Milk > Gus Van Sant

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Girare un biopic non deve essere semplice, in quanto un regista si vede costretto a decidere se “seguire” un percorso che restituisca l’ambientazione di una storia, il senso di un’epoca e il ritmo degli eventi occorsi al Personaggio, oppure se trasformare questo personaggio in un Coup de dés (1), in un simbolo da decifrare, una formazione del Caso, un gigante che ci trascina in un gorgo di eventi in cui sintagmi ben strutturati s’intrecciano al bisogno (forse romantico?) di provare emozioni. Emozioni, non conferme ai propri bisogni. Inoltre, anche se ho sentito in tv (ma perché mi ostino a guardarla?) che “oggi non fa più scandalo parlare dei gay” (ma cosa vuol dire “fare scandalo”?), ritengo al contrario che la questione sia purtroppo ancora da definire e da affrontare. Allora scegliere coraggiosamente una strada che tenga conto di tante esigenze (etica, politica, estetica) non è semplice e scontato. La “fluidità”, a cui Van Sant, ci aveva abituati in Elephant non appartiene a Milk, eppure Milk, nonostante sia un film apparentemente convenzionale rispetto a Gerry o Elephant, possiede un fascino particolare alimentato da un altro modus operandi. Saranno state esigenze di budget (ma per me non è stato semplice trovare una sala e quando l’ho trovata ricordava più un salone da carte di una casa del popolo che un cinema) (2), sarà stato l’argomento trattato oppure saranno state altre scelte di Van Sant per me imperscrutabili, fatto sta che il film è differente dagli ultimi suoi lavori. Ma questo non è e non deve essere considerato un limite, perché Milk protende verso la formazione di segni che definirei eutimici (3), il che non è poco se si riflette
sulla resistenza degli obsoleti luoghi comuni che entrano in gioco ogni qualvolta l’arte si confronta sul tema dell’omosessualità (4). In altri termini ritengo che l’utilizzo del materiale di “repertorio” (i filmati dei gay arrestati e le scene di una San Francisco di annata), l’uso del bianco e nero, le foto, i riflessi (specchi e fischietto) restituiscano un effetto reportage al plot, quasi un voler prendere le distanze dagli eventi, volere affermare che oggi non è più possibile trattare la “storia del primo consigliere comunale gay americano” senza fare i conti con le immagini obsolete di un passato le cui ramificazioni continuano a impedire di uscire dall’impasse. E non è solo una questione culturale, anzi, proprio perché la cultura c’entra eccome, si tratta di affondare la lama nel modo in cui si presenta l’immagine di questo mondo. Pertanto il dramma non scaturisce tanto dallo sviluppo dell’intreccio (d’altronde lo Spannung in questo caso potrebbe coincidere con il tragico epilogo), quanto dal procedimento stesso. Ossia forzare il segno per affermare che non ci troviamo davanti al primo gay che.. al primo nero che… alla prima donna che…, ma che ci troviamo davanti al primo essere umano che ha messo in discussione una obsoleta prospettiva etico-religiosa, semplicemente mostrando alla comunità l’assenza di un punto di vista privilegiato. Quindi il segno “normalizzato” (ossia quello che ci hanno indicato come “giusto” e “opportuno”) lascia il posto al segno eutimico (nel senso di segno che mostra naturalezza e serenità), al segno in cui materiali (discorso, sequenze, filmico, ecc.) e storia si protendono oltre il luogo comune per evidenziare la necessità di un altro punto di vista. Allora la visione deve partire da un semplice concetto: Milk non è solo la storia del primo omosessuale che… ecc. ecc., ma è soprattutto lo sguardo su un certo tipo di orientamento sessuale, una tra le numerose componentidella sessualità. Sguardo sui diritti negati per un’attrazione affettiva e sessuale che non corrisponde alla “norma”, visione di un mondo strutturato diversamente, ma valido e naturale tanto quanto gli altri mondi, ma soprattutto percorso di conoscenza all’interno delle strutture etico-politicoaffettive di una comunità in cui i gesti, i sentimenti, i problemi e le disgrazie sono componenti essenziali della vita, perché non vi sono etichette prestampate da attaccare sui corpi (i gesti di Harvey Milk e dei suoi amici non sono gesti gay o troppo affettati o troppo calcati ma sono gesti come altri, né migliori, né peggiori di altri gesti di altre persone di altre culture). Concludendo Van Sant ha badato soprattutto a introdurci la cultura di un altro tipo di orientamento sessuale per conoscere non tanto la biografia e gli eventi di un grande uomo (eventi già conosciuti) quanto per conoscere un altro valido fondamentale aspetto dell’umanità, lasciandomi nel cuore una commozione così forte che non ho potuto esimermi dal pensare: “anch’io sono un nero, sono un paria, sono un gay”.

Luciano Orlandini

Note:

(1) Un coup de dés è un poemetto del 1897 di Stéphane Mallarmé.
(2) Ho visto Milk in un cinema con tre sale. Ovviamente proiettato nella sala 3, la più piccola, suppongo ricavata da una superficie pari a un terzo di quella che una volta era stata una galleria. Evidentemente vedere due uomini che si baciano infastidisce chi non ha ancora risolto i propri problemi. Mi spiace per queste persone che non riescono a crescere.
(3) (Cfr. “Wikipedia). “L’eutimia è uno stato d’animo di serenità o superiorità che consiste nel sopportare i dolori fisici e morali[…]”
(4) Nel citare il termine omosessualità o gay sono entrato purtroppo nel luogo comune e questo è testimonianza dei miei limiti culturali.

Milk
Regia: Gus Van Sant; Sceneggiatura: Dustin Lance Black; Fotografia: Harris Savides; Montaggio: Elliot Graham; Musiche originali: Danny Elfman; Interpreti: Sean Penn (Harvey Milk), Emile Hirsch (Cleve Jones), Josh Brolin (Dan White), Diego Luna (Jack Lira), James Franco (Scott Smith), Alison Pill (Anne Kronenberg), Victor Garber (Sindaco George Moscone), Denis O’Hare (Sen. John Briggs), Joseph Cross (Dick Pabich); Produzione: Focus Features, Axon Films, Groundswell Productions, Jinks/Cohen Company, Sessions Payroll Management; Distribuzione italiana: Bim; Origine: USA; Anno: 2008; Durata: 128’.

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