Bambi > David Dodd Hand, James Algar, Bill Roberts, Norman Wright, Sam Armstrong, Paul Satterfield, Graham Heid

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Settanta anni di Bambi, distribuito nelle sale americane a partire dal 13 agosto 1942. Più di un classico: è il film che terrorizzò il piccolo Quentin Tarantino e quello su cui, adulto, pianse il rude Enzo de La bocca del lupo, fiaba moderna di Pietro Marcello, immessa nella trasfigurazione di un paesaggio esteriore e interiore. La lezione di vita animata e animale disneyana ci riporta invece alla foresta: l’ architettura naturale, a detta di Chateaubriand. Anche (soprattutto) dell’anima. E’ tra i fogliami che ci si ritrova, come Biancaneve o Edipo. Meglio se perdendosi. Luogo dell’apocalypse now, del bildungsroman, da Propp a Boorman, a Coppola. E a Disney, che usa anche altre faune e altre flore. Ponti, balene, arcobaleni oltre i quali si ri-nasce, si diventa quel che si è, almeno fino al prossimo passaggio d’identità.

Bambi apre con una panoramica sinistra-destra sulla foresta dark, poca luce, molta indeterminatezza, alle prime ore del mattino. S’impenna col gufo svolazzante, sale in alto con lui verso un sonno ristoratore, illumina e definisce il quadro. Riassume il senso del film, tra il sonno e la veglia, dal buio alla luce, dal basso verso l’alto. «Wake up!» è la prima delle pochissime battute, mentre una delle ultime, risolutrici, è «Get up!» che arriva dopo strepiti, fiamme e distruzione. «You must get up, Bambi!»: sembra il «Look up, Annah!» di Chaplin nel finale de Il grande dittatore, dopo l’apocalisse del discorso (e Up!, oltre al titolo del cartoon Pixar, fuga dalla realtà nazi, è pure il titolo di uno straordinario film di Russ Meyer sulla scatola cinese nazista che è in noi).

Anche qui, nel finale, si moltiplica il numero dei Bambi, dei principi della foresta, si capisce il senso delle cose dentro le cose. E si ri-sale in alto. «It won’t last forever». Non durerà a lungo: l’inverno, la minaccia fantasma. Tutta invisibile e fuoricampo, quindi più visibile e in campo negli spazi aperti. In quel prato, luogo delle meraviglie, dice la mamma del cerbiatto, dove però non ci sono luoghi in cui nascondersi e bisogna rallentare il passo. O dentro quell’inverno stilizzato e anche un po’ arty dove il bosco è spoglio come un lager.

Come tutti i classici disneyani, anche Bambi ha le stimmate dell’epoca di realizzazione, e che epoca quella tra il 1936 (ideazione) e il 1942 (uscita)! Anche il precedente Fantasia andava dal buio alla luce, dal diavolo che invadeva il villaggio (Una notte sul monte Calvo) alla processione trionfante di entità luminose non meglio definite (Ave Maria). Il mix impossibile Mussorgskij/Schubert evocava utopie possibili. La fine del nazismo, la riscossa delle vittime (Dumbo, Il brutto anatroccolo), il succitato «up!». Rinascere vergini, come in Koji Wakamatsu. La canzone dei titoli avverte: «Se la speranza muore, / la musica d’amore sorge puntuale come il sole». Dopo il temporale, la luce è la più pastello e disneyana possibile. Il «beautiful sound» delle gocce di pioggia sono un segno di scioglimento puro, di de-condensazione dell’anima. Il ruscello che riaccende l’universo, capace di riavviare le cose. Come il bosco di Birnam che a Dunsinane elimina il dittatore Macbeth.

Disney immette questi concetti in un più ampio ciclo primavera, estate, autunno, inverno e ancora primavera, leit motiv dell’esistenza, delle fiabe e del palco osseo del cervo che muore e rinasce. Mostra l’iniziazione alla vita di un Bambi(no), la fase dello specchio lacaniana in uno stagno dove il cerbiatto percepisce l’altro/a da sé Faline/Occhidolci, dopo che il rospo ha gracchiato un indicativissimo e a doppio senso «watch out!». Poi, la rivelazione della morte. E del sesso «squinternante», condiviso con i coetanei Thumper e Flower, un coniglio e una puzzola. Un omaggio riverente all’autore del racconto Bambi, ein Leben im Walde, Felix Salten. Responsabile pure di un infiammante testo pedo-erotico (Josephine Mutzenbacher) che diventerà, sugli schermi germanici, a firma dei geniali porno-registi Hans Billian e Gunter Otto, un’irresistibile saga hard di gioioso eros adulto austro-ungarico.

In questo ciclo tanto armonico, comprendente la fase matura (da cerbiatto a cervo), la ri-produzione, il cambio generazionale, qualcosa non quadra. «Man was in the forest». L’uomo non è un uomo nel film (per questo il cartone resta il meno antropomorfico di tutti i Disney). E’ uno sparo, una foresta che brucia, una caterva di bombe non intelligenti. E’ un cane rabbioso. La muta di kapò che aggredisce e violenta la natura. E’ un uomo invisibile. Il totalitarismo annulla l’ identità dei singoli facendola deflagare nella massa che si inginocchia davanti al Capo nella piazza santa.

Ma Bambi ristabilisce le giuste proporzioni. Sull’altura spicca il principe della foresta, il Grande Cervo saggio, la testa pensante. Cervo, cervello: un dio, come nei canti orfici. Ma saggio è pure il gufo che scambia il giorno con la notte, che relativizza i concetti e capovolge il punto di vista. E’ lui a vedere nell’oscurità, ad abbandonarsi ai sogni quando gli altri dormono, a stare sempre «up!», ad andare oltre le apparenze. E saggio si rivela il coniglio Thumper (Tippete, nella versione italiana), sempre contro quel che dice papà (e anche mammà, che glielo rimprovera sempre), cercando da solo la propria luccicanza («I’m seekin’ that glow…»). Non sa nascondere le proprie azioni/emozioni: le rivela battendo la zampa come un telegrafo.

Bambi fa di una puzzola un Fiore e spalanca i propri occhi di cerbiatto sull’erba appena spuntata, sul nuovo lucente che è sempre memoria di un passato. Come in un’epifania pasoliniana, ci dice che ogni bimbo che nasce sulla terra è un principe, un sovrano di se stesso. E’ nel passo incerto e traballante, non certo nell’arrogante pretesa di superiorità, nell’umiliante delega a qualcun altro, che risiede il suo splendore.

Leonardo Persia

Bambi
(USA/1942)
Regia: David Dodd Hand, James Algar, Bill Roberts, Norman Wright, Sam Armstrong, Paul Satterfield, Graham Heid
Soggetto: Felix Salten
Sceneggiatura: Perce Pearce, Larry Morey, George Stallings, Melvin Shaw, Carl Fallberg, Chuck Couch, Ralph Wright
Direzione artistica: Tom Codrick, Robert C. Cormack, Al Zinnen, McLaren Stewart, Lloyd Harting, David Hilberman, John Hubley, Dick Kelsey
Animazione: Frank Thomas, Milt Kahl, Eric Larson, Ollie Johnston, Marc Davis, Preston Blair, Bill Justice, Jack Bradbury, Don Lusk, Bernard Garbutt, Retta Scott, Joshua Meador, Kenneth Hultgren, Phil Duncan, Kenneth O’Brien, George Rowley, Louis Schmitt, Art Palmer, Art Elliott
Musiche: Frank Churchill, Edward Plumb
Produzione: Walt Disney
Voci principali
Versione originale: John Sutherland (Bambi adulto), Donnie Dunagan (Bambi giovane), Paula Winslowe (Madre di Bambi), Fred Shields (Grande Principe della Foresta)
Doppiaggio italiano del 1948: Gianfranco Bellini (Bambi adulto), Luciano De Ambrosis (Bambi piccolo), Lydia Simoneschi (Madre di Bambi), Mario Besesti (Grande Principe della Foresta)
Doppiaggio italiano (riedizione del 1968): Roberto Chevalier (Bambi adulto), Loretta Goggi (Bambi piccolo), Fiorella Betti (Madre di Bambi), Giuseppe Rinaldi (Grande Principe della Foresta)
70′

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