Hashoter (Policeman) > Nadav Lapid

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Il presente articolo è stato pubblicato in Rapporto Confidenziale numero 35, speciale Locarno 64 – p.62-64

Hashoter
(Policeman) Nadav Lapid | Israele – 2011 – HD – ebraico – colore – 107’
Prima internazionale, opera prima a Locarno 64 (Concorso internazionale)
di Alessio Galbiati

Yaron fa parte di una squadra speciale del reparto anti-terrorismo della polizia israeliana, con i suoi commilitoni condivide ogni attimo di vita e un’attitudine machista. Sua moglie è incinta, fra pochi giorni darà alla luce il suo primogenito. Tutto procede tranquillamente, in attesa di una nuova missione del suo reparto. Intanto un gruppo radicale di giovani connazionali prepara il rapimento di un facoltoso uomo d’affari israeliano. Quando le due fazioni si troveranno l’una di fronte all’altra molte delle rispettive convinzioni vacilleranno, con la velocità di un lampo nel buio.

«Non sono mai stato così preoccupato per il futuro di Israele.
Lo sgretolamento delle sue certezze abbinato al governo più inetto e
incompetente della sua storia hanno catapultato
lo stato ebraico in una situazione inquietante.»

Thomas L. Friedman, The New York Times, 17 settembre 2011

Il pregio maggiore dell’esordio al lungometraggio di Nadav Lapid, è quello d’essere stato in grado di portare su grande schermo le tensioni che percorrono la società israeliana con qualche mese di anticipo rispetto al loro palesarsi agli occhi del mondo con la più grande manifestazione che il Paese abbia mai avuto nel corso di tutta la sua giovane – e traumatica – storia. Il 3 settembre 2011, esattamente un mese dopo l’apertura del festival di Locarno, che l’ha visto in concorso ed in anteprima internazionale (soprattutto grazie alla volontà del direttore artistico Olivier Père che l’ha ostinatamente seguito nel suo sviluppo produttivo; par di capire che questo sia proprio il suo battesimo nelle vesti di direttore/produttore), almeno 400 mila israeliani hanno manifestato in ogni angolo della nazione per protestare contro le enormi diseguaglianze sociali, per chiedere una politica in grado di contrastare il carovita. Da quel giorno in tutte le principali città sono sbocciate tendopoli spontanee di cittadini che richiedono il cambiamento, denunciando l’insostenibilità della situazione, contagiando il Paese d’una indignazione profonda nei confronti della classe politica, unita ad un sentimento di sfiducia verso gli interessi privati che dominano la nazione. Una meravigliosa anarchia che respira la stessa aria della cosiddetta “primavera araba”, del movimento Occupy Wall Street e degli ‘indignados’ spagnoli ed europei.

Non è dunque un caso che il regista abbia trentasei anni e che faccia già parte, con il suo primo lungometraggio, di quella schiera di giovani registi israeliani che fa cinema rimuovendo la questione palestinese, lasciandola scivolare ai margini della narrazione. In “Hashoter” solo una volta, in uno dei dialoghi finali, viene pronunciato il nome Palestina. E nello spettatore il sangue si gela, per il peso di questo voluto e insistito silenzio sulla questione che, carsico, attraversa e grava su tutto il film.

I due gruppi che si fronteggiano nella pellicola d’esordio diretta da Lapid, un gruppo militare di élite ed una cellula terroristica di ispirazione anarchica, rappresentati dal muscolare e machista Yaron e dalla poetessa radicale Shira, vivono scollegati dal resto della società, all’interno di trincee ideologiche dalle quali non filtra un filo di ragione, entro le quali ogni azione sembra dettata, più che da convinzioni profonde, da riflessi condizionati.

Dal punto di vista della scrittura il film risulta piuttosto interessante per la gestione della narrazione. Le due “fazioni” infatti vengono presentate una dopo l’altra, senza che le loro storie in qualche modo si intreccino. Si incontreranno solo nella sequenza conclusiva che risolverà la tensione della storia, ovvero il rapimento da parte del gruppo terroristico di una giovane coppia di neo-sposi e del padre di uno di questi proprio durante il ricevimento del “giorno più bello”, ma non quella drammatica di una situazione sempre più preoccupante per un Paese che ha la necessità di trovare una nuova strada di vita democratica, non solo con i propri vicini, ma soprattutto una nuova giustizia sociale al suo interno, nel funzionamento stesso della propria democrazia. Il Governo Israeliano opprime ed affama il suo stesso popolo, non solo quello palestinese, ma questo nessuno lo sa.

La scrittura ruota attorno alla costruzione drammatica della sequenza conclusiva e l’azione procede in maniera lineare seguendo il procedere della narrazione composto da vari momenti di vita quotidiana di una squadra dell’antiterrorismo israeliano, fra allenamenti fisici e cameratismo velatamente omosessuale (può lo “spirito di corpo” non esserlo?), tanto che si può essere indotti – ritengo opportunamente – a pensare che per gran parte della pellicola non succeda proprio nulla. Fatta eccezione per la presenza di alcuni elementi perturbanti, come ad esempio qualche vaga frizione nel rapporto di coppia fra Yaron e la moglie, oppure qualche dialogo appena accennato fra i commilitoni circa degli abusi commessi durante un’azione in territorio palestinese, la storia procede claustrofobica e scialba per la quasi totalità della durata, quantomeno fino alla comparsa in scena del gruppo terroristico di giovani israeliani. Saranno questi ad introdurre nel film la questione della lotta di classe, la denuncia delle condizioni impensabili del Paese nel quale vivono.

Secondo i dati del rapporto OCSE 2011 Israele ha il secondo tasso di povertà più alto fra i paesi facenti parte dell’Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo. Un israeliano su quattro vive al di sotto della soglia di povertà (circa 1.7 milioni di persone su 7.6), un dato che rappresenta il doppio di quello registrato dalla media dei paesi occidentali (11.1%) e si attesta come il secondo più alto in ambito OCSE. 850 mila bambini, il 36.3% del totale, vivono sotto la soglia di povertà che colpisce soprattutto gli ebrei-ortodossi (56.9%) e gli arabi (53,3%). Dati sconosciuti all’opinione pubblica internazionale prima della nascita del movimento di contestazione di questo tumultuoso 2011, ma che dalla grande manifestazione di Tel Aviv di settembre hanno incominciato a circolare ed essere compresi, non solo e non tanto dagli israeliani, ma pure da quelle riserve indiane della cultura europea che concepiscono ancora il mondo con strutture mentali del secolo passato. Israele non è solo nel suo conflittuale, quanto drammatico, rapporto con la Palestina, ma è un Paese governato da un’oligarchia che dal 1985 ha privatizzato ogni aspetto collettivo della società attraverso un’aggressiva politica neo-liberista che ha prodotto fortissimi livelli di povertà, ingiustizia sociale e disuguaglianza economica.

Se dunque questo film possiede qualche merito, ritengo che il principale possa essere quello di raccontarci Israele per ciò che è, e non ciò che il suo establishment vuole rappresentare. Dunque non uno Stato in guerra contro il mondo arabo per la propria sopravvivenza, ma un Paese violento con i propri concittadini, in cui la disparità sociale è il problema più urgente, ed nel quale la questione palestinese è un riflesso di questa politica antidemocratica.

Lapid restituisce, nella plumbea asetticità dei personaggi e della vicenda narrata, un clima distonicamente orwelliano, cioè di assoluta negazione dei principi e dei valori dai quali nacque l’utopia di uno stato israeliano. Non c’è nessun buono, ma non c’è neppure nessun cattivo, tutti si comportano da soldati, eseguono ordini secondo l’ideologia che hanno sposato e con la quale sono uniti in maniera indissolubile; entrambi i gruppi vivono in guerra contro un nemico invisibile.

«Nel film i conflitti sociali e di classe – ha affermato il regista – diventano questioni di vita. Mi sono focalizzato sui loro conflitti personali e non sulla violenza nelle strade. Ho preferito quindi rappresentare il conflitto di classe, volevo denunciare la situazione ed esporre le identità dei personaggi e le persone in generale».

Notava l’ottima Cristina Piccino, davvero ottima in assoluto ma in forma smagliante durante le giornate di Locarno, sul Manifesto del 10 agosto, che il film lascia un’ “impressione di un qualcosa di autoassolutorio, nel racconto di questa società che si guarda dentro e si scopre malata e violenta”. Impressione della quale mi sento sommessamente di dissentire, dal momento che la terribile situazione messa in scena da Lapid, un rapimento con ostaggi ed una esecuzione a freddo, restituisce la sensazione di una società sull’orlo dell’autodistruzione, in cui le sue parti paiono totalmente scollegate da un tracciato razionale, ma sorde si sfidano incapaci di parlarsi.

In questa contrapposizione bipolare, strutturata attorno ai due gruppi contrapposti, speculari in ogni valore, ma simili nella struttura del potere interno al gruppo, rischia di passare in second’ordine, così è stato per la gran parte della critica che si è trovata a ‘dover dire’ di questa pellicola, il ruolo dei milionari che, a ben guardare, scivolano nella narrazione come fantasmi, pur essendo il punto dolente dell’intero impianto sociale israeliano, nonché focus polemico del film. “Hashoter”, fra le molte cose, ci dice che nel caos dello Stato israeliano i principali responsabili delle ingiustizie godono della condiscendenza di tutto il sistema, mette in luce come il neo-liberista che detiene il potere sia in grado di mettere in discussione i concetti di libertà personale, di occupare unilateralmente e militarmente territori che non gli spetterebbero da alcun accordo internazionale, di gettare i suoi cittadini in una condizione economica precaria e feroce, ma mai è in grado di mettere in discussione la propria natura oppressiva ed incurante dei diritti fondamentali dell’uomo: cioè la libertà e la dignità.

«Volevamo rappresentare persone intrappolate nella loro esistenza, prigionieri del posto in cui sono. Mi sono chiesto: riusciranno a salvarsi dalla loro identità?» ha detto il regista nell’incontro con il pubblico; questa frase mi ha fatto pensare a come i soli prigionieri messi in scena dal film, i milionari rapiti dal gruppo terroristico, siano i soli che apparentemente non subiscono in alcun modo la situazione, la loro realtà, a prescindere dall’esito del blitz del gruppo di teste di cuoio, sarà l’unica a non essere scalfita in alcuna delle proprie certezze.

Fatti tutti questi discorsi, che passano tangenziali attorno alla pellicola, che dalla stessa sono innescati come un ordigno del quale non si conosce il timing della deflagrazione, è il caso di segnalare il fatto che a chi scrive il film in questione non ha convinto fino in fondo da un punto di vista cinematografico. Pur se basato su di una struttura interessante ed ottimamente calato nella realtà sociale e politica che mette in scena, “Hashoter” è un film modesto, lacunoso e slabbrato, quasi insopportabile nella sua prima metà e tendente al soporifero.

Un film controverso e troppo schematico che lascia il proprio compimento allo spettatore, chiamato a documentarsi sulle reali condizioni di Israele.

Il film è stato presentato in anteprima il 9 luglio al Jerusalem Film Festival dove ha vinto il premio come miglior opera prima, miglior sceneggiatura e miglior fotografia; in agosto è passato in concorso internazionale al Festival di Locarno, aggiudicandosi il premio speciale della giuria presieduta da Paulo Branco; è poi stato in concorso al New York Film Festival, al BFI London Film Festival ed al Vancouver International Film Festival. Agli Award of Israeli Film Academy ha ottenuto ben sette nomination, senza ottenere però alcun riconoscimento, come miglior film, regia e sceneggiatura (Nadav Lapid), attore (Yiftach Klein), fotografia (Shai Goldman), montaggio (Era Lapid) e suono (Aviv Aldema). Interessante notare sul web, ma pure sulla stampa italiana ed internazionale, la ricorsività piuttosto spiccata del termine ‘velleitario’ abbinato alle rivendicazioni politiche dei giovani terroristi anticapitale.
Quasi a volerne esorcizzare le istante che, piaccia oppure no, poggiano su basi incontrovertibili.

AG
 



«Le reazioni a questo film sono estreme, furiose ed alcune anche scioccanti. Gli israeliani hanno credenze molto solide che seguono con rigore. Non credo a soluzioni che possano risolvere in modo semplice e immediato questi problemi politici».
Nadav Lapid
 

Hashoter (Policeman)
Regia, sceneggiatura: Nadav Lapid • Fotografia: Shai Goldman • Montaggio: Era Lapid • Suono: Aviv Aldema • Produttore: Itai Tamir • Casting: Amit Berlowitz • Interpreti: Michael Aloni, Yiftach Klein, Keren Mor, Michael Mushonov, Menashe Noi, Yaara Pelzig, Gal Hoyberger, Meital Berdah, Shaul Mizrahi, Rona-Lee Shimon, Ben Adam • Produzione: Laila Films LTD, Tel Aviv • Distruibuzione: Wide Management, Parigi • Lingua: ebraico • Paese: Israele • Anno: 2011 • Durata: 107’
 

Nadav Lapid (Israele, 1975) studia storia e filosofia a Tel Aviv, poi cinema alla Sam Spiegel Film & Television School di Gerusalemme. Realizza quindi diversi cortometraggi, tra cui “Proyect Gvul” (Border Project, 2004) e “Kvish” (Road, 2005), presentati nell’ambito di numerosi festival. Il suo film di diploma, “Ha-Chavera Shell Emile” (Emile’s Girlfriend, 2006), è distribuito in Francia. Nel 2001 pubblica il suo primo romanzo, “Continues to Dance”. Inoltre, lavora come giornalista sportivo e critico cinematografico e televisivo. Nel 2007 partecipa alla Residenza del Festival di Cannes, nel cui ambito scrive la sceneggiatura del suo esordio al lungometraggio: “Hashoter”.

 

 

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