Sean Baker [Intervista]

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È strano che io insegua queste sfide
Intervista a Sean Baker, regista di Starlet

di Roberto Rippa

da Rapporto Confidenziale numero36

Come distinguersi nel variegatissimo ambito del cinema indipendente statunitense? Bisognerebbe chiederlo a Sean Baker, che nell’impresa sta riuscendo egregiamente, film dopo film. Forse il segreto sta nell’utilizzare materie incandescenti, pronte a essere strumentalizzate, rendendole parti come altre di una storia che indaga attraverso quegli elementi l’umanità dei personaggi. Infatti, Baker pare essere soprattutto interessato a questi, alle loro debolezze, al loro movimento e alle loro reazioni nel momento di una svolta, ricercata o meno che sia. Accadeva nei suoi precedenti Take Out e Prince of Broadway, che lo hanno segnalato alla critica non solo statunitense, accade in Starlet, attraverso cui non solo offre un sensibile ritratto di due donne ma si concede anche un punto di vista sullo stato della morale del suo Paese. Lo abbiamo incontrato un venerdì mattina soleggiato dopo una notte di festa, la sua, che lo preoccupa di come appare (im­peccabile) e di come si spiega (perfettamente).

Roberto Rippa: Innanzitutto, sono molto curioso di sapere cosa ti ha ispirato nello scrivere una storia tanto particolare.

Sean Baker: L’ho scritta con Chris Bergoch, con cui ho lavorato per una serie televisiva che non è mai uscita dagli Stati Uniti. Era una com­media per MTV quindi, come puoi immaginare, destinata a un pubbli­co maschile tra i 16 e i 20 anni…

RR: Greg the Bunny!

SB: Greg the Bunny, sì! Facevamo casting di personaggi famosi e ci sono state apparizioni da parte di attori porno. Pensavamo che brevi cameo di donne e uomini attivi nella professione avrebbe portato inte­resse al progetto. Così abbiamo avuto occasione di incontrarne alcuni mentre giravamo e abbiamo stretto conoscenza. Sono sempre stato affascinato a livello personale da come le loro vite potessero svolgersi tra una ripresa e l’altra, dalla loro vita di tutti i giorni: normale come quelle di tutti? Banale? Escono con gli amici? Sono persone sole? An­noiate? Insomma, questo genere di domande. Stavo addirittura pen­sando di girare una piccola opera di cinéma vérité che seguisse una delle ragazze nel corso di una giornata. L’evento più drammatico che le sa­rebbe capitato era che perdesse il suo cane per poi ritrovarlo. E questo era il film. Probabilmente, dal punto di vista dello sviluppo, potrebbe sembrare un film dei fratelli Dardenne. Ma trovare i soldi per girare un film negli Stati Uniti è difficile, non ci sono fondi governativi e quindi devi trovare investitori. Questo rende molto difficile girare film come questo, senza trama, senza una narrazione forte. E poi devi inseguire le star, il nome importante. Quindi il mio amico Chris Bergoch, con cui ho scritto il film, mi ha detto: «Alziamo l’asticella e diamogli una nar­rativa. Hai una storia che ti venga in mente, qualcosa che sia un poco più popolare?». Così ho raccontato di questa mia vecchia idea che si basava su un evento capitato nella mia famiglia, in cui qualcuno ave­va comperato qualcosa a una svendita da giardino (svendite di privati che si disfano di oggetti che si trovano in casa loro; queste vendite si chiamano generalmente “yard sales” – vendite da giardino – o “garage sales”; NdR.), dovendo poi affrontare il dilemma morale sull’eventua­lità o meno di restituire il denaro (nel film, la protagonista acquista un thermos da un’anziana signora per trovare al suo interno 10’000 dollari. Ndr.). Ho pensato che avrebbe funzionato da catalizzatore per l’incontro tra due persone, e poi ho pensato che una di queste due persone avrebbe potuto essere una stella del porno. Ero molto felice di questo passo in avanti. Lo abbiamo scritto nel corso dell’inverno 2010–2011 e lo abbiamo girato nell’estate del 2011, esattamente un anno fa. Abbiamo iniziato la produzione il 10 agosto, la data di oggi! Abbiamo girato per 25 giorni nella rovente San Fernando Valley con un cane che andava in surriscaldamento e una donna di 85 anni, Be­sedka Johnson, alla quale dovevamo prestare particolare attenzione per via del caldo. Però eravamo felici. Si è trattata di una lavorazione complessa per via dei pochi soldi a disposizione, ma ci siamo divertiti e siamo soddisfatti del risultato.

RR: Tornando alla rappresentazione dell’industria del porno – nel caso del film un’azienda di piccola caratura – ciò che ho ap­prezzato particolarmente è stato il fatto che tu l’abbia mostrata in modo molto realistico. Non ci sono star, nulla di eccezionale, solo gente che lavora. Mi è piaciuta anche la differenza tra il personag­gio di Jane, interpretato da Dree Hemingway, tranquillo e solare, e quello della sua collega Melissa, evidentemente molto più proble­matico. A proposito della scelta di mostrare gli attori porno, cosa ti ha fatto scegliere di mostrare tutto in maniera così sottotono, come la gente non si aspetta che sia?

SB: Sai, come hai detto tu, si tratta di un piccola cerchia di persone e una volta che entri in quel mondo e lo capisci, scopri che si tratta di una piccola comunità i cui membri si sostengono a vicenda. Questo perché, purtroppo, c’è un tabù nella società e loro rimangono degli emarginati, per modo di dire. Quindi hanno bisogno l’uno dell’altro e socializzano tra loro. Questo è ciò che ho scoperto dalle mie ricerche, ma qualcuno potrebbe dirmi che ho torto. Per quanto riguarda la mia scelta di rac­contarli così, penso che quando osservi un qualsiasi gruppo di persone sia importante andare oltre la superficie. Allora, se ci pensi bene, sco­pri che tutti sono simili. Ciò che voglio dire è che, indipendentemente dalla cultura in cui sei immerso, tutti abbiamo gli stessi sogni, speranze, aspirazioni e paure. Quindi ho pensato: «Questo è il modo in cui vo­glio che un film rappresenti questa cultura, questa industria». Anche perché non è stato fatto spesso in passato. Sì, c’è stato Boogie Nights, ma si trattava di un film legato a un’epoca diversa. A dire il vero, nel 1996 volevo fare un film su questa industria, ma poi è uscito Boogie Nights e ho pensato: «Non potrò più toccare questo argomento!». Pensavo di non poterlo più fare perché Paul Thomas Anderson ha scritto un’epica e quindi ritenevo non fosse più necessario. Poi, anni dopo, ho visto quali differenze ci fossero tra il 2012 e gli anni ‘80 in questa industria, e ho pensato che potesse valere la pena rivisitare l’argomento. Si tratta di catturare la realtà e c’è sempre un’atmosfera casuale quando vai sui set. Per questo abbiamo scelto di non cercare atmosfere drammatiche, non si tratta di questo, in fondo è simile a tanto altro cinema. Non è sempre formale come uno si aspetterebbe, ecco perché ti può capitare di vedere il regista rispondere a una telefonata nel mezzo di una scena. È piuttosto normale. Ho pensato che ci fosse qualcosa che valesse la pena mostrare e poiché attribuisci un volto umano al personaggio, allora devi rendere umani anche tutti i dialoghi e le interazioni.

RR: È proprio ciò che ho apprezzato. Di solito, nella rappresen­tazione cinematografica dell’industria del porno c’è molto dram­ma. Qui, invece, hai realizzato qualcosa di diverso e molto più credibile.

SB: È ciò che abbiamo visto regolarmente andando sui set. Noi erava­mo più interessati al fuori scena. Chiacchierano, fumano erba e chiac­chierano. È una scena che ho visto un mucchio di volte. Ogni volta che mi sono recato su un set, li ho trovati sotto una tenda per ripararsi dal sole rovente della San Fernando Valley. E sono state le chiacchiere, le risate, le battute a interessarmi maggiormente. La scena in cui, nel mio film, chiacchierano fuori dal set, era in realtà molto più lunga, abbiamo dovuto tagliarla per restare nei tempi. Sono stato molto, molto fortu­nato, tra l’altro, nel trovare due fra gli attori porno più famosi al mondo. Manuel Ferrara e Asa Akira hanno accettato di partecipare al film dopo averli incontrati per caso. Ho detto loro: «La vostra partecipazione porterebbe il film su un altro livello, lo migliorerebbe». Sono stato fortunato anche perché le loro interpretazioni sono talmente buone. Asa è stata così divertente, potrebbe lavorare nel cinema mainstream, se volesse.

RR: In effetti sono stato sorpreso dallo scoprire, dopo la visione, che si trattava di veri attori porno. Ultimamente è capitato che una star del porno riuscisse a passare al cinema mainstream senza la­sciare l’attività originale. Ce n’è una, non ricordo il suo nome ora, che è protagonista di The Girlfriend Experience di Steven Soder­bergh e partecipa anche ad alcuni episodi di Entourage

SB: Sasha Grey, sì! Ma anche Cronenberg ha fatto lo stesso anni fa con Rabid (del quale è protagonista l’allora attrice porno Marilyn Chambers. NdR.) e ce ne sono stati altri. Penso che chiunque – no, non chiunque ma almeno coloro che sono già a loro agio di fronte alla camera – possa fare un buon lavoro. Spesso li associamo a una pessima recitazione ma è solo perché vengono dati loro dialoghi orrendi. Ma quei film non c’entrano con la recitazione e loro lo sanno.
Quando ho parlato con Manuel e Asa ho detto loro: «Voglio fare un film il più realistico possibile e quindi vorrei che comunicaste come fate nelle vostre vite private» sapevo che possedevano ciò che cercavo. Tra l’altro, sono entrambi cinefili e ci siamo messi a parlare di cinema coreano. Quindi ho detto loro: «Facciamo le cose in modo realistico, non voglio nulla di artefatto o pomposo». Così sono andati sciolti. Puoi notare Dree guardarsi in giro come se non avesse idea di cosa accade.

RR: A proposito di Dree, sembra che ti piacciano le sfide: come protagoniste hai scelto due persone senza esperienza di recitazio­ne.

SB: Lo so, lo so… è strano che io ricerchi queste sfide. Nel mio ulti­mo film, Prince of Broadway, che è passato qui a Locarno, avevamo un ragazzino e un debuttante come protagonisti. Non so… ho solo fede nel fatto che le cose andranno nel modo giusto, se fai il casting nel modo giusto. Se hai fiducia, sapranno trovare in loro la persona di cui hai bisogno. E poi si tratta anche di saper comunicare e mettere tutti a proprio agio. Se tutti saranno a proprio agio, le interpretazioni risulte­ranno naturali. Dree mi ha conquistato nel corso di una videochiamata in Skype. Io ero a Los Angeles e lei a New York e le ho offerto la parte alla fine della chiamata perché avevamo legato subito. In quella occa­sione mi aveva detto che il suo film preferito quell’anno era Somewhe­re di Sofia Coppola e questo mi aveva fatto capire che aveva la giusta sensibilità per il ruolo. Non è stato solo per questo: mi ha raccontato della sua formazione, ha scherzato, ho potuto notare che aveva un sen­so dell’umorismo simile al mio. E poi aveva l’aspetto. Quindi sapevo che sarebbe stata assolutamente giusta. Per quanto riguarda Besdeka, ero un poco più preoccupato. Ha avuto bisogno della guida di Dree, quindi ho avuto fortuna anche per quanto riguarda la sua pazienza. Be­sedka è sorprendente ma non assomiglia per nulla al suo personaggio. È buffo perché Harold and Maude (film del 1971 di Hal Ashby. NdR.) ha avuto una grande influenza sul mio film e lei nella vita è come Mau­de: molto positiva, le piace la vita ed è molto filosofica. Non è per nul­la come Sadie, che è invece solitaria. Quindi ha avuto bisogno di un po’ di tempo per permettersi questa trasformazione. Dovevamo dirle continuamente: «Besedka: cattiva Sadie! Cattiva Sadie!». Dree è stata molto d’aiuto in questo senso.

RR: Mi ha molto sorpreso il fatto che non si tratti di un’attrice di lunga esperienza.

SB: Oh si, siamo stati fortunati!

RR: Come hai lavorato con loro? Quando le hai scelte la sceneg­giatura era già quella che hai usato per girare il film?

SB: Sì, avevamo uno “scripment” (crasi tra “script”, sceneggiatura, e “treatment”, trattamento”; NdR.) di una una settantina di pagine. E avevamo anche evidenziato alcuni dialoghi per molte scene. Poi c’era­no scene per cui abbiamo detto: «I tre ragazzi sono seduti sul divano, fumano erba e parlano di videogiochi, di tutto fuorché del loro lavoro nel porno». Volevamo che parlassero delle loro vite e li abbiamo la­sciati per due ore con la camera che li riprendeva. Nel caso fosse ve­nuta loro un’idea che mi piaceva, ma che aveva bisogno di essere evi­denziata, chiedevo loro di espanderla e quindi magari li si riprendeva per un intero pomeriggio. PJ è stato eccezionale, guidava tutti perché è il più esplicito.

RR: Quindi hai lasciato spazio per l’improvvisazione.

SB: SB: Sì, sopratutto per scene come quella. Per esempio, poteva capitare che Stella Maeve (Melissa nel film. Ndr.) iniziasse a improvvisare sul fatto che il cane di Jane fosse messicano e iniziasse a chiamarlo Carlito. Quindi ho detto a Dree: «Starlito!», e lei: «Starlito, Starlito!». Ecco, si è trattato di passarsi le battute avanti e indietro.

RR: Starlet è molto più complesso di quanto possa sembrare. L’ho visto come il risveglio da parte della sua protagonista da una sorta di intorpidimento emotivo. È proprio questa la storia che volevi raccontare?

SB: Sì. Non avevo voglia di addentrarmi nel passato di Jane perché, a dire il vero, quando abbiamo iniziato le ricerche abbiamo notato che ogni ragazza o ragazzo che lavori nell’industria ha la sua storia e non si tratta di stereotipi. Capita che ci sia chi dice: «Non ha un padre, ecco perché fa porno». Ho scoperto che questa non è la realtà, spesso il problema è più con la madre. Oppure, talvolta, c’è un atteggiamento esibizionista nei confronti della vita oppure il porno viene inteso come una sorta di rivoluzione sessuale, un modo per scuotere i costumi ses­suali negli Stati Uniti. Quindi le ragioni possono essere molte. Non sto sottovalutando il fatto che esista un lato oscuro, c’è. Ciò che è impor­tante sapere, però, è che non si tratta solo del lato oscuro, ognuno ha le sue ragioni. Quindi, per quanto riguarda Jane, ho pensato che fosse responsabile fare intuire che qualcosa c’è, ma non abbiamo voluto insi­stere a riguardo, perché quello non è il punto focale del film.
Il punto focale del film è la relazione che si sviluppa con questa donna, questa improbabile amicizia. Ci sono forse delle allusioni al fatto che ha problemi con sua madre o che sua madre ha problemi di droga. Però andare più a fondo avrebbe significato cadere nello stereotipo.

RR: Già che ne parli, qual è la situazione della morale negli Stati Uniti, secondo te?

SB: Credo sia una follia che sia possibile mostrare una violenza così sopra le righe nel cinema ma che si eviti qualsiasi forma grafica di rap­presentazione del sesso. Non ha alcun senso per me, ed è triste. Ho la sensazione che questo accada meno al di fuori degli Stati Uniti, dove invece ci sono strane ritrosie a esplorare la sessualità. Potrebbe trat­tarsi di una questione generazionale in fase di cambiamento ma, per esempio, con i miei genitori non abbiamo mai avuto una conversazio­ne aperta. Mai. C’è stato il discorso iniziale su “api e fiori” – una volta! – e basta! I miei genitori, o almeno mia madre, non credono nel sesso prematrimoniale e quindi, crescendo, c’era un solo punto di vista. E quando ho raggiunto i miei 18-20 anni, ho realizzato…

RR: …che forse non era l’unica condotta possibile?

SB: Sì, forse non era l’unica condotta possibile! A dire il vero è indice di una mentalità chiusa, e quel che ne risulta è che trasforma il sesso in una cosa sporca, negativa. Spesso, quando vedi il sesso rappresentato nel cinema, appare negativo. Non parlo di Starlet, perché il mio film tratta dell’industria del porno, dove il sesso è business. Tornando alla sua rappresentazione nel cinema, è molto spesso messo in scena con una luce molto negativa. Non c’è un sesso amorevole o completamen­te lussurioso, animalesco. Questo sta cambiando un poco in televisio­ne. Credo che la new wave della televisione via cavo stia cambiando il modo in cui il sesso viene rappresentato, e questo è ottimo! Non l’ho vista tutta, ma ciò che Lena Dunham sta facendo in Girls (serie del 2012 prodotta dalla rete via cavo HBO; NdR.) è un’esplorazione più divertente del sesso.

RR: Sarà difficile per il tuo film trovare un’ampia distribuzione a causa della classificazione di censura che otterrà?

SB: Sì, lo sarà, ma abbiamo lavorato a un livello di budget con il quale penso sia giusto correre questo rischio. Negli Stati Uniti abbiamo una distribuzione che si chiama “Music Box Films” – hanno distribuito The Girl with the Dragon Tattoo (Män som hatar kvinnor, 2011, Niels Arden Oplev; NdR.) e alcuni altri titoli stranieri di successo – e siamo uno tra i primi film statunitensi del loro catalogo. Credo che tutti i film in­dipendenti siano allo stesso livello di competizione per arrivare sullo schermo o in DVD.
Non penso che il film sarà condizionato più di tanto dalla classifica­zione. Piuttosto, porterà maggiore attenzione al progetto. Non so cosa accadrà fuori dagli Stati Uniti. Ci sono Paesi dove ovviamente non ci permetteranno di mostrare il film com’è, ma non ho problemi in questo senso. Non dirò: «Non voglio che venga tagliato!». E non ho problemi se vorranno oscurare alcune scene con barre nere. Nel caso non potessero proiettarlo – per esempio, ho sentito che in Corea non possono proiettarlo se non oscurato in alcune scene – per me va bene che lo proiettino così, a condizione che il pubblico sappia che ne esiste una versione vera.

RR: Il film ha una fotografia “soft”, con una prevalenza di toni rosa, viola, ombre e dissolvenze. È stata una scelta tua o del tuo direttore della fotografia Radium Cheung?

SB: Ho girato i miei due ultimi film a New York e non avrei mai pen­sato di girarne uno a Los Angeles, perché New York ha una sorta di struttura che rende la produzione perfetta in ogni suo angolo. Quindi non sapevo se sarei riuscito a rendere interessante Los Angeles con un budget basso. Appena abbiamo iniziato le nostre ricerche, abbiamo re­alizzato che San Fernando Valley ha un aspetto unico e un panorama molto esteso. In quel momento ho detto: «Possiamo catturare tutto questo e farlo apparire come unico e meraviglioso allo stesso tempo». Quindi Radium ed io abbiamo deciso di girare in anamorfico, Wide­screen, e che avremmo voluto usare la luce naturale del luogo. Questo perché ti senti accecato dalla luce lì. Per essere onesto, abbiamo girato con luce naturale pensando di provare a colorarlo in post-produzione.
Inizialmente ho optato per un’immagine più newyorchese: i verdi, i grigi… Abbiamo giocato un po’ in questa direzione, ma il risultato ap­pariva forzato. Quindi abbiamo permesso alla luce di uscire com’era, con quegli arancioni, quei viola. Ci appariva reale. Quindi si è trattato di catturare quei paesaggi e trovare i giusti luoghi dove girare. E infine permettere alla luce di avere il sopravvento.

RR: Infatti talvolta è quasi accecante.

SB: Sì! E Dree è talmente meravigliosa da poter essere ripresa da qual­siasi angolazione. Devi solo muoverla contro la luce giusta e questa le renderà giustizia.

RR: Lei è una vera sorpresa.
Cosa succederà ora? Hai detto poco fa che negli Stati Uniti esiste una forte competizione tra i film indipendenti per essere visti.

SB: Ho appena scoperto questa mattina che il film verrà distribuito a fine ottobre. E quel che è stupendo è che uscirà nelle sale. Verrà proiet­tato a New York, Los Angeles, Chicago e piano piano in altre città. Per essere sincero, non so quali reazioni susciterà. So che molte persone vedranno il film in streaming, in VOD o attraverso Netflix, e questo per me è ottimo. Questo è stato il modo in cui i miei ultimi due film sono stati visti, quindi è un buon modo. Sai, Dree, Stella Maeve e James Ransone stanno per esplodere. Ah, anche Karren Karagulian, che interpreta Arash nel film, e che era anche in Prince of Broadway, sta emergendo velocemente e inizia a lavorare con altri registi. Penso che loro quattro esploderanno tra breve e sarà interessante vedere cosa la loro popolarità potrà portare al film.

RR: Un’ultima domanda: i soldi. È stato difficile trovare i finan­ziamenti per girare il film?

SB: Sì, ma li abbiamo trovati, quindi non posso lamentarmi. Ci sono tanti cineasti che stanno ancora cercando. Ma anche se è una lotta quo­tidiana – ancora adesso ci sono fatture da pagare – siamo stati in grado di finire il film e portarlo al festival.
Fondamentalmente, ci siamo riusciti grazie a Ted Hope, che è un fan­tastico guru del cinema indipendente, un produttore e un mentore per molti giovani cineasti – ha prodotto In the Bedroom (Todd Field, 2001), i primi film di Ang Lee e Martha Marcy May Marlene (La fuga di Marta, 2011, Sean Durkin) lo scorso anno. Gli è piaciuto il mio ulti­mo film e mi ha chiesto come avrebbe potuto essermi d’aiuto. Quindi, quando eravamo pronti a girare Starlet, ci ha aiutati a trovare alcuni finanziamenti. Senza il suo aiuto, non avremmo trovato la somma ini­ziale di cui avevamo bisogno. ■

Locarno, 10 agosto 2012

Recensione di STARLET in RAPPORTO CONFIDENZIALE

Photo: Alessandro G. Capuzzi (Sette Secondi Circa)

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