Andrzej Zulawski. Euroisterika (prima parte)

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Andrzej Zulawski
Euroisterika: l’insostenibile leggerezza della follia nella vecchia e nuova Europa
prima parte /\/\/\/\/ leggi la seconda parte

a cura di Fabrizio Fogliato

Il cinema di Andrzej Zulawski incrocia pericolosamente la follia soggettiva e la folle visione, perché il suo è un cinema asimmetrico in cui la patologia e la normalità sono entità indistinguibili. Il movimento inesausto della macchina da presa che nelle mani dell’autore polacco si fa prima protesi e poi fallo, contorce la visione, ammanta di erotismo ogni scarto della messa in scena, penetra l’emulsione fotosensibile della pellicola per partorire fantasmi, visioni e mostruosità dell’anima. Assistere ad un’opera del regista polacco è un’esperienza trascendente che coinvolge (e sconvolge) la mente e ipnotizza lo sguardo.

In Possession il regista mette tutto se stesso: «Un film cruciale, perfettamente egoista e personale. Un film complesso perché la possessione va molto lontano. E’ successo a me ed ho sentito il bisogno di filmarlo». (Michele Salimbeni, Il cinema di Andrzej Zulawski, RES edizioni 2002). In Szamanka, invece, mette tutto il dolore per la sua patria e riflette sui meccanismi cinematografici: «I film parlano della morale; il cinema è un niente pieno di significati» (ibidem). Possession (1980) e Szamanka (La sciamana, 1996) rappresentano gli esiti più distonici, fantasmagorici ed erotici del suo cinema. Sono due film che appaiono oltremodo significativi, nella sua sorprendente filmografia, se messi in relazione con il passaggio dell’Europa dal pre al post comunismo; due film “sacri e sacrilegi” al contempo, uniti dall’iconografia cristiana, che apre Possession e che in Szamanka prelude addirittura al film, visto che il manifesto originale (sempre censurato) mostra due corpi nudi che abbracciati formano una croce.

Entrambi sono film-corpo, o meglio film-macchina da presa-corpo, dove il movimento rutilante e instancabile delle riprese si fonde nel corpo delle attrici protagoniste: Isabelle Adjani è Anna in Possession, Iwona Petri è “l’Italiana” in Szamanka. «Con l’apparizione dello sguardo d’altri, ho la rivelazione del mio essere-oggetto, cioè della mia trascendenza come trascesa», così definisce Jean-Paul Sartre “la terza dimensione ontologica del corpo”, come la trasposizione dell’essere-corpo intesa come manifestazione dell’ “interno” più intimo. Zulawski pretende dalle sue attrici, molto, e forse troppo come confessa Isabelle Adjani: «Devo alla mistica di Andrzej Zulawski di avermi rivelato delle cose che vorrei non aver mai scoperto… Possession era un film che non si poteva fare e quello che ho fatto in quel film, anche quello non si poteva fare (…) Malgrado tutti i premi, tutti gli onori che mi sono stati conferiti, mai più un trauma di quel genere, neppure… in un incubo…» (allocine.fr). Il regista polacco, traduce letteralmente questo concetto, in una visione-limite capace di coniugare le emozioni (e le perversioni) più profonde e irraccontabili con i liquidi organici che provengono dall’ “interno” del corpo (saliva, sperma, sangue…).

La dimensione folle in cui sono immersi i due film è appunto solo una dimensione: perché è nella purezza della malattia che esiste la trasparenza dell’anima e la sincerità dello sguardo. Ma la follia per Zulawski è uno stato di estasi, di perfezione e mirabilia assoluta; un luogo dell’anima e della psiche in cui il paradisiaco si confonde con l’infernale (e viceversa) e in cui l’animalità dell’essere umano penetra ogni ipocrisia e si manifesta in tutta la sua forza dirompente e in tutta la sua purezza. In entrambe i film la follia delle attrici diventa, (è), metonimia di quella del regista. Possession prende le mosse dalla contrapposizione manichea tra Bene (anima) e Male (materia) e affida alla donna il ruolo negativo, riproducendo le dinamiche della stessa religione di Mani. Quello di Zulawski è cinema della materia e della visionarietà ad essa applicata. La metropolitana di Berlino Ovest diventa un budello oscuro, silenzioso e minaccioso, umido e bagnato di latte, umori corporei e sangue, in una scena che è sintesi della poetica dell’eccesso del regista. «L’unica cosa in comune a tutte le donne sono le mestruazioni» sbotta Anna nella cucina durante il conflitto con Marc, e il sangue, il suo spargimento e la sua espulsione dal corpo durante l’orgasmo-parto nel tunnel (utero) del metrò, porta via con sé il dolore e l’ “io cattivo”.

Szamanka ripercorre l’esperienza del regista e i suoi numerosi viaggi ad Haiti (qui, incontra anche Jerzy Grotowski), dove osserva le pratiche sciamaniche dei loa petro, seguaci di una religione di possessione. In Szamanka, la possessione, sia quella virulenta e “virile” della macchina da presa che quella fisica che Michal sperimenta su “l’italiana” e che sterilmente la donna tenta di ricambiare mentre stringe nelle mani lo sperma dell’amplesso precedente, è sempre un atto, al contempo, sacro e di dannazione. «Esisto solo dentro di te» sussurra Michal all’orecchio della giovane; «Esiste», replica “l’italiana” all’amante occasionale che le chiede perché non può lasciare Michal; i loro corpi, quindi, sono posseduti da se stessi e la presenza dell’altro è, in entrambe i casi, ineluttabile. Il sesso è una componente, mistica e compulsiva, della possessione, fatta di spasmi violenti, di corpi tesi all’inverosimile, di nervi logorati e sul punto di strapparsi, di comportamenti epilettici e isterici. La nudità è una necessità, i vestiti sono un inutile ingombro e una barriera che si frappone alla ferocia dell’amplesso “malvagio e diabolico”. Il possesso è totale, è nutrimento, è vita, e si spinge fino nelle tenebre oscure e malsane dell’antropofagia, con la giovane studentessa di meccanica che mangia (con il cucchiaio) il cervello del valente antropologo dopo averlo ucciso (e quindi nel momento in cui non “esiste” più).

In entrambe i film gli spazi di sviluppo della storia sono un appartamento e una città (Berlino in Possession, Varsavia in Szamanka). Spazi astratti che diventano rappresentazione scenica della complessità cerebrale attraverso le corse della macchina da presa nei corridoi e nelle stanze vuote e fatiscenti, alcove di desideri inconfessabili e di insane passioni. L’appartamento color bile di Possession, spoglio, disadorno e fatiscente, è il luogo in cui Anna genera e nutre il “mostruoso” che è in lei; uno spazio psichico in cui prende forma la deformazione e la forza dirompente, e destrutturante, del desiderio femminile. Un mostro tentacolare (e pluri-fallico) che si nutre di carne e sangue offerti dalla donna, dopo che ella stessa le ha dato vita per partenogenesi e a cui nuovamente lei si donerà anima e corpo. L’amplesso con il mostro, altro non è, quindi, che l’amplesso con la follia e con la forza (e forma) inconoscibile ed inquietante dell’orgasmo femminile.

Zulawski non arretra, ma, anzi, si spinge nei territori, scivolosi e disturbanti, dell’isteria, traducendola come forza normalizzatrice e liberatrice, perché l’amplesso con l’”altro” è al contempo un gesto d’amore fisico e un aborto psicologico. La possessione e la relativa deiezione del “mostro” dal corpo di Anna rappresentano la necessità, folle secondo l’ordine costituito, (naturale secondo le dinamiche del Caos care al regista polacco), da parte della donna di esercitare il controllo sulla propria vita. Da qui Possession allarga la sua sfera d’azione è diventa rappresentazione della disgregazione familiare, dell’alienazione dell’uomo moderno soffocato dal contesto urbano fino ad associare la distruzione totale di una guerra nucleare con la ricerca di Dio («Dio è in me» dice Anna nel film). Dopo non rimane altro tempo se non quello per il sacrificio agito e condiviso con Marc: lo sparo che penetra i corpi, nel finale in cima alle scale, è rappresentazione dell’amore/odio che governa il mondo, uno stupro, violento e definitivo, che non genera né speranza né futuro ma solo caos e distruzione. Se muore la coppia muore anche il mondo.

Allo stesso tempo in Szamanka è chiara l’urgenza (dicotoma a Possession) di raccontare una “ri-nascita” (dal comunismo? dall’orrore dell’esistenza?) che inizia dalla fine di tutto: una notte eterna, un’esplosione atomica, il bagno di sangue che dà origine ad una “nuova” vita. Il mezzo è la macchina da presa, che nelle mani di Zulawski diventa un bisturi per incidere sulla carne viva e palpitante dell’esistenza. I carrelli, frenetici ed elicoidali che percorrono Possession, sviscerano brutalmente l’intimo (sia fisico che psicologico) di Anna, mentre in Szamanka, Zulawski usa per la prima volta la steady-cam: uno strumento che nelle sue mani restituisce allo spettatore una “folle visione” ipnotica e ondivaga: penetra il mondo, circuisce gli oggetti, violenta, soffoca e brutalizza i corpi, diventando essa stessa personaggio tentacolare e “mostruoso” che, come un occhio alieno descrive le bruttezze e il degrado del mondo.

La tecnica in Szamanka non è mai fine a se stessa, ma è finalizzata a sviscerare, svelare, violentare la realtà. Il profluvio di carrelli intrecciati ad un utilizzo “panico” della steady-cam determina uno stato cinetico permanente che ben si coniuga con l’isteria della messa in scena. In questo moto perpetuo, orchestrato sempre tra alto e basso (mediante l’utilizzo contrappuntante delle scale) si aprono improvvisi squarci di fissità in cui esplodono primi piani violenti e conturbanti di volti lacerati dal dolore, madidi di sudore, imbrattati di saliva e di sperma. In Szamanka c’è posto per tutto e per il contrario di tutto, e persino un semplice bacio deve essere “profanato” con la donna che sputa la sua saliva sulla bocca dell’uomo (accogliendo il suo invito) per poi leccarla avidamente, perché nella follia degenerativa della possessione l’essere umano è ridotto al suo stato primordiale di “bestia” indemoniata che agisce tramite comportamenti animaleschi, sempre compulsivi e feroci. Il Male è nel mondo e dentro l’essere umano, ed è inestirpabile; Zulawski, lo dimostra, anche rifacendosi a San Paolo, perché compatisce i suoi “mostri”, ma prova ribrezzo per la follia intesa come abbandono alla tentazione del Male. (Continua)

Fabrizio Fogliato

 

 

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Possession
regia: Andrzej Zulawski
sceneggiatura: Andrzej Zulawski, Frederic Tuten
fotografia: Bruno Nuytten
montaggio: Marie-Sophie Dubus e Suzanne Lang-Willar
musiche: Andrzej Korzynski
scenografia: Holger Gross
costumi: Ingrid Zoré
produttore: Marie-Laure Reyre
interpreti: Isabelle Adjani (Anna/Helen), Sam Neill (Mark), Margit Carstensen (Margit Gluckmeister), Heinz Bennent (Heinrich), Johanna Hofer (madre di Heinrich), Carl Duering (Detective), Shaun Lawton (Zimmermann)
casa di produzione: Gaumont
paese: Francia, Germania Ovest
anno: 1981
durata: 127′

 

 

Szamanka (La sciamana)
regia: Andrzej Zulawski
sceneggiatura: Manuela Gretkowska
fotografia: Andrzej Jaroszewicz
montaggio: Wanda Zeman
musiche: Andrzej Korzynski
interpreti: Boguslaw Linda (Michal), Iwona Petry (L’italiana), Piotr Machalica (Padre di Anna), Agnieszka Wagner (Anna), Pawel Burczyk (Marcin), Tomasz Piernasz-Strus (Padre dell’Italiana), Piotr Wawrzynczak (Il prete)
case di produzione: Alhena Films, Canal+ Polska
paese: Polonia, Francia, Svizzera
anno: 1996
durata: 110′

Andrzej Żuławski | Filmografia

1971 – La terza parte della notte (Trzecia czesc nocy)
1972 – Diabel (Il diavolo)
1975 – L’important c’est d’aimer (L’importante è amare)
1976/88 – Na srebnym globie (Sul globo d’argento)
1981 – Possession
1984 – La femme publique
1985 – Amour braque – Amore balordo (L’Amour braque)
1987 – Na srebrnym globie (Sul globo d’argento)
1989 – Mes nuits sont plus belles que vos jours (Le mie notti sono più belle dei vostri giorni)
1989 – Boris Godunov
1991 – La Note bleue (La nota blu)
1996 – Szamanka (La sciamana)
2000 – La Fidélité

 

 

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