Il potere > Augusto Tretti

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articolo pubblicato su Rapporto Confidenziale – numero16, luglio-agosto 2009 (pagg. 20-21).

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Il presente articolo è parte della prima puntata dello speciale Augusto Tretti o dell’anarchica innocenza di un irregolare del cinema italiano; a cura di Alessio Galbiati e Roberto Rippa.

 

 

Il potere

di Samuele Lanzarotti

 

Duchamp soleva dire che l’unica soluzione per l’artista del futuro è rifugiarsi nell’underground e Augusto Tretti questo lo ha fatto e perseguito con grande coraggio e determinazione. Nella sua carriera ha fatto solamente tre fiammeggianti film (La legge della tromba, Il potere e Alcool) e un mediometraggio (Mediatori e Carrozze). Tutte le sue opere sono state rese praticamente invisibili dalla distribuzione, fatta eccezzione per qualche raro passaggio notturno televisivo sul programma Fuori Orario. Il suo cinema beffardo e irriducibile ha evidentemente ripetutamente colpito nel segno, rendendosi scomodo sia per il potere economico che per quello politico, tanto da risultare velenoso e indigesto per la società del tempo (ma anche per quella attuale), solitamente capace di assimilare agevolmente, monetizzare e riciclare a proprio favore ogni forma di espressione culturale antagonista. Dopo l’apprezzato esordio con “La legge della tromba” del 1960 Tretti ha dichiarato “non potevo fare film qualunque, non potevo compromettermi, svilire quei preziosi giudizi sul mio film” e da quello stato d’animo è infatti scaturito il suo film più sferzante, intitolato “Il potere”. Un apologo apparentemente naïf, girato con pochi mezzi e attori non professionisti, che si avvale del tono grottesco per lanciare pungenti staffilate riguardanti i meccanismi occulti che regolano la gestione del potere nei diversi periodi storici della storia umana. L’intuizione folgorante di Tretti è quella di mostrare tre strani personaggi dalla testa di belve (un leone una tigre e un leopardo), seduti su dei troni, come detentori del potere militare, commerciale e agrario. Sono coloro che nel corso dei secoli muovono le fila della spartizione del denaro e del potere, servendosi di volta in volta di ciò che gli fa più comodo. Davanti alla massa questi potenti non compaiono, formano una specie di setta che gli permette di rimanere nell’ombra e nei loro incontri analizzano i cambiamenti in atto nella società e decidono di conseguenza le strategie più idonee per perpetuare il potere, i privilegi e la ricchezza acquisiti. Ciò significa che i politici sono solo apparentemente i detentori del potere, dietro di loro c’è ben altro e questo Tretti lo mostra inequivocabilmente nella sequenza in cui la testa di Mussolini (in realtà una maschera di gomma), appesa ad un gancio, viene gettata via da una delle tre belve, che afferma beffarda “oggi questi burattini non servono più… oggi per continuare a sfruttare e speculare bisogna cambiare tattica e trarre profitto dalle leggi democratiche… oggi per conservare il potere è meglio camuffarsi da socialisti”. La dissacrante pellicola di Tretti non si tira indietro davanti a nessun potere costituito, evidenziando la cialtroneria, la scarsa memoria e l’ipocrisia dei vari protagonisti delle vicende storiche narrate. Il film parte dalle origini del potere, cioé dalla preistoria e più precisamente dall’età della pietra. Tretti mostra come uno scaltro individuo, fingendosi il Dio del Fuoco, riesca ad impaurire i suoi simili e ad assumere così il controllo dell’intera comunità. La seconda epoca trattata nel film è quella dell’Impero Romano in cui ci vengono mostrati i latifondisti intenti a fare il bagno nel latte, cullati e lavati da splendide schiave, alquanto preoccupati per l’imminente riforma agraria propugnata dal tribuno della plebe Tiberio Gracco. In questo frammento ricordo una scena pungente che mostra i senatori romani preoccupati durante una riunione a causa della minaccia rappresentata dalla rivoluzionaria riforma agraria e in cui i mugugni si trasformano in inequivocabili grugniti suini. Il successivo assassinio di Tiberio Gracco ad opera dei latifondisti viene inframmezzato con immagini che mostrano i corpi martoriati di altri martiri innocenti della nostra storia recente. La terza epoca affrontata nel film è quella del Far West in cui galeotti europei vengono liberati e a loro spetta il compito di colonizzare l’America liberandola dai selvaggi, i pacifici indiani. In questo spezzone si sente il motto “Bibbia e moschetto pioniere perfetto”. Le fila della strategia per lo sterminio degli indiani sono manovrate sempre dalle tre belve con l’intento di portare progresso, libertà e religione nel Nuovo Mondo. Lo sterminio finale degli indiani viene inframmezzato da Tretti con immagini di altri stermini, come quello del Vietnam. La quarta parte del film è incentrata sull’Italia del 1919 in cui si assiste all’insorgere dei primi scioperi contadini mossi dalle idee promulgate dalle cooperative socialiste, intente ad impedire speculazioni sui prodotti alimentari e a limitare il costante rialzo dei prezzi. Le tre belve spaventate da questi repentini cambiamenti e convinte del fatto che “i rivoluzionari si combattono nelle piazze” decidono di appoggiare l’ascesa del nascente partito fascista, cappeggiato da Benito Mussolini, colui che coagula l’aristocrazia del genio e quella del sangue, nel film interpretato dallo stesso Tretti, grazie all’ausilio di una folgorante maschera di gomma. L’ideale del nuovo potere si riassume nel trittico patria, famiglia e religione e le preoccupanti commistioni tra fascismo e Chiesa vengono mostrate senza remore. Una sequenza esilarante della pellicola è quella della marcia su Roma in cui vediamo un’armata brancaleone, in cui l’ultimo sgangherato soldato  porta con sé il proprio fedele cagnolino al guinzaglio, che giunge alle scalcinate porte di Roma e trova il Re Vittorio Emanuele II pacifico ad attenderli per farli entrare. Il Mussolini del film in un’altra sequenza dichiara “io rispetto la libertà di stampa, ma se i giornali parlano male di me…io abolisco la libertà di stampa”… e questa è una frase che possiede un inquietante e profetico déjà vu… Altra scena memorabile è quella in cui assistiamo ad una parata fascista in cui, per dimostrare l’efficienza delle forze armate, vediamo gli stessi scalcagnati soldati riciclare ripetutamente sé stessi e i propri mezzi facendo di volta in volta la parte di alpini, bersaglieri, corrazzieri e granatieri e in cui le biciclette vengono trasformate all’occorrenza in cannoni o addirittura finti carrarmati. Ma il frammento stupefacente del film è quello che riguarda “l’epoca moderna” dove l’imperativo delle tre belve è quello di narcotizzare le masse con la stampa, la falsa cultura e con la televisione, quello di distrarre il popolo con lo sport e manipolare la gente con i beni di consumo…in poche parole la società contemporanea, aggiungendo la distrazione data dalle modelle svestite, dai videogiochi e dal vociare dei pettegolezzi. Tretti punta il dito su quello spaventoso fenomeno culturale omologatore, che Pasolini chiamava “edonismo di massa” e non esita a denunciare il nascente consumismo come nuovo fascismo. Citando una recensione del film di Rippa: “l’uniformità e l’obbedienza delle masse sono assicurate non dalla violenza né dalla propaganda politica, ma dalla facile imposizione di un modello di vita improntato alla produzione e al consumo, nella costante ricerca del prossimo bisogno indotto da soddisfare”. Numerose le scene graffianti come quella della fabbrica di galline con un unico operaio per 100000 galline, alternata ad immagini di bambini africani moribondi a causa della fame. In una sequenza degna del miglior Jodorowsky (ma ricordiamoci che questo film è antecedente alla “Montagna Sacra”), Tretti ci mostra un allevamento di galline, mostruosamente ammassate per evidenti motivi commerciali, in cui queste sono costrette ad indossare occhiali per evitare il cannibalismo, e in cui il padrone decanta ai suoi ospiti le qualità del  Super-Uovo, in realtà una nullità piena d’acqua e senza tuorlo, emblema del cibo nella nostra società, bello da vedere, ma vuoto. Altra scena indimenticabile è quella in cui una specie di “nuovo sacerdote”, in una società il cui motto è “meno ospedali, meno scuole e più autostrade”, decanta le qualità di una super-auto, la “Super Leggera Special Sport”, dall’alto degli scalini di una chiesa ed incita la massa desiderante a fare debiti e firmare cambiali pur di aggiudicarsela…e vedendo le automobili che circolano ai nostri giorni è facile intuire quanto il film sia profetico…e ora che i debiti si sovrappongono e manca la liquidità…non resta altro che fare il botto. Altra scena incantevole è quella della pubblicità del Moblon, soprammobile inutile e insulso, che grazie ad un’accurato e quotidiano bombardamento a tappeto fatto di ammiccanti messaggi pubblicitari attraverso radio, TV, giornali e manifesti nelle città riesce a diventare un feticcio irrinunciabile per fare sentire l’ormai lobotomizzata massa veramente alla moda. La vena anarcoide di Tretti si manifesta poi nel sorprendente finale con le tre belve che abbracciano la fede della falce e martello, consacrati da un sole rosso, che li accompagna nel provvidenziale cambio di rotta. Chiude il tutto la chiarificante frase di Lenin “ma chi non sa che ai giorni nostri ogni furfante ama pavoneggiarsi in un vestito rosso?”.

Da non dimenticare anche la sperimentale colonna sonora composta da musica cacofonica e distorta ad opera della sorella di Tretti. Chiaro che con un film così l’unica certezza è quella pronunciata da Ennio Flaiano su Tretti: “resterà un fenomeno isolato, o peggio, da isolare…”, ricordandosi però, e sono sempre parole di Ennio Flaiano, che “il dono di Tretti è una semplicità che non si copia, presuppone la superba innocenza dell’eremita… niente in lui è ingenuo o copiato, ma viene da una cultura ben digerita, strizzata alla radice… Non lascia niente al caso. I suoi personaggi non sono mai burattini, esistono nel momento in cui si realizzano… I volti esemplari, il modo di muoversi, la solitudine dei suoi attori (folle di otto persone, eserciti di dodici soldati), riportano il cinema ad un Eden dimenticato, a grandi spazi fatti di paesi, monti e campagne della memoria…”

 

 

Il potere

titolo internazionale: Power

regia, soggetto, sceneggiatura: Augusto Tretti

fotografia (b/n): Ubaldo Marelli

montaggio: Giancarlo Rainieri

musica: Eugenia Tretti Manzoni

suono: Giuseppe Donato

scultore delle maschere: Mario Gottardi

interpreti: Paola Tosi (donna dell’età della pietra, indiana, visitatrice azienda agricola), Massimo Campostrini (Tiberio Gracco, indiano, deputato socialista), Ferruccio Maliga (Cardinal Concordato, vescovo), Giovanni Moretto (uomo dell’età della pietra, indiano, operaio), Diego Peres (uomo dell’età della pietra, indiano, operaio), Augusto Tretti (Mussolini, il potere militare, il potere commerciale, il potere agrario).

produzione: Federico Pantanella e Mario Fattori per la Aquarius audiovisual

distribuzione: Italnoleggio

anno: 1971

35mm

durata: 90’

Naz.: Italia – v.c. n. 59915 del 20.03.72 – m. 2270 – ppp: 26/07/72º – c. pr.: Acquarius Audiovisual / Tretti, A., Milano.

  

 

 

“La sfacciataggine dei papalini romani e dei moralisti milanesi, non ha più limite. Vogliono distruggere il cinema italiano. Per una ragione semplicissima: lei sa quali sono i grandi strumenti di diffusione ideologica – come si dice – della classe dominante: i giornali, la radio, la televisione (oltre che, nella fattispecie, le prediche e i quaresimali), e, infine potentissimo, il cinema. Ora, il cinema è l’unico di questi strumenti di diffusione che non è completamente nelle mani dello Stato. Esso è in mano ai produttori che, in quanto tali, sono necessariamente di ideologia borghese (infatti è loro il capitale): ma è anche vero che, di fronte al miraggio di fare grossi guadagni, sarebbero anche capaci di andare tranquillamente contro la propria ideologia: perché il primo comma di tale loro ideologia è che quello che soprattutto conta è la Lira. Ecco perché il cinema in questi anni (si riferiva al 1960 n.d.r.) è potuto sfuggire allo stretto controllo dello Stato: al controllo con cui sono dominate radio e televisione. Ora, lo Stato italiano clericale e reazionario, non vuole che la nazione italiana possieda una sia pur minima libertà d’espressione. Il cinema bene o male – con la letteratura – ma la letteratura è poco letta…- ha dato in questi anni un’immagine abbastanza vera della realtà italiana. Gli ipocriti che ci reggono se ne sono spaventati : come sempre hanno trovato qualcuno che apparentemente sia rispettabile e oggettivo – un magistrato – che li aiuti: magari in buona fede, perché no? , credendo di fare veramente una crociata in favore della morale: un moralista patologico, insomma, un inibito, un represso. Subito intorno a lui – che la rappresenta – si è formata una corrente di favore: altri milanesi umiliati dai loro padroni, dai loro superiori, altri romani intrallazzatori e bacchettoni… Insomma la borghesia dà il peggio di sé…”

(Pier Paolo Pasolini)

 

 

 

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