Starlet > Sean Baker

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CRITICA • February 4th, 2013

San Fernando Valley, California. La ventunenne Jane passa il tempo sbal­landosi con i suoi coinquilini «disfunzionali», Melissa e Mikey, e coccolan­do il suo chihuahua, Starlet. Sadie, una vedova di 85 anni che trascorre le sue giornate in solitudine accudendo ai suoi fiori, organizza un mercatino nel suo giardino. Dopo un battibecco con l’anziana signora, Jane scopre una somma di denaro nascosta in una reliquia del passato di Sadie da lei ac­quistato. Indecisa sul restituire o meno la somma, Jane stringe un rapporto con la caustica vecchietta, facendo emergere segreti nascosti mentre il loro improbabile sodalizio si rafforza.

È accecante la luce della San Fernando Valley, l’infuocata regione di Los Angeles che comprende Burbank, sede di alcune storiche compagnie cinematografiche, ma anche patria del porno statunitense sin dagli anni ‘70, condizione che le è valsa il nomignolo di San Pornando Valley.
È qui, in una casa non più anonima di altre della zona, con i loro giardinetti non sempre impeccabili, che vivono i poco più che ven­tenni Jane, Melissa e Mikey. Le loro giornate trascorrono tra fumo e interminabili sessioni di videogiochi. Unico atto di ribellione da parte di Jane, la decisione di riarredare la sua impersonale camera da letto. Abbandonata l’ipotesi Ikea in favore di quelle vendite che negli Stati Uniti permettono di vuotare cantine, garage e solai, portando tutto l’inutilizzato in giardino, Jane, tenuta costantemente d’occhio dal suo chihuahua Starlet, acquista dalla coriacea Sadie un thermos da utiliz­zare come vaso. Tornata a casa, scopre che l’oggetto nasconde alcuni rotoli di banconote, per un totale di circa 10’000 dollari, inizialmente spesi in acquisti voluttuari quanto inutili.
È questo l’avvio della storia, che vedrà Jane combattuta tra la re­stituzione della somma alla scontrosa ottantacinquenne e il tenerla per sé.
Tutto qui? No. Al momento dell’esplicitazione del dilemma, che Jane tenta di superare fornendo alla ben poco entusiasta anziana tempo e aiuto nelle faccende quotidiane, i tre coinquilini sembrano non fare nulla per tutto il giorno. Sembra. Perché a metà film si scoprirà che un lavoro in realtà ce l’hanno: sono attori porno. È ancora Jane a mostrar­lo quando si reca sul set per una scena, mostrata esplicitamente sullo schermo grazie alla partecipazione di Asa Akira e Manuel Ferrara.
Non si rovina alcuna sorpresa nel rivelarlo, malgrado il posizionmento a metà film, anche perché il regista non sembra usare quel mo­mento come colpo di scena. Al contrario, fa pensare che la lunga attesa per la rivelazione serva a definire al meglio i caratteri, per poi meglio completarne il ritratto nella seconda parte. E infatti il film non cambia a quel punto tono: Jane continua a seguire Sadie (ma quest’ultima parlerebbe forse piuttosto di persecuzione) per quello che più che un lenitivo del senso di colpa pare ormai essere il sincero desiderio di co­struire una relazione con lei.
Cosa legherà progressivamente due donne tanto diverse? Lo si scoprirà, forse, ma ancora senza strumentali colpi di scena.
Sean Baker – al suo quarto lungometraggio dopo Four Letter Words del 2000, Take Out del 2004 e Prince of Broadway, 2008 – sem­bra abbandonare i temi principi delle sue due opere precedenti, ossia la lotta per l’integrazione di persone immigrate a New York, ma è solo apparenza. Anche i personaggi di Starlet appaiono come corpi estranei nel luogo in cui si muovono, non più per la loro provenienza ma per l’isolamento cui il loro lavoro sembra costringerli. La lotta per l’inte­grazione, imprescindibile per i primi, sarà causata da motivi diversi, e seguirà modalità diverse per i secondi, ma l’isolamento non appare troppo distante.

Nella sovrapposizione dei temi, il regista non cede mai alla tenta­zione della drammatizzazione e nulla viene manipolato ad uso e con­sumo dello spettatore. Infatti, il film si basa su una mirabile costruzio­ne dei caratteri in quello che può essere considerato come un esempio di ottima scrittura e di rara sapienza nella gestione del ritmo.
Ma è anche il frutto di una grande accortezza nella costruzione delle atmosfere da parte di un regista-sceneggiatore che sembra pro­vare profondo amore per le sfide, tanto da avere scelto per interpretare due personaggi tutt’altro che semplici due attrici debuttanti.
Dree Hemingway, pronipote di Ernest e modella, porta in sé la bellezza di mamma Mariel – attrice poco amante delle luci della ribalta,e proprio per questo dalla carriera non eccelsa. La si ricorda solo per Manhattan di Woody Allen, con cui tornerà a lavorare per Deconstructing Harry (Harry a pezzi), e Star 80 di Bob Fosse – e di zia Margaux, anch’essa modella dalla bellezza solare passata al cine­ma senza particolare fortuna. La sua presenza nel film è di quelle che fanno la differenza e le porterà sicuramente nuove occasioni. L’ottan­tacinquenne esordiente Besedka Johnson (scoperta dal produttore esecutivo Shih-Ching Tsou in una palestra della YMCA e immediata­mente invitata a sostenere un provino), che si trasforma dalla socievole e brillante donna che il regista giura essere nella vita in una donna che più che introversa o riservata sarebbe corretto definire scontrosa, pare una veterana del grande schermo. Non sono da meno Stella Maeve e James Ransone, elementi di un cast attento in cui la direzione di attori appare particolarmente curata.

La luce accecante, opera del direttore della fotografia Radium Cheung, che l’ha ricreata in post produzione, accompagna le giornate dei personaggi e rappresenta un punto di forza fondamentale nella co­struzione delle atmosfere.
Ed è la rappresentazione dell’ambiente del porno tra i punti di for­za del film: niente divismo né moralismo, giusto un lavoro come tanti da svolgere con più o meno senso della professionalità. Un ritratto fe­dele, che deriva dalla conoscenza del regista con alcuni nomi attivi nel genere, conosciuti nel corso della loro partecipazione alla serie prodot­ta dalla rete IFC Greg the Bunny, di cui lui era regista e autore.
Scritto con Chris Bergoch, già con Baker alla scrittura della serie realizzata per MTV Warren the Ape, Starlet sceglie di sfuggire alla cata­logazione non offrendo risposte facili e mette in luce una Los Angeles inedita, pigra, apatica come poche volte prima al cinema.
E se proprio occorre trovare un riferimento, non sarà certo il mol­to citato da troppa critica Somewhere di Sophia Coppola, che il film di Baker surclassa, ma ben altri nomi del cinema statunitense, più proba­bilmente lo scomparso Hal Ashby, autore di almeno due capolavori: Harold and Maude e Being There (Oltre il giardino).
Il terzo lungometraggio di Sean Baker merita l’uscita dal circuito in cui il suo essere fieramente indipendente potrebbe tentare di rele­garlo ed è ulteriore conferma di un talento non comune. ■

Roberto Rippa

 

Starlet
Regia, montaggio: Sean Baker • Sceneggiatura: Sean Baker, Chris Bergoch • Fotografia: Radium Cheung • Musiche: Manual • Ca­sting: Julia Kim • Scenografie: Mari Yui • Produzione: Sean Baker • Coproduzione: Radium Cheung • Produzione esecutiva: Ted Hope • Coproduzione esecutiva: Levon Aksharumov • Interpreti: Dree Hemingway (Jane), Stella Maeve (Melissa), Besedka Johnson (Sadie), James Ransone (Mikey), Karren Karagulian (Arash), Asa Akira (lei stessa), Manuel Ferrara (lui stesso), Boonee (Starlet) • Produzione: Cre Film, Cunningham & Maybach Films, Freestyle Picture Company, Mangusta Productions • Rapporto: 2.35:1 • Formato di ripresa: HD • Lingua: inglese • Paese: USA • Anno: 2012 • Durata: 103′­

Intervista a SEAN BAKER in RAPPORTO CONFIDENZIALE
Interview with SEAN BAKER in RAPPORTO CONFIDENZIALE


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