci sono cinque personaggi, mentre in “The Color Wheel” ci sono scene con sette persone, quindi in una sola scena più personaggi di quanti ce ne fossero nell’intero mio primo film. E’ stata una sfida, e non penso che avrei potuto girare “The Color Wheel” se prima non ci fosse stato “Impolex”. Per me sono strettamente connessi.

RR: C’è un aneddoto curioso legato al titolo del film…ce lo racconti?

ARP: Certo! Quando ho iniziato ad interessarmi al cinema, ho chiesto ai miei genitori quale fosse stato il primo film che avevo visto e loro mi hanno risposto: “Il primo film che hai visto è stato “The Color Wheel”. Quindici anni dopo ho pensato che avrei dovuto rivederlo, e così ho scoperto che non esisteva un film con quel titolo. Quel film aveva fatto parte della mia vita per lungo tempo e poi ho scoperto che non esisteva. Ho passato la mia infanzia e parte della mia vita adulta credendo in una cosa che si è poi rivelata falsa, e quindi mi è parso un titolo appropriato per il mio film. Inoltre ho letto molto Philip Roth pensando a questo film, e ho pensato che la sintassi del titolo fosse assimilabile ai suoi “The Ghost Writer”, “The Anatomy Lesson”, “The Professor of Desire”, “The Human Stain”, “The Dying Animal”…mi sembrava che seguisse la stessa struttura che aveva usato lui per i suoi titoli, sembrano connessi spiritualmente. Questo ha un significato per me.

RR: Che ne sarà del film ora, dopo la presentazione a Locarno, verrà distribuito?

ARP: Lo spero, stiamo guardando, stiamo cercando di entrare in contatto con le persone. Più persone lo vedranno e ne saranno colpite, più probabile sarà che susciti interesse.

RR: C’è spazio oggi negli Stati Uniti per un film da arthouse in bianco e nero?

ARP: Lo si può infilare. Di spazio non ce n’è molto, ma c’è gente che potrebbe volerlo vedere, in qualche città. Speriamo….

RR: Dopo due film così diversi, quale sarà la linea che pensi di seguire? Hai già in mente qualcosa?

ARP: Al momento mi è molto difficile pensarci perché questo film mi ha preso molto tempo ed è stato molto complicato a livello emotivo. Inoltre, cosa molto importante, non avevo un produttore, mi occupavo di ogni telefonata, ho dovuto trovare ogni singolo dollaro, e non penso che sarei in grado di girare un altro film in queste condizioni, senza qualcuno che lavori con me per creare qualcosa di più grande, ottenendo soldi e risorse. Spero di trovare presto questa persona e queste risorse e allora sarò in grado di realizzare qualcosa di molto più grande, ricercato, cui possa dedicare più tempo. Spero accada presto.

Locarno, 4 agosto 2011

The Color Wheel su Rapporto Confidenziale

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