The Flesh Merchant (The Wild and Wicked) > W. Merle Connell

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SELVAGGINA SEXY

The Wild and Wicked (Empio e selvaggio, 1956) potrebbe essere anche il titolo di un western, ragion per cui il film di W. Merle Connell, veterano di Poverty Row, venne ridistribuito con il più appetibile The Flesh Merchant (Mercanti della carne), inquadrato così nel genere (s)exploitation, settore prostituzione, che aveva avuto alcune esplorazioni di (relativo) successo nei ’30 e ’40, tutte (ovviamente) a sfondo punitivo se non iettatorio (l’alea delle malattie veneree, inquietante sub filone).

Adesso siamo nei (tardi) ’50, eppure la formula è rimasta invariata se non addirittura più castigata e castigante. Interessante il cortocircuito Hollywood-prostituzione, l’idea (standard, topos dei topoi) che chi tenti di far carriera nel mondo del cinema e/o dello spettacolo, cada inesorabilmente nella trappola del sex business o della sex madness (titolo di un filmaccio culto del ’38), senza scampo. Se non fosse stato appannaggio pure di grosse produzioni, il filone potrebbe sembrare una vendetta meta cinematografica da parte della serie B (se non C, F, Z) contro le grandi major e il grande sogno americano, produttore di illusioni perniciose. Come mettere gli occhiali di Carpenter e vedere che essi vivono

Non alieni, ma certo freaks, i responsabili del turpe mercato. Un telefonista checca, un boss costantemente arrapato, un supervisore sadico, capace di massacrare di botte, sfigurandola, una delle girls (sia pure attempata) che decide di dire no al capitale lavoro capitatole. Pure un mucchio di pittori in erba, che dinanzi alla modella nuda neo-assunta fanno una faccia come di chi veda per la prima volta in vita sua un siffatto spettacolo. Che per lo spettatore del film si limita a un timido taking off, coperto/scoperto dallo spogliatoio, poi alle spalle nude della ragazza, fino a che l’ultimo velo cade giù. Per inseguirlo, la macchina da presa spinge fuoricampo il resto, lasciando solo immaginare la fragranza di quel corpo grazioso in preda a tanti famelici sguardi malati, dentro e fuori lo schermo.

I pittori ci sono perché l’agenzia, prima di gettarti nel mestiere nudo e crudo, procede per gradi. Ti fa fare la modella, poi la model, foto osé in villa con piscina, The Colony, testandoti e tastandoti definitivamente con un approccio diretto col fotografo, untuoso e porcone, che chiede sempre di più, fino ad entrare nel campo, desiderato o no dipende dalla fanciulla. Se quest’ultima fugge via inorridita, come accade appunto alla protagonista, la bella Nancy Walker (Joy Reynolds), c’è subito un energumeno pronto a fermarla, a impedirle di uscire. E se lei insiste nel proposito, arrivando persino a chiamare la polizia dal telefono della camera riservatela in villa, ci pensa il sadico. Prima a persuasive parole (Devi accettare, è così che si fa carriera e bla bla), poi, ove queste non dovessero ottenere effetto, passare ai metodi forti, hard boiled, in stile Mickey Spillane. Pugni in faccia, calci nel ventre.

Nancy si lascia convincere, quindi nulla del duro trattamento riservato invece alla bionda veterana di cui sopra. Il tutto a un ritmo catatonico, esaltato dalla nudità delle scenografie, la camera fissa, la povertà dell’insieme, gli attori rigidi e imbalsamati. Il clima è pre-warholiano. Viene anche il sospetto che il glamour da cui il maestro della pop art traeva ispirazione per i suoi film derivasse da questa Hollywood e non da quella maggiore, classica.

Nella villa fatidica, Chelsea hotel dei poveri, la scena più hard consiste nel mostrare un fugace corpo nudo. La ragazza rientra in camera, reduce da una doccia, avvolta in un asciugamano. Un’altra la incrocia in corridoio, la guarda in maniera un po’ così (un accenno di lesbismo?), poi le ruba il velo. Costernazione e panico dell’altra che fugge in camera, sedere scoperto. Ohhhhh!!!

Nancy era arrivata in California, raggiungendo la sorella maggiore, Paula (Lisa Rack), piombandole a sorpresa in appartamento, dopo che i titoli di testa l’avevano mostrata scendere dal fatidico bus o tram chiamato desiderio (di sfondare). Paula la spinge a desistere, le fa capire quanto lei rimpianga il paesello, uno status di moglie e di madre. Ma l’altra è così determinata da rubarle il biglietto da visita dall’agenzia che sappiamo. Anche l’altra infatti è caduta nella trappola di quei mascalzoni (e perché continui resta un mistero: si intuisce comunque il dramma di tornare a casa non più vergine, con l’indelebile vergogna rimastale appiccicata in corpo).

Proprio mentre le due dialogano, c’è il momento più bizzarro e visionario del film:l’apparizione profetica di una vecchia e grottesca bagascia, cupa immagine del futuro di entrambe. Nancy ride, Paula ne prova pena e rimprovera la sorella per cotanta insensibilità. La carne è triste. Ed è per questo che, dopo le botte alla malcapitata call girl (o lady) ribelle e soprattutto la scoperta che pure Nancy sia stata rovinata, Paula sbotta.

E proprio lì, nel dance-floor dove un attimo prima si era esibita una procace fanciulla e dove le coppie roteano in attesa di più consistenti piaceri, la disincantata, ma adesso di nuovo grintosa ragazza, si lancia imperturbabile in un discorso di condanna e disgusto. Momento elettrizzante, catartico. Una scena madre che riscatta tutta la turpitudine precedente e i sensi di colpa del timido spettatore. A seguire, la polizia alla riscossa.

Leonardo Persia


The Flesh Merchant
(A.k.a. The Wild and Wicked. USA, 1956)
regia, produzione: W. Merle Connell
Sceneggiatura: Jay M. Kude, Peter Perry Jr.
Scenografie: Charles Kriner
Interpreti principali: Joy Reynolds (Nancy Sheriden), Geri Moffatt, Marko Perri (Vito Perini), Norman Wright (Bernie Sokol)
60′

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