Ritratto di borghesia in nero > Tonino Cervi

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Il quinto Stato
Ritratto di borghesia in nero
di Tonino Cervi (Italia/1978)
recensione a cura di Fabrizio Fogliato

La partitocrazia è un termine che prende forma e consistenza durante il “decennio di piombo” e sta ad indicare il potere autoreferenziale dei partiti, la loro natura accentratrice e il loro smisurato narcisismo. In particolare, i due partiti di maggioranza relativa dell’epoca, cioè la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista Italiano, diventano l’emblema di un potere autocratico che, attraverso le segreterie di partito, pone veti, maneggia sottobanco (e soprabanco) e si spartisce il finanziamento illecito proveniente dalle grandi imprese del commercio e dell’industria italiana. La partitocrazia ha alle sue estremità le propaggini tentacolari che condizionano la vita degli italiani: le tessere di partito. Strumento attraverso cui i partiti hanno trasformato la possibilità e la scelta dei liberi cittadini se aderire o meno, in un obbligo imprescindibile pena l’emarginazione sociale.

In questa spirale perversa che attraversa una democrazia malata, solo i partiti possono ridimensionare il loro potere ma essendo essi stessi i primi attori, e praticamente impossibile che ciò accada. Nel 1977 esplode sui giornali e nell’opinione pubblica lo scandalo Lockheed, che porta allo scoperto un notevole giro di tangenti per l’acquisto di aerei Hercules e rivela il groviglio di politici, faccendieri, intermediari e militari che, con grande disinvoltura, si spartiscono mazzette. L’11 marzo 1977, un anno e cinque giorni prima che venga sequestrato dalle Brigate Rosse, l’onorevole Aldo Moro, presidente della DC pronuncia un celebre discorso di fronte alle camere riunite: «Ci avete preannunciato il processo sulle piazze, vi diciamo che non ci faremo processare…». È la frase simbolo dell’impunità partitocratrica e contiene dentro di sé quel senso di “casta intoccabile” che diventa da li in poi il riferimento del fortino arroccato del potere.

Nel 1978 l’anti-stato del terrorismo (al pari di quello mafioso), si contrappone ad uno stato dove il potere è arginato e delimitato ad una cerchia di “eletti” e perennemente minacciato dal pericolo della delazione, poiché l’ipocrisia diventa norma e la ricattabilità degli individui costituisce l’equilibrio (precario ma fortissimo) su cui si regge tutto il sistema. Il potere diventa quindi quel “Quinto Stato” dove tutto è lecito ed ammesso in una relazione biunivoca di interscambio di favori, raccomandazioni e prebende. La corruzione si fa sistema e attraversa trasversalmente i vari ambiti della società, lambisce il Vaticano (il crack del Banco Ambrosiano) e intacca irreparabilmente la coscienza e l’agire degli Italiani. Il quadro esaustivo del “Belpaese” tracciato nel 1977 da Mario Monicelli con Un borghese piccolo piccolo, diventa un anno dopo limitato e moderato.

Nel 1978, tre film come Ritratto di borghesia in nero di Tonino Cervi, Suor Omicidi di Giulio Berruti e Porco Mondo di Sergio Bergonzelli diventano, attraverso i loro eccessi, la fotografia lisergica del caos dominante. Tre allucinazioni che, tra passato e presente, indagano (a modo loro) negli interstizi del potere rivelando le frattaglie di una società proiettata verso un edonismo vacuo e promiscuo dove potere, droga e denaro assumono la valenza astratta e totalizzante di un dio da venerare. Borghesia, religione e politica vengono inchiodate alle loro responsabilità morali con coraggio, spregiudicatezza ed incoscienza, diventando gli imputati primari del degrado imperante. Tra scelte effettistiche, qualunquismo, provocazioni e cinismo calcolato, emerge dalle pieghe delle tre pellicole quel senso di condanna e rassegnazione autopunitiva che il cittadino medio continua a negare a se stesso.

In questi tre film “ dimenticati” e rimossi, l’omicidio diventa “politico” in quanto animato da una scelta di convenienza, la droga diventa l’espediente assolutorio per giustificare i comportamenti e il potere “assoluto ed astratto” l’unica ragione di vita in funzione della quale si compiono scelte più o meno raccapriccianti. Il cerchio si chiude quindi, e i due estremi che si toccano sono l’italiano medio e il suo desiderio (insoddisfatto) di felicità da un lato e il potere costituito e partitocratrico dall’altro: in mezzo, all’interno di questo cerchio ipotetico è chiuso il cortocircuito delle dinamiche di potere che non ha niente a che vedere con la democrazia ma ne è solo il suo esatto contrario.

Tonino Cervi, con Ritratto di borghesia in nero, dirige un film sulle “anime perse” della borghesia media e alta, ispiratogli da una novella di Peyrefitte (La maestra di pianoforte) sceneggiata insieme a Cesare Frugoni con la collaborazione di Goffredo Parise. Anziché nella Parigi del primo dopoguerra, l’azione è trasferita nella Venezia del 1938, rievocata dall’interno di due famiglie in cui la passione e la gelosia divampano secondo i canoni del feuilleton con pretese storico-politiche, rappresentando attraverso gli interni, un mondo “oscuro” dove al al gioco ambiguo dei sentimenti corrisponde la tortuosità delle calli veneziane.

Se si considera il film dal punto di vista argomentativo, esulando sia dalla qualità che dal risultato artistico (entrambe di media fattura), Ritratto di borghesia in nero è il nostro Nascita di una Nazione. Il paragone che può risultare irriverente, va invece declinato sui canoni “popolari” della pellicola che mette in scena un mondo borghese, in cui (solo) apparentemente non succede niente (tutto è luminoso, tutti sono vestiti di bianco, tutti vivono nell’agiatezza), ma basta grattare leggermente la superficie e il marcio affiora e dilaga, attraverso una narrazione che si fa elegia obliqua e in negativo, mostrando il vero motore che anima le dinamiche del nostro Paese: il Quinto Stato appunto, fatto di poteri occulti, trasformismi, eminenze grigie e nepotismi, che nel gorgo di odi familiari trova la forza e la ferocia per schiacciare i deboli, ricattare i potenti e dulcis in fundo (ma in realtà è l’obiettivo primario) curare i propri interessi. Non c’è speranza in questo film, chiuso in spazi asfittici (stanze, corridoi, chiese), che invade di nero la scena, con i drappi dei funerali, i vestiti e i cappelli, le strade riprese di notte e la morte che è contemporaneamente momento liberatorio e subdolo, perché è tramite di essa che si consuma l’inganno e si compra il silenzio. Ambizione, arrivismo, denaro e sete di potere sono le componenti del morbo che deturpa i corpi dei personaggi, che alimenta il loro delirio di onnipotenza e che devasta i loro sentimenti corrotti e malvagi.

Proprio la sua fattura media, il suo non voler avere pretese di critica sociale, il suo essere, necessariamente, al contempo banale e sopra le righe, paradossalmente fa di Ritratto di borghesia in nero un film “rivelatore” dei mali occulti e taciuti di questo paese (non a caso l’ambientazione è quella del fascismo pre-bellico). Il “nero” che non deflagra mai apertamente, ma che si manifesta sottobanco attraverso piccole meschinità quotidiane, resta sempre sullo sfondo e si confonde tanto nell’oscurità delle notti veneziane quanto nel rosso carminio di vestiti e tappezzerie, alimentato dai continui riferimenti alla guerra imminente portatrice (appunto) del “nero della morte e del “rosso” del sangue. Ne Ritratto di borghesia in nero non ci sono né buoni né cattivi, ma solo esseri umani che vivono un’apparenza fastosa e magniloquente tra ricevimenti, colloqui politici e pranzi luculliani e contemporaneamente tramano gli uni alle spalle degli altri, corrompono, oltraggiano e uccidono con la stessa grazia con cui danzano languidi walzer. Questi uomini e queste donne sono il Quinto Stato, quello occulto e perennemente desto che maneggia sottobanco e che tiene le redini di un’Italia che vive in un’unità fittizia fatta di interessi reciproci, di qualunquismo e di facili opportunità e che per fare ciò ha rinunciato sin dalle sue origini alle regole e alla democrazia.

Il finale del film, con le panoramiche bloccate dallo scatto di una macchina fotografica, immortala visivamente il Quinto Stato, attraverso l’esposizione degli emissari del potere: nobili, fascisti, prelati e dame borghesi appaiono uniti nelle istantanee di un matrimonio. La tesi del film è lineare: la famiglia è dunque il nucleo primario di una società (quella italiana) che fa del trasformismo, dell’inganno e della raccomandazione il proprio credo esistenziale. L’obiettivo, ambizioso e meschino allo stesso tempo, è quello del mantenimento costante del potere, grande o piccolo che sia, perché è solo attraverso di esso che le classi sociali possono determinare la propria condizione. Non a caso l’unico sguardo corrucciato nelle “Scene da un matrimonio” finali è quello dell’ispettore Franchetti, il commissario di polizia, tutore dell’ordine e della legalità ma al contempo consapevole che l’inganno è stato puntualmente perpetrato in cambio di una raccomandazione (non richiesta) per il figlio. Nel suo volto accigliato si intravede una maschera dove coesistono l’ipocrisia borghese e la necessità di mantenere uno status-quo in grado di garantire le “silenziose” dinamiche del potere.

Venezia, estate 1938. Il giovane Mattia Morandi (Stefano Patrizi) da Lecco raggiunge la città lagunare, dopo essersi aggiudicato una borsa di studio per il pianoforte. Mattia fa rapidamente amicizia con Renato Richtrer (Christian Borromeo) e ben presto diviene l’amante di sua madre Carla (Senta Berger). La giovane vedova Richter è un’eccellente pianista e dà lezioni private a casa dei ricchissimi Mazzarini, la cui figlia Elena (Ornella Muti), contrariamente a quanto sperato da Carla, ossia un matrimonio con il figlio, si innamora di Mattia che contraccambia e lascia la sua amante. Carla non sopporta né il fallimento dei suoi sogni, né il tradimento e tenterà ogni strada per vendicarsi e riconquistare il giovane amante.

C’è nei protagonisti del film la tendenza ad astrarsi da ciò che rappresentano: una sorta di emancipazione esistenziale che si manifesta attraverso il desiderio di vivere al di sopra delle proprie possibilità. È l’embrione di quel culto dell’apparenza che, nel 1978, è ormai alle porte e che qui si presenta attraverso il rifiuto del proprio ruolo sociale da un lato e nel conformismo borghese dall’altro. Carla Richter è una donna che rinnega se stessa, e che attraverso la figura del figlio Renato condivide un’esistenza ambigua fatta di giovanilismo da fotoromanzo e di rapporti familiari al limite dell’incesto. Quando il giovane Mattia Morandi si rivolge a Renato per ringraziare la madre dei regali ricevuti, il figlio di Carla lo riprende dicendogli: «Tua madre? Per carità, chiamala Carla; dice che madre è una parola da vecchia e anche mamma non è che le piaccia, anzi ancora meno!». Viceversa il borghese Riccardo Mazzarini redarguisce i figli che osano contraddire il suo pensiero in merito alle professioni artistiche, rivolgendosi così alla moglie: «I giovani sono sempre d’accordo tra loro, era così anche ai miei tempi, lascia pure che giochino a fare i ribelli…», affermazione questa che è anche una velata minaccia e che suona come un richiamo (implicito?) all’attualità più urgente del ’68 prima e del ’77 poi.

Quello dei Richter e dei Mazzarini, pur essendo un modo d’agire comparabile, viene da due mondi incompatibili che, loro malgrado si trovano a contatto tramite la giovane Elena, a cui Carla impartisce lezioni di pianoforte. C’è una scena che mostra l’incongruenza dei rapporti di classe tra le due famiglie e che esplicita tutta l’insofferenza dei ricchi verso coloro che ambiscono ad esserlo (i Richter), ma che non ne hanno né la classe né le potenzialità. Il dialogo impossibile che la madre di Elena e Carla, animano attorno ad un vestito della giovane Mazzarini: oltre a non permettere a Carla di rispondere alle domande che lei le pone, la donna borghese manifesta tutto il disprezzo verso il vestito della figlia consigliato dalla signora Richter: «C’è qualcosa che non va; sì è carino… Ah! Ecco, non è elegante!».

Il malessere della Richter sfocia ben presto nell’imbarazzo di fronte, a quella che lei considera un’umiliazione gratuita, ed esplode nella cena successiva organizzata dalla donna per far conoscere Elena e Renato e combinare un possibile matrimonio. Alla cena, partecipa anche Mattia, che, oltre a svolgere il ruolo di terzo incomodo, diventa (in)volontariamente il fulcro della discussione facendo naufragare il piano di Carla, innamorandosi egli stesso della giovane Elena. Ogni personaggio quindi, agisce in funzione del potere che può esercitare sugli altri con sfrontatezza: il proprio interesse (arricchimento, ascensore sociale, benessere garantito…) è l’obiettivo, ma il mezzo per raggiungerlo è sempre ipocrita e vigliacco, perché è quello della menzogna e della delazione. In Ritratto di borghesia in nero, coesistono due tipologie di potere che vengono messe in relazione al fine di costruire un quadro “nero”, dove il vizio della borghesia è solo la superficie brillante che cattura lo spettatore, ma è nelle pieghe della narrazione e negli spazi angusti delle immagini (ben rappresentati dalla calli acquitrinose e dai vicoli immersi nella notte sempre inquadrati da dietro delle grate/prigione), che si annida il discorso “politico”.

L’esercizio del potere “alto”, cioè quello politico/autoritario è visto attraverso un fascismo che rimane sempre sullo sfondo: il comizio in Piazza San Marco visto in campo lungo, il fugace incontro con il potestà al Caffè Florian, la discesa verso l’imbarcadero con brevi accenni alla bellezza della Petacci. Scelta non casuale, perché permette al regista di focalizzare l’attenzione su un potere “basso” (che però è derivativo di quello “alto” sia nel metodo che nelle finalità), che agisce nel quotidiano e che abbraccia i sentimenti, i rapporti di classe e il facile arricchimento, come dimostrano all’unisono, sia l’ossequio e la riverenza con cui i Mazzarini salutano il passaggio del potestà, sia il rispetto languido che Carla offre alla cugina ricca e benestante. La scena del labirinto di siepi all’interno della villa dimostra proprio come le due donne non accettino la sconfitta, cosi che il gioco si trasforma ben presto in una sfida di affermazione del potere: l’oggetto del contendere è Mattia, che per entrambe le donne (Carla e Elena), rappresenta solo uno strumento per evadere dalla propria condizione sociale.

È proprio in virtù di questo che Carla cercherà di compromettere goffamente (attraverso un rapporto saffico) Elena al grido di: «Ma io ormai non ho più niente da perdere, ma lui non lo avrai nemmeno tu…e questo mi basta», mentre la stessa Elena in un raptus omicida ucciderà Carla sicura di essere poi protetta da quel potere che essa stessa rappresenta. Nel pre-finale Tonino Cervi costruisce figurativamente il suo “ritratto di borghesia in nero”, disponendo i protagonisti come personaggi di un quadro rinascimentale con il “nero” a dominare sullo sfondo. È la scena dell’interrogatorio di Elena: un totale su tre divani barocchi disposti a ferro di cavallo, illuminato da una luce spiovente e obliqua che fa risaltare il “gruppo di famiglia in un interno”, composto dai coniugi Mazzarini, i due figli Elena e Edoardo e il giovane Mattia Morandi opposti al solitario ispettore Fianchetti. Un piano fisso, cioè un quadro, che fossilizza in brevi istanti tutti gli elementi del potere “basso”, la famiglia borghese e intoccabile, il giovane arrivista e l’emissario della legge untuoso e corruttibile.

Il ritratto è questo, ed è anche quello che da il titolo al film, che non a caso si apre con un carrello su un quadro che mostra uomini e donne del popolo inginocchiati davanti al potente di turno. Il crimine così non solo è negato e occultato, ma la biunivoca ricattabilità delle parti garantisce ad entrambi la sicurezza del “silenzio” e diventa la pietra angolare su cui costruire e rafforzare la propria posizione di potere, come le successive panoramiche sugli invitati alle “scene da un matrimonio”, testimoniano attraverso la loro fissità. Il Quinto Stato è endemico alla società Italiana e la borghesia è il perno attorno a cui ruotano, nel bene e nel male, ogni scelta e ogni decisione necessarie per mantenere quei privilegi di “casta” che sembrano acquisiti per volere divino:

– «Come sta suo figlio?»
– «Bene grazie, si è appena laureato.»
– «Me lo mandi, me lo mandi…»

 

Fabrizio Fogliato

 

Le immagini a corredo della recensione sono tratte dal sito PORTRAIT MINIATURE – UNE COLLECTION FRANCAISE, A FRENCH COLLECTION.

Ritratto di borghesia in nero
Regia: Tonino Cervi
Sceneggiatura: Tonino Cervi, Cesare Frugoni con la collaborazione di Goffredo Parise da un novella di Peyrefitte (La maestra di pianoforte)
Fotografia: Armando Nannuzzi
Montaggio: Nino Baragli
Musica: Vince Tempera
Suono: Fernando Pescetelli
Costumi: Wayne Finkelman
Scene: Luigi Scaccianoce
Interpreti: Ornella Muti (Elena Mazzarini), Senta Berger (Carla Richter), Capucine (Amalia Mazzarini), Paolo Bonacelli (Riccardo Mazzarini), Eros Pagni (commissario di polizia), Maria Monti (Linda), Giancarlo Sbragia (Maffei, il gerarca), Christian Borromeo (Renato Richter), Stefano Patrizi (Mattia Morandi), Mattia Sbragia (Edoardo Mazzarini), Giuliana Calandra (insegnante al conservatorio), Antonio Cancellieri, Suzanne Crease-Bates, Raffaele Di Mario, Giancarlo Mariangeli, Giovanni Cainazzo
Produzione: Mars Film Produzione
Distribuzione: Cinema International Corporation
Censura: 71552 del 27-02-1978
Paese: Italia
Anno: 1978
Durata: 105′

 

 

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  • Marilena Spada

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