O Quinto Império – Ontem Como Hoje > Manoel de Oliveira

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Il giorno 11 dicembre 2012 Manoel de Oliveira ha compiuto 104 anni.

 

Il martirio di re Sebastiano

O Quinto Império – Ontem Como Hoje (Il Quinto Impero – Ieri come oggi)
regia Manoel de Oliveira (Portogallo-Francia/2004)
recensione a cura di Leonardo Persia

 

El-Rei Sebastiao, il capitao de Deus più volte citato da Manoel de Oliveira, ebbe finalmente un film tutto per sé nel 2004 con Il quinto impero – Ieri come oggi. Un altro film parlato, un’altra lezione di storia traboccante di interiorità. L’inconscio, soprattutto. Affidato a una regia di cose invisibili, fotografate con maestria da Sabine Lancelin. Fantasmi, apparizioni, risate-eco, voci off, presenze acusmatiche, aria e fuoco sonori, sdoppiamenti, controcampi onirici, Giganti, due urla mozzafiato, gli interni che fanno pendant agli interni dell’imperatore. L’astratto che dà concretezza al potere, oltre che al cinema del maestro, qui al diapason del furore politico rossellinianamente ridotto a mis-en-scéne.

Stile 1578, come se all’epoca ci fossero stati i film, per vedere con le orecchie e ascoltare con gli occhi, alla maniera de Il grande dittatore (1940). L’impostazione teatrale costeggia l’intimità e l’intensità tridimensionale del cinema. Si sentono le pareti, i vestiti, i paramenti, ma senza distillare realismo alcuno. L’enunciazione è altissima in quanto tale. Artificio più straniamento su un testo, shakesperiano con la sordina, del José Régio di O meu caso (1986). E di nuovo un rebus pirandelliano, zeppo di parole filmate, tutto in una notte emmeriana ma senza gioia, prima dell’alba risolutiva. Argomento: l’origine del fantasma del potere.

Chi fa di un imperatore un mostro? Se stesso? La corte? La Storia? I natali? Il destino? Le stelle? La religione? Da dove parte il processo? Su incoraggiamento di papa Gregorio XIII, re Sebastiano ebbe il sogno di costruire un impero cristiano sui corpi martoriati degli infedeli. Organizzò una fallimentare carneficina crociata in Marocco, da cui non fece ritorno. Nacque allora, forse su istanza dei gesuiti idolatri che lo vollero santo subito, la leggenda di un suo riapparire prima o poi. Ed è probabile che il succhiasangue degli islamici e unto del Signore pre-Bush, proprio perché incarnazione del ritornante, sorta di sovrano no-sferatu, è stato da sempre al centro dell’interesse concettuale di Oliveira. Ha trovato in lui il corpo aggrovigliato del transito cinema-letteratura-immagine archetipale, dell’eterno ritorno dell’idea, della tenitura filosofica che mai dissolve. I suoi temi preferiti.

Difatti l’opera, oltre a mostrare, anche a scatola cinese, i cosiddetti ricorsi e rimorsi storici (il primo dialogo verte su un altro ritorno, quello del primo imperatore del Portogallo), è spontaneamente priva di dissolvenze. Insistendo semmai sulle insolvenze incrociate, doppie e triple. Le immagini che non danno mai il cambio e si stratificano all’interno, come l’inconscio contorto del re. Strati multipli, forma limpida, per molti insostenibile nella sua persistenza retinica e dialogica dove non c’è nulla da capire, solo vedere ascoltando. Come una lente d’ingrandimento per meglio spalancare gli occhi sulle chimere del potere e dell’esistenza, del funzionamento aberrante dei sogni, dei «sogni che sognano altri sogni che sognano il sogno di Verità». La tessitura fallace di un impossibile Uno qui e sempre.

L’azione, gli esterni (a parte uno, nel giardino degli aranci, scorto però dall’interno alto dello sguardo della regina) sono fuoricampo, esattamente come sangue, popolo ridotto all’abbruttimento, battaglia di Alcácer-Quibir (mostrata egregiamente in No, o la folle gloria del comando, 1990, altro grande film storico-politico-poetico). Lo spettatore deve immaginare tutto, come il protagonista, ma deve al contempo essere umile, farsi suo nemico. Il re odia l’umiltà, chi striscia a terra. Adora le aquile, in America si direbbe falchi, e ha come contraltare iconico (e ironico) un Gesù inginocchiato. Una vistosa contraddizione che condivide con i consiglieri della corte. Tutti cloni dell’imperatore e il sovrano che li sussume tutti. Ognuno alle prese con la voce esterna/interna, anche se, a prevalere, resta sempre il «buon senso» politico. «Ma perché non arrestiamo questo pazzo?», «Arrestarlo… il nostro re?». Il dittatore non è mai Uno, ha sempre degna compagnia replicante.
In uno dei rari momenti sentimentali del film, quello di Sebastiano che accompagna in camera la nonna, i due sovrani sono letteralmente rimpiccioliti da tempo, architetture e ritualismi. E’ un intrico di cose morte a dominare le loro esistenze. Sembra un Visconti anni ’70 (Ludwig, 1973, in modo particolare) ma come rivisto da un cubista. I simulacri dei re, le statue religiose, i sarcofaghi e gli oggetti «sacri» (la spada del primo re, Alfonso) sono l’esterno di Sebastiano, il suo controcampo funereo. I nobili, la corte, i due buffoni «senza testa» però decapitabili, sono tutto il suo (finto) rapportarsi. Una lugubre scemeggiata senza calore né amore. Bandito l’alter, bandita la donna (a meno di trovarli in sé stesso). Tabù i versi di Camões sugli sdilinquimenti amorosi tra Pedro I e Ines. A Sebastiano bruciano come la privazione di un qualcosa che sa di non poter avere. Venere è separata da Marte in un coro acusmatico, che è una delle tante voci interiori della tragedia-film a tema scissione, l’ob-audio dell’imperatore.

Voci che non dia-logano (sempre univoche), voci che riconducono sempre all’impossibilità affettiva, se non addirittura respirativa, del protagonista (e forse dello spettatore). Ancora di più, e persino, quando forzano i limiti dello spettacolo, della rappresentazione di stato, diventando verità hyde, come con il personaggio (immaginario?) del calzolaio santo, un Luis Miguel Cintra di inarrivabile seduzione vocale, che porta Sebastiano dentro i più intimi recessi del suo io. Finendo per fornire un controritratto umanista al delirium di potenza: la tragedia lancinante di un uomo (im)potente (da cui gli urli da capro dello stesso). Ma poi tutto torna come prima più di prima.

Il film apre con l’epifania della stella cometa. Il simbolo del nuovo Cristo che è Sebastiano, ma anche, si dirà, «la disfatta della nostra impresa». La vita fallimento, la vita che non vive. Il sovrano è uno zombi dalla nascita, dalla natura «ammalata prima ancora di formarsi». Dare la vita, anche e soprattutto degli altri, è per lui l’unica vera vita, il sacrificio offerto a un dio assassino che è lo specchio deforme della propria malata magniloquenza. Cadavere generatore prolifico di cadaveri. L’imperatore nudo. L’imperatore a raggi X. Uno scheletro.

Leonardo Persia

 

 

O Quinto Império – Ontem Como Hoje
Titolo italiano: Il Quinto Impero – Ieri come oggi
Titolo internazionale: The Fifth Empire
Regia: Manoel de Oliveira
Sceneggiatura: Manoel de Oliveira, da un testo teatrale di José Régio
Fotografia: Sabine Lancelin
Montaggio: Valérie Loiseleux
Interpreti: Ricardo Trêpa, Luís Miguel Cintra, Glória de Matos
Produttore: Paulo Branco
Produzione: Madragoa Filmes, Gemini Films, Ministério da Cultura (partecipazione), Instituto do Cinema Audiovisual e Multimédia (partecipazione), Radiotelevisão Portuguesa (partecipazione), Centre National de la Cinématographie (partecipazione)
Lingua: portoghese
Paese: Portogallo, Francia
Anno: 2004
Durata: 127’

 

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