Di Spaghetti e di altre storie

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+

Non mi piace il panettone, non lo mangio; posso riconoscere a quello artigianale una maggiore freschezza ma comunque non mi piace e non lo mangio.

 

La nascita di un circuito alternativo a quello ufficiale è una necessità ormai ineludibile, ma altrettanto necessario è che il primo non sia un modello in scala del secondo.

 

Il Cinema nacque sottovalutato e per questo indipendente e potenzialmente esplosivo. Piegato alle logiche del mercato e assoggettato al gusto di un pubblico generico, è andato perdendo anno dopo anno tutta la propria carica. A tal proposito Luis Buñuel: “La necessità di mangiare non scusa né giustifica la prostituzione dell’arte. Basterebbe che la palpebra bianca dello schermo potesse riflettere la luce che gli è propria per far saltare l’universo, ma per il momento possiamo dormire sonni tranquilli, perché la luce cinematografica è purtroppo dosata e incatenata a dovere da chi tiene serrati i cordoni della borsa. (…) Il cinema è un’arma magnifica e pericolosa, se a maneggiarla è uno spirito libero. E’ lo strumento migliore per esprimere il mondo dei sogni, delle emozioni, degli istinti.”

 

Il Cinema ha comunque mantenuto degli spazi indipendenti lungo la sua storia, animati da quelli che non si sentivano rappresentati dal pensiero dominante più che dalle dinamiche produttive. Il punto è proprio questo. Perché si decide di battere un sentiero alternativo? Al momento la mia sensazione è che ciò avvenga perché gli spazi per accedere al mondo del Cinema riconosciuto come “ufficiale” si siano ridotti drasticamente e non perché si senta la necessità di opporsi al pensiero unico. In ciò che dico non c’è nulla di ideologico. Il mio è un ragionamento pragmatico; se il Cinema indipendente rinasce con questi presupposti per me nasce già morto poiché non assolve alla funzione che da sempre gli viene attribuita: mostrare un punto di vista alternativo. E’ chiaro poi che nel fare ciò afferma anche la possibilità di una dinamica produttiva e distributiva slegata da quella ufficiala e imbalsamata. Temo però che al momento il rischio che ci si limiti solo al secondo aspetto sia alto. E nemmeno faccio mia l’equazione cinema indipendente uguale film per pochi. Penso a Corman, al degnissimo Roger, e al suo cinema indipendente e per un pubblico di massa. C’è modo e modo insomma.

 

Per me la creazione di un nuovo territorio fertile e libero è l’unico presupposto per la sopravvivenza del Cinema. Il rischio che tra qualche anno il linguaggio Cinematografico venga annoverato tra le lingue morte è altissimo. Ben venga l’evoluzione, la commistione, la destrutturazione e la riformulazione, ma non l’imbarbarimento a favore del linguaggio televisivo portatore di morte cerebrale. Il Cinema muore se si riduce a didascalia del pensiero dominante. Che ciò poi avvenga a basso o alto budget cambia veramente poco.

 

Lungi da me lanciare noiosi strali contro la televisione della quale i danni sono pressoché irreparabili. Ma c’è da dire che inizialmente i film arrivavano in televisione dopo una lunghissima attesa e come marziani portavano gli spettatori su altri mondi. Col tempo il passaggio dalla sala al televisore è stato sempre più veloce fino ad oggi, dove la maggior parte dei film nasce già tarato per il soporifero elettrodomestico. Per uscire da questa dinamica non basta volerlo.

 

La televisione vive di cinema, e il cinema muore di televisione. (Dino Risi)
Il Cinema indipendente muore di fame.

 

Spaghetty Story

 

Girare un film è una cosa assai complicata.
Girare un film con 12 mila euro è ancora più complicato.
Girare un film con 12 mila euro che non sembri un filmino amatoriale è molto più difficile.
Girare un film con 12 mila euro che non sembri un filmino amatoriale e che tutto sommato regge è una vera impresa.

 

Nonostante ciò non è detto che in tutto questo si sia fatto del Cinema.
Questo è un punto chiave, perché se da un lato plaudo a chi è riuscito nell’impresa di fare un film senza un budget accettabile per quello che è il pensiero comune e ancor più a chi è attivo nella distribuzione e nel sostegno dei film indipendenti, dall’altro non posso esimermi dal giudicare il risultato come qualsiasi altro film mi ritrovi a vedere in sala. E’ giusto chiarire che la patente di “indipendente” non può dare accesso ad un credito illimitato e ad una sorta di protezione che si usa riservare ai cuccioli delle specie in via d’estinzione. Io ho visto il film con l’attore protagonista in sala e ho avuto il privilegio di ascoltare dalla sua viva voce alcune considerazioni e così ho scoperto che “Spaghetti Story è un dramedy, come dicono gli americani”, capite da soli la gravità di tale affermazione, e che il tema trattato, seppur a suo dire scomodo, “era in realtà già stato sdoganato da autori quali Brizzi, Martani e altri”, confermando di fatto il ragionamento che ho esposto poc’anzi.
A questo va aggiunta la campagna stampa che promuove Spaghetti story come “il film sui precari” andando a ricercare la solita motivazione di carattere sociale per giustificare l’attenzione riservata all’opera e per invogliare alla visione. Nulla di più falso, come al solito.

 

Spaghetti story è un film quasi impalpabile, scorre veloce e veloce sparisce dalla memoria. La storia è di quelle semplici che lasciano poco spazio al mistero. La costruzione è lineare. Gli attori sono sicuramente la nota positiva così come la buona fotografia, vista anche la scarsità di mezzi a disposizione. Personalmente però ho sofferto la scelta claustrofobica della focale unica. Non metto in dubbio che sia frutto delle ristrettezze economiche ma ho sentito più volte la necessità di una pausa narrativa che facesse respirare gli occhi. Anche col 50mm si sarebbe potuto fare.
C’è da dire che il film parte bene, i personaggi ispirano simpatia, i dialoghi seppur prevedibili non disturbano, la storia scorre fluida e l’atmosfera è dinamica. I problemi sorgono quando si entra nel cuore della storia che denuncia la mancanza di snodi narrativi credibili e di una reale consistenza dei personaggi, ridotti a figure bidimensionali al servizio di cliché. Può capitare che si decida di mettersi contro la mafia cinese, di rapire una ragazza o di abortire in un paio d’ore senza che tutto ciò abbia anche solo una pallida giustificazione, che fosse pure soltanto un raptus di follia. Un didascalismo irritante s’impossessa della scena e così la fidanzata del protagonista mentre espone il suo desiderio di maternità disegna sul vetro appannato un piedino manco fosse Raffaello e la sorella del malcapitato futuro neo-papà si accorge di avere trovato un’amica per la pelle istantanea, come i quattro salti in padella, aprendo un biscotto della felicità. Nonostante questo il film scorre in maniera fluida e se si ama la banalità di un sentimentalismo a buon mercato si viene ampiamente soddisfatti. Non è il mio caso.
Per me il film da circa la metà in poi precipita furiosamente verso la rovina e un lieto fine che rimbambisce; un tramonto che amareggia per quanto zuccheroso appaia agli occhi di chi guarda.

 

Detto questo, Spaghetti story non sfigurerebbe accanto ai film di Natale recentemente usciti in sala. Ma non sono sicuro che questo sia un complimento. Forse finirà invece per essere un’arma a doppio taglio. I produttori si accorgeranno che si può spendere molto meno per fare i pessimi film che già fanno.

 

Michele Salvezza

 

 

Spaghetti Story (2013)
Regia: Ciro De Caro
Sceneggiatura: Rossella D’Andrea, Ciro De Caro
Musiche: Francesco D’Andrea
Fotografia: Davide Manca
Montaggio: Alessandro Cerquetti
Produttori: Pier Francesco Aiello, Andrea De Liberato
Interpreti principali: Rossella D’Andrea, Xueying Deng, Valerio Di Benedetto, Cristian Di Sante, Sara Tosti
83′

 

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+