Todo modo > Elio Petri

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Morire Democristiani?
È questo il destino degli italiani…

Film caustico ed espressionista, imbevuto di una vena grottesca, immagina il “funerale” della Democrazia Cristiana e della politica italiana in generale, con l’obiettivo, dichiarato, di denunciare la corruzione, il malcostume, l’imperversare di interessi personali nella gestione della “cosa pubblica”, ricorrendo al grottesco per la raffigurazione di “maschere” in disfacimento.

Girato da Elio Petri nel 1976 e da tutti considerato come la rappresentazione di una messa funebre (sottolineata dalla musica d’organo di Ennio Morricone) per celebrare il dissolvimento del potere democristiano, Todo Modo si presenta invece oggi come un carnevale macabro e lungimirante, percorso da un pessimismo cosmico latente e immanente, capace, attraverso le scenografie metafisiche e dechirichiane di Dante Ferretti e le fosche luci espressioniste di Luigi Kuveiller, di illustrare in modo trasversale e universale le dinamiche dell’ “orgia del potere”.

Il romanzo omonimo di Leonardo Sciascia, ambientato in un luogo “astratto” quale è l’Eremo di Zafer (non meglio definito geograficamente), è incentrato su personaggi che sembrano incontrarsi casualmente, ma che pure appaiono proseguire nel breve tempo della storia un dialogo, meglio una lotta che sembra eterna. Sullo sfondo il “clan” (ogni riferimento alle cosche mafiose è voluto) dei potenti democristiani riunitisi per tramare, mercanteggiare, spingere al limite estremo il gioco abietto della politica, dietro la facciata degli esercizi spirituali. Per un tragicomico contrappasso, tutti questi potenti vivranno sulla loro pelle, portandola come croce, l’infamia di essere per una volta nudi e vulnerabili come tutti. In Todo modo il pessimismo di Sciascia (per nulla dissimile da quello di Petri), emerge prepotentemente e condanna l’individuo (singolo) in quanto responsabile del degrado e della tragedia tanto quanto l’elite di potenti da cui egli è governato, perché il male, la corruzione e l’abominio partono dalla coscienza dell’individuo, dalla sua libertà, e dalla sua gestione del “libero arbitrio”.

Il titolo, Todo modo, è una citazione di una preghiera del fondatore dell’ordine dei Gesuiti, Sant’Ignazio di Loyola, imperniata su un modello di cultura elitaria proprio come quello che rappresenta Don Gaetano nel romanzo. “Todo modo para buscar la voluntad divina…”, (“Cercate in ogni modo di adeguarvi alla volontà divina…”) ammoniva sant’Ignazio, con la conseguenza che sia il metodo che le modalità da utilizzare per raggiungere tale obiettivo debbano essere individuate dal singolo fedele (il senso di responsabilità). Proprio il cartello che apre il film ricorda il valore e il privilegio degli Esercizi Spirituali: “Col nome di esercizi Spirituali, si definisce una pratica religiosa ideata da Sant’Ignazio di Loyola nei primi decenni del 1500. Ufficialmente approvata dalla Chiesa nel 1548, per la grande efficacia spirituale, essa fu subito adottata come mezzo di formazione di uomini del potere economico e politico.” Ispirandosi dunque liberamente al romanzo di Sciascia, Elio Petri costruisce sul meccanismo della “coazione a ripetere” (ridondante ed ossessivo all’interno del film) un baccanale in cui al posto del cibo (molti digiunano) si trova il sangue (delle vittime) e al posto del sesso (non ci sono donne nel ritiro, tranne Giacinta, la moglie del “presidente”) la “preghiera sospirata”, espedienti medianti i quali il regista azzanna e divora i governanti democristiani e la Chiesa Cattolica mentre immagina che la sete di potere li abbia già lacerati e precipitati nell’inferno, pronti a sbranarsi a vicenda, a torturarsi e ad uccidersi e a nascondere, dietro il sipario della pietà religiosa, le azioni più abiette e meschine.

Mentre nel paese infuria un’epidemia, un centinaio di notabili del partito che da trent’anni governa l’Italia si riuniscono in un albergo-convento, costruito nel sottosuolo di una pineta, per eseguirvi un corso di esercizi spirituali condotto da un severo gesuita, Don Gaetano (Marcello Mastroianni). In realtà, indifferenti alle tonanti prediche del sacerdote che non ha dubbi sulla loro corruzione, ai convenuti preme soltanto concordare una nuova spartizione del potere. Ben presto, mentre un furto sacrilego induce un indignato cardinale ad abbandonare il convento, la riunione si trasforma in rissa: volano parole grosse, si viene alle mani…c’è anche un morto, cui altri seguiranno nei giorni successivi, gettando il terrore tra i notabili. Tra loro è nascosto un misterioso assassino e sulle morti indagano il magistrato venuto per le indagini e l’uomo che tutti chiamano “presidente” – il solo che abbia condotto con sè la moglie, Giacinta (rispettivamente, Gian Maria Volontè e Mariangela Melato), con la quale s’abbandona, tra una preghiera e l’altra, a torbide effusioni. Rifugiatosi nella cripta del convento, il “presidente” (sul quale, peraltro, gravano i sospetti dei compagni) si convince d’aver trovato la pista per risalire all’assassino. La convinzione diventa certezza quando muore anche don Gaetano: suicida, si afferma, per punire se stesso (si scopre che aveva una doppia vita), dopo avere punito gli altri. Sollevati, i notabili superstiti si apprestano a lasciare il convento…

I delitti, in Todo modo si susseguono con la stessa cadenza del tono. monotono e sincopato. di recitazione delle preghiere: la morte appare improvvisa, scarna, e “volgare”, senza preavviso, senza suspance, senza violenza; fredda e meccanica nel mostrare corpi improvvisamente straziati, denudati e tumefatti, come il frutto inconscio del meccanismo di potere agito e tramandato dai notabili di partito. Su tutti, e su tutto, domina il Gran Burattinaio: il “presidente” modellato mimeticamente e sarcasticamente (da Gian Maria Volontè) sul fisico e il linguaggio di Aldo Moro, unite alle movenze e all’ironia di Giulio Andreotti. Non ci sono né armi né moventi, eppure i cadaveri si moltiplicano in modo esponenziale. Solo una pista affiora nitida e credibile e porta all’ipotesi che i notabili vengano uccisi uno per uno secondo l’ordine suggerito dalle sigle degli enti e delle società da loro controllate (i cui acronimi formerebbero le sillabe della frase “Todo modo para buscar la voluntad divina”), ma essa sembra andare smarrita quando viene trovato anche il cadavere di don Gaetano e si scopre che egli era in realtà un truffatore dalla doppia vita.

Aperto da un complesso ed ampio movimento di macchina a forma di spirale (figura che ritorna più volte all’interno del film) che simbolicamente stringe il “presidente” in una morsa e che va a chiudersi sul rosario impugnato dallo stesso, Todo Modo è efficacissimo nel tratteggiare la caricatura figurativa e verbale di un uomo che, nel suo essere presidente della DC, sintetizza trent’anni di malgoverno. Il film è spesso inafferrabile sul piano dell’orchestrazione narrativa, in cui confluiscono motivi e temi disugualmente sviluppati, uniti al suo forte impegno spettacolare (l’uso pervasivo e inconsueto del dolly), votato ad una rappresentazione metafisica dell’immagine secondo l’arte di Giorgio De Chirico.

Per l’inventore della metafisica, infatti, la figura umana (e tutto ciò che è vitale), è un paravento dietro a cui si nascondono molte cose. La rivelazione nasce appunto dalla pietrificazione e cioè dalla sostituzione del paesaggio con le architetture, e dell’uomo con la statua che poi sarà manichino. Questo processo di pietrificazione, di fossilizzazione dello spazio e del tempo è la vera essenza della metafisica di De Chirico, ed è traslato da Petri (e dallo scenografo Ferretti), nella costruzione dello spazio asfittico e coatto, color grigio cemento, teatro degli Esercizi Spirituali.

 

 

Le statue bianche che occupano gli angoli o le pareti del bunker, risaltano sul nero pece della “Storia” e sono, appunto, l’archetipo dell’individuo consapevole, mentre gli esseri umani, qui incarnati dai “notabili”, attraverso l’esercizio del potere hanno perso la loro umanità e sono diventati niente più che dei manichini. Ancora De Chirico definisce il manichino non come un personaggio vero e proprio, ma come un veicolo plastico con una struttura complessa ed elementare: una macchina ma anche un essere soprannaturale, uno scheletro ragionato, una specie di androgino matematico composto di squadre, con una testa ovale senza lineamenti, e carico di qualcosa di solenne e di conturbante.

Elio Petri trasforma i suoi “manichini” in eroi negativi (in antitesi all’accezione dechirichiana) e li immerge in un limbo senza fine: un inferno metaforico e reale in cui la politica è sogno, desiderio, interesse personale e mai rivelazione, concretezza, e compiutezza, come rivela la confessione del “presidente”. Di fronte alle domande di Don Gaetano, egli ammette: “Sogno, ho avuto un incontro con l’ambasciatore olandese vero…ho sognato, sogno…così….ad occhi aperti. Desideri, di stupro anche…passivo, capisci? Atti, nessuno, come in politica, sogno di prendere delle decisioni: la riforma sanitaria, medicine gratis per tutti, e allora tu sai quanto mi sta a cuore questa riforma vero…ma non riesco a vararla. Do il via alle operazioni…e poi mi ritiro. E’ come un’erezione mancata capisci? E allora che fare in questa immobilità?”

La commistione sesso/politica/religione è un leit-motiv che attraversa tutto il film e rappresenta l’altro lato dell’essere democristiani, moralizzatori, bigotti e censori. La recitazione, con Giacinta, della “preghiera sospirata” che assomiglia ad un amplesso (sempre interrotto), l’osservarsi nudo del “presidente”, l’invito rivolto a Voltrano (un eccellente Ciccio Ingrassia, glabro e con gli occhi infossati) di “censurarsi”, i frammenti di film pornografici (o le scene tagliate in commissione censura) offerte da Voltrano allo stesso “presidente” come un “cadeau” sono frammenti di follia visionaria immersi nel silenzio che domina la scena, in cui la scenografia pare fissata e cristallizzata in una dimensione senza tempo. Todo modo è un kammerspiel su cui incombe il senso di un destino ineluttabile e avverso che condanna i personaggi ad un’esistenza di infelicità e disperazione senza possibilità di riscatto. Non a caso, il film si apre con la dichiarazione di un uomo che, rivolto al “presidente”, dichiara: “Sono il vicequestore Arras, distaccato dal ministero fino alla fine”, e alla domanda del “presidente”: “La fine di che?” egli risponde laconico: “Fino alla fine…”. Ne deriva un film che comunica una sensazione di perturbante inquietudine e cupa mestizia, attraversato da un angoscia espressionista, che, mediante l’uso in chiave metaforica degli oggetti e l’accentuazione dei contrasti chiaroscurali restituisce una visione del mondo politico italiano (di ieri e di oggi) ispirata a tonalità dolenti e tenebrose.

Nel film di Elio Petri i toni sono resi più apocalittici, se possibile (la lunga sequenza del “Santo Rosario”), improntati alla fantascienza con l’obiettivo di andare oltre al periodo storico in cui il film venne realizzato, con l’intento di aspirare all’apologo, perchè se alla fine i morti sono innumerevoli, una vera strage (tutti meno uno), il “presidente” si congeda dalla vita sia nel film (nel finale) che nella realtà (l’On. Aldo Moro verrà ritrovato cadavere il 9 Maggio 1978, ucciso dalle Brigate Rosse). Motivo questo per cui Todo modo, sparisce dalla circolazione (è tutt’oggi “invisibile” per vie tradizionali), mentre la pellicola originale viene ritrovata bruciata presso gli archivi romani di Cinecittà in seguito al sequestro dalle sale. •

Fabrizio Fogliato

 

 

TODO MODO (Italia, 1976)
Regia: Elio Petri • Soggetto: Leonardo Sciascia • Sceneggiatura: Elio Petri (con Berto Pelosso) • Musiche: Ennio Morricone • Fotografia: Luigi Kuveiller • Montaggio: Ruggero Mastroianni • Scenografie: Dante Ferretti • Interpreti principali: Gian Maria Volonté, Marcello Mastroianni, Mariangela Melato, Ciccio Ingrassia, Franco Citti, Cesare Gelli, Tino Scotti, Adriano Amidei Migliano, Giancarlo Badessi

 

 

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