Not in Tel Aviv > Nony Geffen

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+

NOT IN TEL AVIV
regia di Nony Geffen (Israele/2012)

a cura Roberto Rippa
da Rapporto Confidenziale 36

 

Micha, insegnante ventinovenne, viene licenziato senza preavviso dall’istituto in cui lavora. La sua prima reazione è quella di rapire una sua giovane studentessa perché lo aiuti a mettersi in contatto con la ragazza che ama sin dai tempi del liceo. Aggiuntasi quest’ultima al duo, inizia un’avventura che avrà effetto sulle loro anime e sui loro cuori.

È un film fatto di contraddizioni, probabili echi della complessità del suo autore, quello di Nony Geffen: cita (il Godard di Bande à part ma pare occhieggiare a tratti anche Une femme est une femme) ma è sempre estremamente personale, è esilarante ma nel contempo profondamente drammatico e malinconico, è un’opera prima girata in tempi da record (dodici giorni) ma sempre formalmente ineccepibile, è selvaggia e irruente ma anche capace di grande delicatezza.
Not in Tel Aviv si apre con il colloquio che comunica al protagonista il suo licenziamento dalla scuola in cui insegna causa tagli nelle spese. La sua immediata reazione è quella di rapire una sua per nulla riluttante allieva perché favorisca un contatto con la ragazza, che curiosamente porta il nome Nony, di cui è innamorato dai tempi del liceo. La partenza è fulminante e darà la cadenza al resto del film, riflesso dell’urgenza espressiva del suo autore, autodidatta, qui al suo primo film.
Il ritmo serrato che Geffen impone alla storia scritta da lui in pochissimi giorni dopo essersi chiuso in una stanza – in privazione di cibo e sonno – non gli impedisce di attribuire particolare spessore ai suoi personaggi, che nel prosieguo si arricchiranno di ulteriori sfaccettature.
Infatti, dal rapimento, sarà tutto un precipitare di eventi che coinvolgeranno il quasi totalmente asessuato trio. Una serie di circostanze che è impossibile riportare ma di cui vale la pena citare almeno l’ultimo incontro del protagonista con la madre, l’esilarante incontro-scontro con un gruppo di femministe, la fuga dalla polizia che prima o poi – è evidentemente solo una questione di tempo – li fermerà. Nel frattempo, il terzetto dovrà trovare un equilibrio al suo interno mentre ogni suo singolo elemento troverà l’occasione per la ricerca di una vita più soddisfacente, almeno per un breve momento.

Tel Aviv come luogo non c’è, tanto che il film è girato addirittura altrove, per la precisione a Kiryat Tiv’on (anche perché il regista si dichiara stufo di film ambientati negli stessi luoghi della stessa città e forse anche della centralità cinematografica della stessa). C’è però Israele, più presenza subliminale che luogo vero e proprio. E soprattutto un senso dell’umorismo peculiare, cui Geffen aggiunge un per nulla scontato né mai facile gusto per il politicamente scorretto e la capacità di sorprendere.

Potrebbe il film prescindere dal suo regista, autore e attore protagonista? Sicuramente no, il personaggio principale pare assomigliargli molto, tanto da convincerlo a interpretarlo in quanto «sarebbe stato troppo complicato spiegarlo a un altro attore», come afferma lui stesso.
Misto di caparbia e tenacia, Geffen non ha mai studiato cinema, non potendoselo permettere, ma ha frequentato i set in vari ruoli (incluso quello di attore in cortometraggi e film di diploma, prima di debuttare, lo scorso anno, come protagonista di un lungometraggio: It’s Never Too Late di Ido Fluk), tartassando registi, direttori della fotografia e maestranze varie di quelle domande le cui risposte hanno costituito la sua vera e propria istruzione. Il risultato concreto di tanta ambizione e caparbietà è visibile in ogni scena del film.
Girato in digitale in soli dodici giorni e pochissimi soldi, con uno stupendo bianco e nero fotografato da Ziv Bercovich, il film d’esordio di Nony Geffen mette in luce un talento non comune nel maneggiare la complessa materia che tratta e una sensibilità rara nel mescolare commedia (con accenni di slapstick) e dramma mantenendo un equilibrio che non si spezza mai, suscitando risate di pancia e testa ma lasciando anche un retrogusto amaro.
È puro cinema punk, dallo spirito profondamente rivoluzionario e dal peculiare gusto per lo sberleffo, quello di Nony Geffen, che si concede qualsiasi libertà, narrativa e formale, pur non perdendo mai d’occhio il senso più profondo di ciò che narra e facendo sentire sempre la mano forte che permette ai vari elementi di non cannibalizzarsi a vicenda.

Se Nony Geffen stesso porta al suo personaggio profondità e ironia, le due protagoniste Yaara Pelzig (Policeman di Nadav Lapid) e Romi Aboulafia, gli sono degne compagne di avventura. A sottolineare le loro gesta e i loro stati d’animo, la perfetta colonna sonora di Uzi Ramirez, alias Uzi Feinerman, quotato nome della scena indie israeliana che ha scoperto l’amore per la musica folk americana nel corso di un temporaneo trasferimento con la sua famiglia negli Stati Uniti. È lui a fornire alla storia le musiche, mentre la sognante canzone che funge da tema per il film, Giant Heart, è opera di Rotem Bar Or, fondatore della band indie folk The Angelcy, che la canta con Romi Aboulafia.

Potrete sezionarlo per trovarci i difetti che vorrete ma se non vi prenderà il cuore vuole dire che non l’avete. •

Roberto Rippa

 

 

READ IN ENGLISH

 

+ + +

 

• Dopo avere girato il film, contando in gran parte sul lavoro gratuito della troupe e degli attori (ospitati non di rado dai genitori degli amici d’infanzia del regista), Geffen e il produttore Itai Tamir si rendono conto di avere bisogno ancora di qualche soldo per completare l’opera, in quanto l’esiguo finanziamento concesso dall’Israelian Film Fund non è sufficiente. Realizzano quindi un trailer e si mettono a caccia di finanziamenti via Indiegogo Global, promettendo in cambio agli spontanei finanziatori riconoscenza e un piccolo riconoscimento: un poster, la citazione nei crediti. Le risposte superano le aspettative, circa 8000 dollari, che permettono di concludere la produzione.

• Una situazione del film sicuramente incomprensibile al di fuori dei confini israeliani, vede il (vero) attore comico israeliano dall’aria stralunata Tal Friedman interpretare il ruolo di Ofer Schechter, fratello di Micha. Il personaggio di Ofer viene circondato da ammiratori ovunque vada e si preoccupa della sua reputazione, che il fratello rischia di mettere a repentaglio con i suoi comportamenti. Si tratta di una situazione scherzosa impossibile da capire al di fuori dei confini di Israele: Ofer Schechter è il vero nome di un giovane e famoso attore e personaggio televisivo, nonché sex symbol, israeliano. È a lui che il regista aveva offerto il ruolo, sentendoselo rifiutare a causa del timore di rovinarsi l’immagine. Ha rimediato dando il ruolo ad un altro, fisicamente distante da lui.

 

 

Not in Tel Aviv

Regia, sceneggiatura: Nony Geffen • Fotografia: Ziv Bercovich • Montaggio: Tal Hayek • Musiche originali: Rotem Bar Or (canzone: Giant Heart) • Musiche: Uzi Ramirez • Sound Designer: Chen Harpaz • Sound Mixer: Vadim Yagman • Scenografie: Sharon Eagle • Costumi: Naama Preis • Trucco: Lior Amorai • Casting: Naomi Goldner • Line Producer: Tony Copti • Produttore: Itai Tamir • Produttore esecutivo: Mike Altmann, Byron Habinsdki, Nimrod Nir, Kobi Vaknin • Interpreti: Nony Geffen (Micha), Romi Aboulafia (Nony), Yaara Pelzig (Anna), Tal Friedman (Ofer Shechter), Anat Atzmon (madre di Micha), Rotem Bar Or (Rotem), Ram Nehari (preside), Rahel Shor (leader femminista), Liat Bein (madre di Anna) • Produzione: Laila Films • Lingua: ebraica • Paese: Israele • Anno: 2012 • Durata: 85’

 

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+