Tutto parla di te > Alina Marazzi

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+

Porte spalancate chiuse
Tutto parla di te • Alina Marazzi • Italia-Svizzera/2012
recensione a cura di Leonardo Persia

È la vita al lavoro a definire l’opera di Alina Marazzi, fatta di morti (vere e simboliche) e resurrezioni, sguardi dentro ed esterni chiusi, un percorso in cui la frammentazione, le «parole rotte», i pezzi di vita e di corpi si ricompongono e si ri-uniscono, radicalmente, mediante il riconoscimento di sé e degli altri, attraverso l’altro (l’altra), estendendo lo sguardo all’inorganico, ai materiali (affettivi), agli animali, alle piante, ai pesci e agli insetti. Cinema che, nel raccontare lo sguardo, ingloba immagini fisse e movimenti della storia, animazioni e congelamenti in frames tellurici, pubblico e privato, incessante trasformazione da bruco a crisalide a farfalla, da corpo a spirito, e da fantasma a corpo, dove fotogrammi memoria nascita acqua sono tutt’uno, la luce del buio e il buio della luce. La vita non può essere (to)tale senza ricomprendere in sé la morte, le tenebre, il non detto, il dolore, il lato oscuro (della luna).

Storie di donne ribelli, sensibili, incomprese, equivocate, annullate, luminose e oscure. Una luce candida, lattea avvolge il volto e il corpo d’acqua di Emma (Elena Radonicich) in Tutto parla di te, proprio quando è alle prese con il proprio «tunnel nero nero nero» di paralisi emotiva, mentre intorno al muoversi di Pauline (Charlotte Rampling) in uno spazio interiore/esteriore, individuale e collettivo, mentale e fisico, le luci si accendono e si spengono, come sul suo volto stanco in treno. La prima è una giovane mamma in crisi, la seconda un’anziana, tradita, figlia, che ritrova nell’altra la madre, la nutrice (etimologia del nome Emma) che, con un gesto estremo, l’aveva condannata a restare per sempre piccina (quel che significa Pauline).

Charlotte Rampling fa le facce da cartoon, prosciuga il volto, si concentra in un distacco emozionale, il suo è uno spostamento assoluto dentro e fuori di sé. Il treno, come, altrove, le barche, i tram, le funivie, le macchine, le gambe, le ali dei gabbiani, delinea lo spostamento, l’esplorazione, l’avventurarsi in sentieri segreti. L’autrice si muove con e come i suoi personaggi, gira il loro girare, visita e s’interroga a sua volta, con la voce fuoricampo di Per sempre o guardando Pauline da dietro la finestra, imitando lei, che scorge e immagina la madre dappertutto, «dietro ogni finestra illuminata». È la figlia Alina Marazzi, la quale, con pudore commovente, si rende madre amica della piccola, gentile, spaesata, sensibilissima Luisella di Un’ora sola ti vorrei. Con i suoi occhi dentro di lei, detentrice di uno sguardo troppo presto perduto, ritrova la propria identità di donna e delle donne combattenti, incomprese, fragili e fortissime, di Vogliamo anche le rose. In ogni donna dei suoi film c’è l’autrice stessa e c’è sua madre. È un cinema di sguardi incrociati, mescolati, trasformati.

I dialoghi di Tutto parla di te avvengono attraverso uno scambio di occhi, occhi negli occhi, occhi di vetro, occhi meccanici, soggettive rese da vecchi super8, sguardi di sguardi. «Voglio vedere con i miei occhi» dice Pauline, sapendo che è impossibile farlo senza entrare nel vedere degli altri, fessure e pertugi di memoria, che la circondano come fosse Buster Keaton in Film di Samuel Beckett, in fuga da tutto ciò che (lo) osserva. Anche qui la donna accarezza teneramente, timidamente l’immagine della bimba abbandonata già sua madre, ma non lascia dissolvere quelle assolvenze di corpi femminili sulle pareti, il materializzarsi ottico continuo, pupille di pupilli, bambini-novità, embrioni di nuova vita, gli stessi che assalivano l’Ingrid Bergman di Viaggio in Italia. Quel pianto di bambino, reale e mentale, dentro e fuoricampo, è lo stesso potenziale parlante di molti film di Rossellini (Paisà, La voce umana, Stromboli, Anima nera) e anche Irene di Europa ‘51, la madre di tutte le donne incomprese del cinema italiano, si nasconde nella voce della madre di Pauline, mentre intravede una farfalla dietro una probabile macchia di Rorschach e, in un foglio bianco, scopre l’inizio di una nuova vita, purtroppo negatale.

La scrittura filmica di Alina Marazzi si struttura de-strutturandosi: frammenta (anche i corpi: una tenda che copre la parte superiore di una donna; la sagoma di un’altra dietro la porta, con una mano invocante aiuto; una ballerina senza braccia), fa tabula rasa (il foglio bianco) dei raccordi temporali e narrativi tradizionali, ricompone osservando, non stacca gli occhi di dosso, fonde gli stili, intercambia la vista, creando uno spazio circolare e autoriflettente. Pauline passa il testimone a Emma che si ri-percepirà guardando Matteo, suo figlio, che a sua volta guarda le foglioline guardare (muoversi). I suoi sono spazi anfibi e rifrangenti, all’interno dei quali i pesci dissolvono sul corpo di un neonato e, in un vecchio filmino privato, una foca o un cerbiatto visti allo zoo restituiscono il segno animale di un’anima indifferenziata, smarrita, alla ricerca di sé stessa. L’occhio di una mezzaluna parla alla vi(s)ta di un bimbo, poi la luna piena presiede la notte facendo dello schermo il luogo di una divina invasione, il territorio ove far volteggiare corpi danzanti (la ballerina Emma è la diegesi naturale del ballare «gratuito» dei film precedenti). È la stessa luna, associata ai cicli, stagioni di vita e morte, nascita e rinascita, che, risvegliando i fantasmi, può portare alla lunaticità, alla follia (luna-cy).

Quella Torino quotidiana e segreta, urbana e selvatica (le Alpi, gli alberi, una tranquillità quasi ancestrale), con i bar che sembrano Hopper e le finestre che ricordano gli imperi della luce di Magritte, è la stessa dei film di Dario Argento, in cui l’orrore è dato dalle offese alle madri, iperprotettive e impazzite, matres lacrimarum, tenebrarum o suspiriorum, e i fragili figli (maschi) bloccati e traumatizzati. Dalla tv, una madre che aveva paura della paura, racconta di aver ucciso il figlio affinché non lo facessero altri al posto suo, proprio al pari dell’umiliatissima madre di Beloved (libro di Toni Morrison e film di Jonathan Demme). L’uscire dalle tenebre passa ancora per un labirinto di indizi, segnali, ingressi in altri territori (anche formali), porte da cui entrare, armadi da perlustrare, scatole da aprire, oggetti da far rivivere, la bobina di un vecchio registratore Geloso (in tutti i sensi) contenente la chiave del mistero.

Ma la parte oscura, chiusa, il chiudersi, è per l’autrice l’aprirsi, un rivelarsi. Avviene in un diario, nel carcere (autentico o metaforico), nella clausura, in un silenzio (che belle quelle rapide figure di uomini, found footage o produzione propria, che, ancora una volta, comunicano con gli occhi: stupiti, ammirati, commossi). Questo cinema, come in un esercizio fisico, fa entrare e uscire l’aria, spalancandosi al più recondito e inaccessibile mistero umano. Osserva, rimira, contempla, fissa e (s’)incanta, dando l’impressione di tenere gli occhi bassi, di guardare col cuore. Nella meravigliosa e paradossale discrezione del suo notare, nuotare, annotare, ecco allora che può, dopo aver rivelato il segreto, di nuovo e finalmente chiudere le finestre, ritirarsi dietro le porte, tornare a vivere. •

Leonardo Persia

 

 

Tutto parla di te
Regia: Alina Marazzi
Soggetto: Alina Marazzi, Gaia Giani, Chiara Cremaschi
Sceneggiatura: Alina Marazzi, Dario Zonta, Daniela Persico (collaborazione)
Fotografia: Mario Masini
Montaggio: Ilaria Fraioli
Musiche: Dominik Scherrer, Ronin
Suono: Vito Martinelli, Stefano Grosso, Marzia Cordò
Costumi: Bettina Pontiggia
Scenografia: Petra Barchi
Casting: Cristina Proserpio
Aiuto regia: Stefano Ruggeri
Animazioni: Beatrice Pucci
Script editor: Licia Eminenti
Organizzatore: Mauro Calevi
Direttore di produzione: Raffaella Cassano
Produttori: Gianfilippo Pedote, Francesco Virga, Elda Guidinetti, Andres Pfaeffli
Interpreti: Charlotte Rampling (Pauline), Elena Radonicich (Emma), Maria Grazia Mandruzzato (Angela Gualtieri), Valerio Binasco (Valerio), Alice Torriani (Daniela), Marta Lina Comerio (Anita), Emiliano Audisio (Tommaso)
Produzione: Mir Cinematografica, Ventura Film in collaborazione con Rai Cinema, RTSI Televisione Svizzera; con il sostegno di Ministero per i Beni e le Attività Culturali (MiBAC), Eurimages, Film Commission Torino Piemonte, FIP (Film Investimenti Piemonte), Ufficio Federale della Cultura Berna Repubblica e Cantone Ticino, Contrasto, Intesa Sanpaolo, FilmPlus
Distribuzione: B.I.M. Distribuzione
Formato: Digitale HD, 35mm
Camera: Arriflex Alexa HD
Formato di proiezione: 35mm, colore
Paese: Italia, Svizzera
Anno: 2012
Durata: 83′

www.tuttoparladite.it

 

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+