Diaz > Daniele Vicari

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+

Diaz
regia di Daniele Vicari (Italia-Francia-Romania/2012)
recensione a cura di Michele Salvezza


Diaz è un film da denuncia. Diaz è un film mediocre.
Godard diceva che andrebbero fatti film in modo politico e non film che parlano di politica.
Diaz è un film correo. Un film che mostra ciò che fa più senso ma che non ha nessun senso tanto quanto pagare per vedere violenza gratuita.
Diaz è un film catartico per molti. Placa i senso di colpa degli anarcoidi della domenica, di quei ragazzotti che sfoggiano lo stesso taglio di capelli che Giovanni Lindo Ferretti sfoggiava il 20 maggio del 1990 nel video di Annarella.

« Lasciami qui
Lasciami stare
Lasciami così »

Diaz avrebbe richiesto una motivazione forte, imprescindibile.
Diaz non è un film di denuncia. L’unica parte che si potrebbe definire tale è quella dove appaiono le didascalie circa l’esito dei vari processi. Per il resto si assiste ad un goffo tentativo di mischiare finzione e realtà in maniera confusa e decisamente poco efficace, in modo che la prima venga sostenuta e giustificata dalla seconda e così ogni superficialità viene sdoganata dal timbro “tratto da gli atti del processo”. Vano risulta il tentativo di reiterare l’espediente narrativo di Elephant (*). La similitudine tra i due film si ferma alla presenza di un episodio di violenza estrema e di grande risonanza mediatica che elimina alla base il fattore sorpresa e impone una grande maestria nella costruzione di un crescendo che porti alla sua manifestazione. Vicari fallisce miseramente. Il film non ha alcun guizzo, scorre lentamente alternando storie e personaggi totalmente privi d’interesse. Irritante risulta la ragazza clown con la chitarra, una caricatura che sarebbe risultata fuori luogo persino a Woodstock nel 1969. Appare inutile la sbandierata aderenza tra i fatti narrati e gli atti del processo depurati dai nomi e dalle cariche dei colpevoli, il Cinema non è la realtà e quando si pone come scopo la sua meccanica riproduzione, fallisce in maniera totale.
Tutto ciò che c’era da denunciare era stato già denunciato nei tanti documentari realizzati sul G8 di Genova. Anche la televisione si è spesa in tal senso e la puntata de La Storia siamo noi appare di gran lunga più efficace rispetto a Diaz e Youtube ne garantisce una diffusione e una permanenza in rete di gran lunga superiore a quella di un film, figuriamoci a quella di un brutto film.

Il Cinema deve avere uno scopo diverso, mostrare l’osceno (o-skenè cioè fuori di scena), palesare ciò che normalmente anima i nostri incubi peggiori e quelli inconfessabili attraverso tutti gli strumenti che il Cinema offre. Diaz avrebbe dovuto manifestare la vera violenza consumatasi, quella che non lascia lividi visibili, la violenza di provare sulla propria pelle l’unica anarchia realizzabile, quella del potere, che opera attraverso chi viene pagato per tutelarti e invece ti massacra.

Ma non lo si fa mettendo in scena una irruzione finta con poliziotti finti, manganelli finti, manifestanti finti e sangue finto, ne si denuncia qualcosa o si offre un servizio alla comunità, per quanto, chi scrive, ritenga che non sia questo il compito del Cinema e comunque non crede fosse questo lo scopo del film. I personaggi sono costruiti in modo elementare, il giornalista Elio Germano ricorda il compianto Giancarlo Siani con tanto di maglioncino e occhialini da intellettuale. L’onnipresente Santamaria è il poliziotto buono, tanto buono che viene voglia di prenderlo a morsi. Il gruppetto dei black bloc sembra uscito da un servizio di Studio Aperto con tanto di musica malinconica quando girano per la finta Diaz devastata.

Diaz è un film innocuo e la totale assenza di reazioni lo testimonia. Non fa male a nessuno, Diaz.
Ha solo un effetto placebo.

Diaz è soprattutto un film per chi a Genova non c’è stato, per i rivoluzionari della domenica, per quelli che giocano a fare gli alternativi sui social network. Una sorta di catarsi che restituisce spettatori in lacrime o sconvolti per quelle manganellate e quel sangue finti, che però hanno il merito di ripulire le loro coscienze.

Diaz non graffia. È un colpo dato con una di quelle clave di plastica che a contatto con un corpo si limitano ad emettere un buffo suono. Il vero punto debole del film non è il fatto di omettere nomi e cognomi, nessuno desidera liste di proscrizione sul grande schermo, ma fallisce perché non riesce a creare alcuna tensione a livello narrativo. L’espediente della bottiglietta è ridicolo come idea e ancor più come realizzazione, palesemente dozzinale. Risultavano molto più credibili le bottiglie di zucchero che si frantumavano, a iosa, nei film di Bud Spencer.

L’unica cosa che denuncia Diaz è l’indolenza e l’inefficacia del Cinema italiano.

 

Michele Salvezza

 

Diaz (Diaz: Don’t Clean Up This Blood)
Regia, soggetto: Daniele Vicari
Sceneggiatura: Daniele Vicari, Laura Paolucci
Collaborazione alla sceneggiatura: Alessandro Bandinelli, Emanuele Scaringi
Fotografia: Gherardo Gossi
Montaggio: Benni Atria
Musiche: Teho Teardo
Suono: Remo Ugolinelli, Alessandro Palmerini
Costumi: Francesca Vecchi, Roberta Vecchi
Scenografia: Marta Maffucci
Casting: Laura Muccino, Gabriella Giannattasio
Aiuto regista: Luigi Spoletini
Produttori: Domenico Procacci, Bobby Paunescu, Jean Labadie
Organizzatore generale: Gianluca Leurini
Amministratore: Claudio Zampetti
Supervisione alla produzione: Valeria Licurgo
Produttore delegato: Laura Paolucci
Interpreti: Elio Germano (Luca Gualtieri), Claudio Santamaria (Max Flamini), Jennifer Ulrich (Alma Koch), Davide Iacopini (Marco), Ralph Amoussou (Etienne), Fabrizio Rongione (Nick Janssen), Renato Scarpa (Anselmo Vitali), Mattia Sbragia (Armando Carnera), Antonio Gerardi (Achille Faleri), Paolo Calabresi (Francesco Scaroni), Alessandro Roja (Marco Cerone), Francesco Acquaroli (Vinicio Meconi), Eva Cambiale (Donata Stranieri), Rolando Ravello (Rodolfo Serpieri), Monica Birladeanu (Constantine Giornal), Ignazio Oliva (Cecile), Aylin Prandi (Maria), Emilie De Preissac (Cecile), Camilla Semino (Franci), Michela Bara (Karin), Sarah Marecek (Inga), Lilith Stanghenberg (Bea), Christian Blumel (Ralph), Christoph Letkowski (Rudy), Esther Ortega (Ines), Pietro Ragusa (Aaron), Jerry Mastrodomenico (Sesto Vivaldi)
Paese: Italia, Francia, Romania
Anno: 2012
Durata: 120′

 

 

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+
  • Giovanni

    D’accordissimo sul vostro commento. Quello che andava messo in evidenza è il ruolo della polizia e dei suoi dirigenti, che tuttora resta IL PUNTO critico. Ed è ben evidente dal fatto dhe dopo 11 anni nulla è cambiato…insomma di documentari in giro ce n’erano già tanti e fatti molto meglio, partorire questo dopo 11 anni lascia con l’amaro in bocca. Un saluto!

  • [06/03/2012 16:12:38] MXXXXXX VXXXXXXXX: l’unica scena che mi pare abbia un anima è quella del barbiere
    [06/03/2012 16:13:05] Michele: io non credo nei giudizi estremi, ne in quelli positivi ne in quelli negativi, probabilmente la verità sta nel mezzo.

    Così parlò Zarathustra (in merito a come calzava il proprio completino)

  • paolo pilone

    Sono purtroppo daccordo con te, mi sento un po meno solo sul giudizio espresso nei giorni successivi parlandone con amici.