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Amour di Michael Haneke è senz’altro uno dei migliori film usciti nel 2012, un’opera che ha messo d’accordo tutti, capace di incantare ad ogni visione. Dopo averne dato conto con una recensione, eccovi una panoramica della critica in lingua italiana su di un film che ti entra dentro, e non se ne va più.

 

 

Amour
regia, soggetto, sceneggiatura: Michael Haneke (Francia-Austria-Germania/2012)
con: Jean-Louis Trintignant (Georges), Emmanuelle Riva (Anne), William Shimell (Geoff), Isabelle Huppert (Eve), Rita Blanco, Laurent Capelluto

 

 

Una coppia perfetta per raccontare la storia semplice e straordinaria di un amore terminale. Straziante, crudele, dolcissimo. Come può essere una lunga agonia di chi se ne va e di chi gli tiene la mano. Amour e basta. […] Il corpo invalido esige un nuovo tipo d’amore. Capace di accudire, curare, ninnare. Il vecchio coniuge si fa madre, nutrice, infermiera. Ogni gesto richiede un’inedita fisicità, forse mai così intensa. Per alzarla dal letto o dalla sedia a rotelle bisogna tenerla stretta, abbracciata forte. Ma l’infermità costringe anche a intimità difficili, umiliazioni. Georges cerca di lenire la sofferenza come può, cullando la moglie con piccole canzoni, piccole storie. Quando il dolore si fa violento resta solo l’abbraccio finale, il cuscino sul viso di Anne addormentata, lui sopra a stringerlo finchè il corpo di lei trova pace. Eutanasia d’amore seguita subito dopo dal suicidio di lui, che saluta con una lettera la figlia, libera un piccione che si ostina a infilarsi in casa, sigilla le porte con il nastro adesivo e apre il gas. Finchè morte non vi separi non vale per tutti. Qualcuno sceglie di andarsene insieme.
• Giuseppina Manin, Corriere della Sera, 21 maggio 2012

 

Che cos’è l’amore? Qualcosa di bellissimo e di tremendo insieme, fonte di una felicità che può arrivare all’ebbrezza o di un dolore che spacca il cuore. […] Amour. Lo interpretano due mostri sacri della scena francese: Jean-Loouis Trintignant e Emmanuelle Riva, nei panni di Georges e Anne. Entrambi sulla ottantina, colti e benestanti (professori di musica classica), una figlia anche lei musicista, vivono in un grande e bell’appartamento parigino, condividendo le loro passioni e i loro ricordi, legati da quella complice tenerezza che arriva solo con la saggezza e con l’età. […] E questo l’amore dunque? Certamente questa è una delle forme in cui si manifesta: Georges e Anne ce li possiamo immaginarceli negli anni dalla loro giovinezza […] ma quando entrano in scena, sono due splendidi ottantenni ancora curiosi, attivi e partecipi della vita culturale. Poi Anne resta semiparalizzata […] e quando ha un secondo attacco, più grave, la presenza di Georges non basta più, bisogna ricorrere alle infermiere, all’assistenza a domicilio, nutrire e accudire l’anziana donna diventa ogni giorno più complicato e più difficile. Non per questo Georges smette di amarla, anzi. […] Ed ecco il punto: è proprio quando quell’amore immenso, che come abbiamo visto, Georges nutre per Anne, incontra la sua faccia uguale ed opposta, quella dell’immensa sofferenza, che Georges arriva a compiere quel gesto estremo, quell’arbitrio che forse, solo un cuore pieno di amore,può compiere: lo annulla nella morte. […] Mai, Haneke aveva osato spingersi così radicalmente nella descrizione della crudeltà: è davvero l’amore quello che mette in scena?
• Andrea Frambrosi, L’Eco di Bergamo, 21 maggio 2012

 

Amour è un film di Michael Haneke, quindi non è una passeggiata di salute. È un viaggio nell’attesa, oseremmo dire nella necessità della morte. Haneke ci dice come va a finire già nella prima inquadratura: I pompieri sfondano la porta di un appartamento parigino e trovano Emmanuelle Riva morta sul letto, composta in un abito giovanile e circondata dai fiori. […] A parte l’inizio, nel quale i due anziano coniugi assistono ad un concerto (sono entrambi pianisti classici in pensione), Haneke e i suoi personaggi non escono mai dall’appartamento e ricevono solo sporadiche visite: un ex-allievo, la figlia, un paio di infermiere e … un piccione che di tanto in tanto si infila in casa e non vuole più andare via. Forse è un messaggero della morte, ma non fa paura. […] Il dolore fisico e la malattia sono intoppi, che possono essere sconfitti solo morendo insieme. Haneke è un cineasta “sadico”. Lo pensiamo dai tempi di Funny Games. I suoi film sono strutturati come torture psicologiche. Anche Amour è così. Dobbiamo soffrire insieme con quei due magnifici attori, perché solo in questo modo potremo condividere il loro destino. […]
• Alberto Crespi, L’Unità, 21 aggio 2012

 

Michael Haneke mette in atto la sepoltura in Amour. Dove ormai anche la malattia diventa visione asettica, processo di progressivo logorio del corpo senza più nessuna possibilità di salvezza. Nell’inquadratura non c’è respiro, non filtra nulla e ciò è già evidente nel lungo dialogo a piano fisso tra padre e figlia dove l’uomo è ripreso di spalle o quello della madre sul letto. Non più gruppi ma ormai frammenti di famiglia in un interno, come nelle dinamiche madre-figlia di Il pianista, da dove ritorna proprio l’oggetto-residuo del pianoforte. Ancora un esercizio di tortura del suo cinema, non diretta come in, ma più sottile e quindi anche per certi aspetti più inquietante. […] Le aperture iniziali di Amour (l’intimità dei due sull’autobus) vengono subito soffocate. Restano solo finestre dove il solo contatto è l’entrata di un piccione in casa. Poi entrano in gioco quelle sottili perfidie dove Haneke è sicuramente un maestro a mostrarle in cui il risentimento prende forma in maniera quasi naturale. Ma in questo cinema sulla malattia, non mostra mai di essere malato. Quindi i suoi segni di sofferenza, di dolore non li fa vedere perché non li ha. Restano solo gesti spogli, privati di qualunque carica di amore o di odio (o tutte e due le cose), come uno schiaffo, uno sputo. E una casa anche elegante che si barrica proprio come il cinema del cineasta austriaco, che apre una porta e poi ti chiude lì dentro senza più avere possibilità di uscire. Intanto il suo sguardo è già riuscito a spegnere Isabelle Huppert, al suo terzo film con lui dopo Il pianista e Il tempo dei lupi, sua marionetta ispiratrice che qui riesce a gettarla come normale volto nella folla tra il pubblico. Poi sembra esserci in atto un progressivo atto di eliminazione da parte sua del cinema francese che coinvolge tutte le generazioni, dalla Huppert stessa alla Binoche e ora Jean-Louis Trintignant ed Emmanuelle Riva. […] Avvertiamo altri grandi attori del cinema francese di non entrare in quella casa.
• Simone Emiliani, Sentieriselvaggi.it, 20 maggio 2012

 

Haneke racconta con il suo tipico occhio da entomologo dell’umanità. I momenti più umilianti (per le perdite di controllo della donna sul proprio corpo) si intrecciano alle prove più strazianti d’amore e di disponibilità (da parte dell’uomo). Haneke le film a senza compiacimento ma anche senza nascondere niente, ottenendo dai suoi due protagonisti un eccezionale prova di mimetismo interpretativo. Ogni tanto il mondo esterno cerca di “disturbare” la coppia, a partire da una figlia molto pratica e altrettanto anaffettiva, ma è sul legame tra i due che il regista si concentra. Fino ad arrivare ad una scelta finale (esplicita per lei, sospesa per lui) che non fa che aumentare lo strazio e la disperazione di un amore costretto a fare i conti con la propria impotenza. […]
• Paolo Mereghetti, Corriere della Sera, 21 maggio 2012

 

«È bella». «Che cosa?». «La vita. Una lunga vita…». Eutanasia di un amore: in quattro mura dove dorme già la morte, un sentimento che non si arrende all’oltraggio crudele della malattia. Là dove il supplizio di (non) vivere è il rigor mortis dell’esistenza che è stata. È un grande, ma grande davvero, film colmo di raggelata pietà e di intima perfezione (non solo stilistica). […] Completamente girato in interni, in una casa che è parte integrante della storia – protagonista silenziosa della stessa insieme alla coppia che la abita, Amour è una pellicola sulla terza età intima e molto vera che affronta con pudore temi angoscianti quali la progressiva perdita di sé e dell’altro nel trauma di un legame che si spezza, diventando irriconoscibile, contro la nostra volontà. Raccontato per lo più per piani sequenza a camera fissa, girato dal regista austriaco con l’abituale rigore e fermezza che non ammette il benché minimo eccesso (melo)drammatico, il film parte – benissimo- dalla fine:titoli di testa su schermo nero senza musica, poi un irruzione, una porta chiusa e l’odore, insopportabile, della morte. […] C’è l’offesa della vecchiaia e dei suoi mali, la difesa della dignità in una battaglia già persa in partenza, la voglia di non essere un peso, l’amore che diventa necessità, l’umiliazione del decadimento fisico e mentale, l’orrore di non poter fare nulla per cambiare il destino, la dipendenza, la dedizione, i limiti del libero arbitrio: ci sono tutte queste cose e molto altro ancora in un film tristissimo e straziante che Haneke costruisce sul niente, sottovoce, senza sbagliare un passo. […] Sequenze dilatate e severità oggettiva segnano la pellicola: che vive però anche di grandi trovate. […] Idee di un cinema che scava nel profondo, anche per coglierci impreparati: e dove anche un piccione può diventare un atto poetico. E uno schiaffo, improvviso e violento, un gesto, estremo, d’amore. […]
• Filiberto Molossi, Gazzetta di Parma, 21 maggio 2012

 

 

Nella casa degli ottantenni Anne e Georges entriamo come l’incipit di un pezzo di cronaca nera: avvertiti dal portiere che sente odore di gas, polizia e vigili del fuoco abbattono la porta di un appartamento e trovano due cadaveri, una coppia di anziani professori di pianoforte. La ricostruzione dei mesi di malattia di Anne, nell’assistenza disorientata, paziente, incerta, esperta, insofferente, disperata di Georges, è una selezione, a volte geniale e implacabile dei passaggi di una relazione matrimoniale aggredita dal termine naturale, inaccettabile e deludente, della vita, giorni, settimane, mesi, che ricondizionano i sentimenti e la quotidianità, mentre anche gli occhi dolci e assenti parlano, le infermiere sbagliano, dolore e solitudine sono sempre a due, e una figlia riesce a porre questioni ereditarie ad una madre quasi demente. La fine non può essere lieta. Ma neanche morbida. […]
• Silvio Danese, Il Giorno, 21 maggio 2012

 

Il momento più difficile della vita, che naturalmente è la fine, in un film che tiene fede per due ore filate al suo titolo: Amour. E senza effetti di stile, ma con un linguaggio sorvegliatissimo che esalta la prova magnifica dei protagonisti. Senza ricorrere a medici, letti di ospedale, flebo,cateteri e altri elementi ricattatori, immancabili nella pornografia del dolore oggi dilagante. Anzi, senza mai uscire dal vasto appartamento parigino in cui vivono gli anziani musicisti. Se non nel prologo, un concerto visto dal palco, unica concessione al mondo esterno insieme a qualche giornale, alle visite della figlia o di un ex-allievo diventato famoso concertista, e ad un piccione bizzarro che si ostina ad entrare dalla finestra. […] Haneke non è mai stato più delicato, anche se non fa sconti. Dal primo malore al ritorno a casa dopo l’operazione, al progressivo e inesorabile deteriorarsi della Riva fino al gesto estremo compiuto dal marito per risparmiarle le ultime sofferenze, sullo schermo ci sono solo loro, i loro ricordi, i loro sentimenti, quella casa piena delle cose di una vita: insomma i loro sentimenti ma senza mai un’ombra di sentimentalismo (persino la musica è usata con parsimonia ammirevole). Questione di sguardo, Haneke cogli bellezza e tenerezza nei momenti più imprevisti. […] concentra decenni di felicità coniugale in pone frasi, un campo lungo, un lampo di civetteria o ironia.
• Fabio Ferzetti, Il Messaggero, 21 maggio 2012

 

In una bella grande vecchia casa parigina piena di libri gli ottantenni Georges e Anne, insegnanti di musica in pensione, vivono le giornate armoniose di chi ha vissuto sempre insieme amandosi e capendosi, e che adesso serenamente invecchia tra concerti, letture e i lavori domestici equamente divisi. Ma Anne è colpita da un ictus, torna dall’ospedale in carrozzella, la parte sinistra del suo corpo paralizzata: Per la coppia la vita cambia. […] Georges affronta con l’amore di sempre la nuova quotidianità desolata della malattia di Anne, che assiste nelle azioni più intime e sgradevoli, allontanando le infermiere che lui sente disumane, accollandosi tutta l’assistenza con una specie di gelosia, tenendo lontana anche la figlia Eva come se il suo aiuto potesse essere inopportuno, si insinuasse in quella disperazione che adesso è il loro legame, che appartiene solo a loro due: è lui a cambiarla, ad accarezzarle le mani per confortarla a raccontarle storie… […] Ci vuole molto coraggio, e anche molta intelligenza, perchè due attori Jean-Louis Trintignant (81 anni) e Emmanuelle Riva (85 anni), in ottima salute accettino di interpretare gli orrori di una vecchiaia tragica, purtroppo non rara. […]
• Natalia Aspesi, La Repubblica, 21 maggio 2012

 

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