Faust > Aleksandr Sokurov

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CRITICA • November 7th, 2011


Avete presente quella vecchia filastrocca che fa più o meno così? “Chi fa la spia non è figlio di Maria, non è figlio di Gesù e quando muore va laggiù, va laggiù da quello ometto che si chiama diavoletto”.
L’attraente Cinema delle attrazioni.
L’uomo non è figlio di Dio. Dio non si cura di lui. L’uomo è figlio del Diavolo. Lui si cura di noi. Nessun figlio vorrebbe rassomigliare al proprio padre ma finisce, infallibilmente, per farlo. L’uomo incontra il Diavolo, il Diavolo parla con due voci, l’uomo chiede di chi sia la seconda voce. Sciocco, è la tua. L’incontro tra padre e figlio non è uno scontro ma un riconoscimento. Sokurov mette in scena l’attrazione magnetica che i corpi hanno tra di loro. Per fare questo, non usa un punto di vista distaccato, da entomologo o da scienziato che osserva due nuclei che interagiscono, ma egli stesso si comprime in un quattro terzi opprimente. Vincere il magnetismo è qualcosa di esclusivo che rende esclusivi. L’attrazione verso ciò che è, naturalmente, attraente, è naturale e finisce con l’identificarci in quanto essere umani. L’uomo tende alla ricerca spasmodica dell’eguaglianza. “In fondo siamo simili.” Io e te abbiamo molte cose in comune. “Ci piacciono le stesse cose!”. Ma l’eguaglianza è negazione mentre la diversità è addizione. Ciò che è uguale finisce per allontanarsi. Il Faust arriva al cuore del problema, quarto dopo altri 3 capitoli sul potere e la sua deriva, questo film è un po’ come un ritorno a casa, non una resa ma una confessione. Il Diavolo di Sokurov è si deforme, ma non lo nasconde, si mostra per quello che è, non ha bisogno di assumere forme terrificanti, il suo scopo non è certo spaventare, ma attrarre. In realtà non deve sforzarsi più di tanto per farsi cedere l’anima. Il Diavolo stesso non ha interesse a possedere tutte le anime, ma solo quella che lo meritano davvero, delle altre si libera piuttosto agevolmente o le lascia in lista d’attesa, una lista piuttosto lunga, come lui stesso dice. Non esiste il senso di colpa, forse solo inizialmente, poi tutto appare chiaro e il viaggio può proseguire. Sokurov si spinge anche oltre, il corpo sembra vincere nettamente sull’anima, che nemmeno si trova, pur scavando, letteralmente, con le mani nelle viscere più profonde. Se sei già morto, non sperare di trovare la tua anima. E anche dopo morto, non è detto che tu riesca a liberarti dal peso del tuo corpo e vincere l’attrazione verso gli altri corpi. Solo attraverso la consapevolezza e l’accettazione delle proprie pulsioni si arriva a trovare l’anima, per poi venderla all’unico offerente. Una cessione volontaria, un vero affare, poiché, con tutta probabilità, l’anima nemmeno esiste. Il sacrificio di Margarete e l’improvviso disinteresse di Faust verso il suo corpo, testimoniano il superamento dei limiti umani o la loro accettazione. In tutto ciò non c’è nulla di terrorizzante, il bene e il male sono categorie obsolete, si punta oltre. Al di là del bene e del male.
Sokurov mette in scena un film strisciante, aggregante, che fermenta, ribolle e pulsa. Faust è un personaggio dedito all’azione, senza timori, pronto a seguire il diavolo fin dentro casa sua, rovistando nelle sue cose, nel torbido, ma sentendosi a proprio agio, tradendo solo una insaziabile curiosità. I personaggi del dramma sembrano non riuscire ad evitare di finire uno addosso all’altro, nelle strettoie del piccolo villaggio o nella case anguste e labirintiche. Un grosso dedalo fatto da migliaia di vicoli e crocicchi, nei quali una massa più o meno omogenea di bestie, fatica ad incanalarsi verso la macellazione. Loro si, maiali, perché inconsapevoli di esserlo. Faust è l’eletto, il figliol prodigo. Sokurov offre una sua lettura del Faust di altissimo livello drammaturgico, operando una sintesi che partendo dai principi dell’opera sembra cerchi lo slancio per superarli. La componente “divina” è nulla, la salvezza dell’anima non viene calata dall’alto, semplicemente non è necessaria, non è richiesta. Faust arriva in vetta, la conquista, là dove non è più necessario nemmeno il Diavolo e a quel punto, gli spetta l’infinito.
Lode al Maestro Aleksandr Nikolaevič Sokurov.

“Chi fa la spia non è figlio di Maria, non è figlio di Gesù e quando muore va laggiù, va laggiù da quello ometto che si chiama diavoletto”.

Michele Salvezza

Faust
(Russia/2011)
Regia: Aleksandr Sokurov
Sceneggiatura: Aleksandr Sokurov, Marina Koreneva, Yuri Arabov
Musiche originali: Andrey Sigle
Fotografia: Bruno Delbonnel
Montaggio: Jörg Hauschild
Scenografia: Yelena Zhukova
Costumi: Lidiya Kryukova
Interpreti principali: Johannes Zeiler, Anton Adasinsky, Isolda Dychauk, Georg Friedrich, Hanna Schygulla, Antje Lewald, Florian Brückner, Maxim Mehmet
134′


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  • selvi francesco

    ciao, gran bella recensione, film incredibile tutto virato al verdolino marcio, con un occhio deformante, veramente una salvezza per i nostri occhietti e la nostra cabeza