Adrian Sitaru (2011)

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Intervista a ADRIAN SITARU, regista di
DIN DRAGOSTE CU CELE MAI BUNE INTENTII
(“Best Intentions”)

di Roberto Rippa

Nato in Romania nel 1971, Adrian Sitaru nel 2002 è assistente di Costa-Gavras per “Amen.”.
Nel 2007, si aggiudica il Pardino d’oro per il migliore cortometraggio internazionale al Festival di Locarno grazie a “Valuri” (2007). Il suo primo lungometraggio “Pescuit sportiv”, dello stesso anno, viene selezionato dalla Mostra del cinema di Venezia e dal Thessaloniki Film Festival, che premia le protagoniste Ioana Flora e Maria Dinulescu come migliori attrici. Nel 2009, Sitaru realizza due cortometraggi, “Lord” e “Colivia”, e collabora con la televisione ungherese girando alcuni film per il piccolo schermo. “Din dragoste cu cele mai bune intentii” è il suo secondo lungometraggio.

Roberto Rippa: Presentando il film, hai spiegato che questo è un film che nasce da un’esperienza personale che inizialmente non avevi voglia di trasformare in un film vero e proprio. Hai dichiarato che è stato il tuo produttore a convincerti.

Adrian Sitaru: A dire il vero, non è che mi abbia proprio convinto. Nel 2007, quando ho finito il mio primo lungometraggio e ho incontrato queste produttrici francesi, Marie-Pierre Macia e Juliette Lepoutre, ho presentato loro due sinossi, una delle due spero di girarla in novembre e sarà il mio terzo lungometraggio. Ho presentato entrambi i soggetti e una tra loro ne è rimasta particolarmente toccata, dal momento che le era successo qualcosa di simile. Mi ha detto: “Adrian, lavoriamo su questo, il soggetto è molto buono”. All’inizio ho tentato di evitare di realizzare questa storia; lavorare alla loro richiesta è stato inizialmente molto duro perché ho dovuto fare lo sforzo di ricordare tutto ciò che era successo, e quel ricordo era emotivamente faticoso. Infatti di solito si tenta di scappare dai ricordi dolorosi. Poi però sono riuscito a vedere la storia in un modo più leggero, ho visto tutte le cose assurde che erano accadute, i miei comportamenti stupidi e le reazioni che suscitavano negli altri, e sono riuscito a cogliere la parte divertente di queste interazioni. Perché sempre, anche nella situazione peggiore, c’è qualcosa di buffo in ciò che accade e nel modo in cui le persone si comportano. Ho provato a seguire questo istinto di leggerezza e inserire dell’umorismo in questa storia triste e drammatica. Anche se la madre non muore, il film parla della morte, della scomparsa, di qualcosa che succederà prima o poi. Sì, ho tentato di seguire questa commistione tra dramma e umorismo.

RR: Questo è ciò che ho particolarmente apprezzato. È facile riconoscere nel protagonista comportamenti che sono di tutti. Molti reagirebbero come lui. Ma la commedia che hai inserito nella storia aiuta molto, in quanto mette in luce l’assurdità del comportamento e permette di provare empatia per il protagonista.

AS: A dire il vero, non ho molti meriti per quanto riguarda questo umorismo. Ne ho parlato con la mia compagna e ci abbiamo riso insieme. Ovviamente in quei giorni ero molto giù, molto triste, e non vedevo nulla di divertente in quella circostanza, ma poi quando ho riconsiderato la situazione mi sono chiesto come fosse possibile comportarsi così. C’è un pregiudizio legato agli ospedali: quando ci vai ti sembra di vedere tutte le persone in procinto di morire. Non è così, soprattutto in un reparto come quello, dove ci sono persone con problemi cerebrali e quindi assumono probabilmente pillole non sedative, ma che rendono più allegri o rilassati. Non saprei come dire, ma c’era un’atmosfera gioiosa. Nella mia testa mi chiedevo: “Ma che succede qui?”. Perché non erano pazzi; quell’atmosfera, quello spirito, mi avevano sorpreso, è diventato tutto strano e la mia paranoia cresceva progressivamente, in quanto non capivo cosa stesse accadendo. Non me ne sono reso conto subito, ma molti piccoli dettagli hanno lavorato nel mio inconscio. Mi auguro di avere imparato qualcosa da questa esperienza e spero di non comportarmi in modo stupido la prossima volta. Però di questo non sono sicuro.

 

 

RR: Il pubblico in sala deve avere avuto la stessa reazione, trovandosi immerso in quella situazione. È stato un momento catartico, perché quando vivi una situazione del genere, quando ti spaventi per qualcosa che non puoi controllare, è come se entrassi in una dimensione diversa e anche le tue reazioni sono diverse…
Gli attori nel film sono perfetti. Guardando il film mi chiedevo come tu potessi avere lavorato con loro su una storia tanto personale.

AS: Come mia abitudine, lavoro molto con gli attori. Proviamo molto insieme. Parlo molto con loro della psicologia dei personaggi, ma anche dei sottotesti presenti in ciò che dicono, cosa pensano davvero quando dicono una cosa, cose di questo genere. Certo, sono tutti attori bravissimi. È stata un po’ più dura con il personaggio di Alex, perché condivide la mia personalità, ma sono stato fortunato a trovare questo attore, che nella vita ha una personalità simile alla mia. Per lui è stato più facile capire i miei comportamenti, quello che accade al personaggio nel film, dal momento che non tutti sono così ansiosi e potrebbero faticare a comprendere il perché di un comportamento simile, mentre per lui non è stato difficile entrare nel personaggio. Ancora di più lo è stato con gli altri attori, perché ho semplicemente parlato con loro dei miei amici, del personaggio di Delia. In un certo senso non ho dovuto inventare nulla, nessun personaggio. Ho semplicemente detto: “Guardate, in questa situazione i miei amici hanno fatto così”. In un certo senso è stato facile anche per loro, che hanno potuto basarsi su persone vere.

RR: Proprio per il suo realismo, come hai reagito vedendo il film ora, dopo tempo?

AS: Come regista è stato interessante perché l’ho visto moltissime volte durante il montaggio. E’ stata dura quando mia madre ha visto un primo montaggio, ha pianto. Ma anche io ero molto emozionato, ieri. Non perché siamo a Locarno, ma perché era la prima volta che lo vedevo sul grande schermo, circondato da persone, nel buio della sala. Ero davvero commosso alla fine, e sono stato sorpreso perché avendolo visto così tante volte avrei dovuto sentirmi annoiato, ed ho pensato che ancora oggi c’è ancora qualcosa di questa esperienza che rimane nascosta. Quando sono rilassato e tento di aprire la mia mente, queste porte, diventa molto toccante.

RR: Parliamo del set: hai lavorato in uno spazio ristretto come la stanza d’ospedale, che è molto piccola. Il direttore della fotografia è sempre alle spalle degli attori per mostrare i differenti punti di vista. C’è un costante senso di incombenza.

AS: Lavoro con lui sin da “Valuri”, il mio cortometraggio del 2007, quindi ci conosciamo molto bene. Poi l’ospedale era diviso in due spazi: i corridoi e l’esterno sono un vero ospedale, mentre la stanza è stata ricostruita in studio. Questo perché rispettare i diversi di punti di vista in una vera stanza non sarebbe stato possibile. Per esempio, quando Alex parla con sua madre e ha un primo piano, sarebbe stato impossibile girare quella scena in un luogo reale perché la camera avrebbe dovuto essere sul letto. Sarebbe sembrata falsa, non avrebbe funzionato. Quindi abbiamo spostato un muro per allontanare un po’ la camera… Tutto ciò che accade nella stanza dell’ospedale è un set. Ne abbiamo parlato a lungo perché volevo che apparisse il più realistico possibile.

RR: Hai spiegato che, pur non essendo tu particolarmente religioso, questo film ha rappresentato un’esperienza mistica.

AS: Quando ho girato “Valuri” mi è successa una cosa simile, è stata un’esperienza dura. Lo abbiamo girato sul Mar Nero, abbiamo avuto problemi con il tempo, il direttore di produzione ci diceva di fermare la lavorazione perché mancavano delle cose… Ho dovuto decidere io di non fermare tutto. Fosse dipeso dalla pioggia lo avrei fatto. È stato quasi un miracolo, e il film ha ottenuto dei premi. In quella occasione ho sentito qualcosa di mistico.
In questo caso è successo qualcosa di simile perché ero solo in questa esperienza che riguardava mia madre. Mi sentivo inutile, impotente. Anche se tentavo di fare del mio meglio, talvolta i danni sono peggiori rispetto al non fare nulla. Mi sono sentito solo e inutile, ma allo stesso tempo mi sono sentito – come dire? – come se qualcosa fosse stato con me, un sentimento che mi faceva pensare che sarebbe andato tutto bene. Non lo so spiegare. È ciò che ho voluto mettere nel mio film attraverso movimenti di camera non umani all’inizio e alla fine del film, o quando Alex è solo nella stanza. Anche se non sono esattamente una persona mistica, anche nel mio primo film ho messo qualcosa alla fine che non fa capire di chi sia l’ultimo punto di vista.

RR: Hai detto che il film uscirà in Romania in ottobre. Lo scorso anno stavo parlando con un altro regista rumeno, Bogdan Georg Apetri, che mi spiegava che i rumeni non vanno a vedere i film rumeni. È così?

AS: Sì sì. Puoi vedere l’elenco ufficiale delle entrate e notare che un film rumeno può avere 2’000, 3’000 spettatori. Magari 10’000 se il film è passato a Cannes o qualcosa del genere. Ma arrivare a 10’000 è difficilissimo per un film rumeno.
Quando arrivi a 5’000 è già un grande successo.

RR: Però ottengono grandi risultati nel resto dell’Europa…
C’è una grande attenzione in Europa nei confronti del cinema rumeno, un’attenzione iniziata qualche anno fa.

AS: È vero, ma credo si limiti alla critica, ai festival. Da ciò che sento, c’è una discrepanza nel cinema rumeno tra le vendite e i premi ottenuti. È un discorso difficile. Ovviamente è altrettanto difficile vendere un film messicano. Negli ultimi due anni è diventato sempre più difficile vendere questo genere di film da arthouse. Il cinema rumeno non fa eccezione, in questo senso.

RR: Parlando del tuo passato: tu hai vinto un premio qui a Locarno con il tuo cortometraggio “Valuri”…

AS: Sì, in italiano si traduce come “Onda”…

RR: Poi c’è stato il tuo primo lungometraggio “Pescuit Sportiv”…

AS: Il cui titolo inglese è “Hoocked”. È passato alle Giornate degli autori alla Mostra di Venezia nel 2008.

RR: E quindi un altro corto, “Colivia”, che ha ottenuto un premio a Berlino…

AS: Sì, e un’altra ventina in giro per il mondo. Sta ancora girando per i festival.

RR: Per “Pescuit Sportiv” com’è stata la distribuzione?

AS: È stato interessante perché non avrei mai sperato che il film potesse essere venduto, era un film girato senza soldi, giusto 4’000 Euro, l’ho girato in MiniDV. Dopo che queste due produttrici francesi lo hanno visto e lo hanno amato, hanno trovato un finanziamento da Arte e lo abbiamo gonfiato in 35mm, abbiamo migliorato il suono, e quindi è stato venduto in dieci Paesi e distribuito in Francia. Non avrei mai potuto sperarci, era il mio primo lungometraggio. Ha avuto successo nei festival. So che in Olanda ha avuto grande successo, non so perché. So che la stampa olandese a Venezia lo aveva indicato nell’elenco dei migliori film. Ma film piccoli come questi rimangono difficili da vendere. Anche in quel caso il punto di vista era quello del protagonista, ma il film era girato senza soldi, in gran parte con la camera a mano, ed era un film più difficile da seguire per un pubblico normale. Ha preso una decina di premi, una cosa che non avrei mai pensato.

RR: Da qualche anno a questa parte, si parla molto di una Nouvelle vague per il cinema rumeno. Pensi esista davvero? E se sì, è un’etichetta che ti disturba?

AS: Non disturba solo me, disturba tutti perché sembra di doverne rispettare l’alto livello d’aspettativa. Non è facile e ogni tanto appare come una moda. Dopo 10 anni circa, penso che la gente si sia stufata e voglia vedere altro rispetto a questa sorta di stile rumeno. Personalmente mi piacciono Cristi Puiu e molti film rumeni, ma non cerco di seguire un’onda. Non cerco di seguire Jarmusch, anche se mi piace. Cerco di portare la mia visione. Ovviamente sono influenzato da quello stile così come dal cinema americano…

RR: In effetti, quello che mi colpisce quando si parla di questa “Nouvelle vague rumena”, è che non si capisce bene di cosa si stia parlando, perché in realtà i film sono molto diversi tra loro. Però qualcosa che accomuna i vari autori secondo me c’è: l’uso di realismo…

AS: Sì, quello che chiamano “spaccati di vita”… Ossia film senza un inizio e una fine definiti, giusto la fotografia di un momento. Per esempio, in “Pescuit Sportiv” la storia sembrava più regolare, quasi commerciale. Una coppia che ha un incidente con una prostituta, una storia intrigante… Uno spaccato di vita.
Però qualcosa c’è, in effetti. Non è che ci si incontra e si decide cosa fare. Il fatto di non usare colonna sonora e altre cose simili non sono state decisioni prese in un giorno, ma sono state scelte che giungono dal primo film di Cristi Puiu, credo, che sono piaciute e sono state seguite. È stato il primo film di Puiu a imporre uno stile che ha influenzato molti.
Per esempio, Cristian Nemescu, il regista scomparso, aveva uno stile nel girare molto differente da quello degli altri e ha realizzato ottime opere.

RR: Pensi che il cinema rumeno sia parte di un movimento culturale, un fermento più ampio che riflette un cambiamento nel Paese?

AS: Secondo me, è un miracolo vedere come questa “Nouvelle vague” sia cresciuta. Fino a dieci anni fa avevamo qualche buona squadra di calcio, qualche ginnasta. C’è qualcosa nell’arte e nella letteratura, ma niente che possa essere paragonato al cinema. Tutto questo è però molto triste, perché in Romania non frega niente a nessuno. Un aiuto lo danno, ma ogni volta è una lotta contro il sistema per trovare i soldi. Non dovrebbe essere così invece, essendo diventata quella del cinema un’eccellenza del Paese. Forse l’etichetta non sta aiutando…
All’inizio di questa “Nouvelle vague”, dal 2000 al 2005-2006, abbiamo prodotto qualcosa come dieci film per anno, due o tre tra i quali erano davvero grandi, come Porumboiu, Puiu, Mungiu. È impossibile una media così alta. Può capitare, ma non si tratta di fermento culturale.

RR: Nemmeno il riflesso di un cambiamento in corso nel Paese?

AS: Non so. Perché allora accadrebbe solo nel cinema? Puiu, Porumboiu…alla fine si tratta di due o tre persone….

RR: Forse perché è la forma d’arte più immediata ed efficace nel raccontare storie e cambiamenti?

AS: Forse. Anche in teatro è successo perché ci sono stati ottimi registi come Silviu Purcărete che ha scritto opere di grandissimo successo in tutto il mondo negli anni ’90 e anche oggi. Ma il discorso è lo stesso: Silviu Purcărete e Andrei Șerban lavorano negli Stati Uniti e hanno prodotto spettacoli che hanno ottenuto enorme successo ovunque, ma di cui in Romania nessuno sa niente. Esattamente come per il cinema: qualche studente lo conosce, qualche persona, ma il grande pubblico non ne sa nulla. Magari conoscono il nome di Cristi Puiu per averlo sentito, ma non hanno nemmeno idea di quanto sia grande nel mondo.

RR: Non sono sorpreso: ero a Timişoara un paio di anni fa, e tutto ciò che si poteva trovare nei cinema erano Blockbuster americani…

AS: Vero. Non abbiamo una rete di cinema d’essai, per esempio. A Budapest ci sono circa 40 cinema arthouse, piccoli o grandi, mentre noi non ne abbiamo proprio. Ora a Budapest a causa della crisi ce ne sono solo una quindicina, ma a Bucarest non ce n’è uno. Abbiamo una Cineteca, certo, ma è tutto. Il problema non tocca solo i film rumeni ma anche quelli italiani – “Le quattro volte” di Frammartino, per esempio – che sono impossibili da vedere al cinema. Forse in qualche festival, ma non distribuiti in sala. I DVD sono molto cari, quindi l’unica possibilità è internet, i torrent. Comunque anche oggi, nel 2011, vedere un film italiano – non parlo di film giapponesi o della Corea del sud – è impossibile.

RR: Un’ultima domanda, tornando al tuo film: Come hai scelto gli attori? Lo chiedo perché sono tutti straordinari, e in una storia così piccola e personale credo sia difficile ottenere un’alchimia…

AS: Non è stato facile, a dire il vero. Per me la parte peggiore della preparazione di un film è il casting, perché mi sento sempre ansioso e insicuro a riguardo, soprattutto quando vedi diversi attori molto bravi. Alla fine credo di avere preso le mie decisioni in base all’istinto. Però nel mio essere istintivo c’è anche un po’ di ansia, perché a volte gli altri mi dicono: “Perché quello? Non è così bravo”.
In questo caso hanno lavorato molto bene insieme, per cui forse il mio istinto non sbaglia. Abitualmente scelgo attori molto bravi. Il primo requisito è che appaiano molto naturali, poi le prove aiutano a rinsaldare tutto.

Locarno, 5 agosto 2011

Din dragoste cu cele mai bune intentiisu Rapporto Confidenziale

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