Sangue del mio sangue > Marco Bellocchio

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Sangue del mio sangue01

Con un cast che riunisce molti dei nomi che hanno fatto parte dei suoi ultimi lavori, Bellocchio gira un film ambientato a Bobbio su due piani temporali distanti, ma che si intersecano nelle tematiche. Insieme ai collaboratori storici (Daniele Ciprì alla fotografia e Francesca Calvelli al montaggio), e insieme ad attori ormai affezionati (Roberto Herlitzka, Fausto Russo Alesi, Alba Rohrwacher, Alberto Cracco, Toni Bertorelli, Filippo Timi, Bruno Cariello), Bellocchio trascina sul set il figlio Piergiorgio (anche lui ormai figura puntuale e fissa nei film degli ultimi sedici anni), la figlia Elena e il fratello Alberto, questi ultimi in qualità di attori occasionali.

Sangue del mio sangue appunto: la famiglia lavorativa e la famiglia naturale, che per il regista bobbiese sono diventate ormai un unicum nella sua vita totalmente dedicata all’arte cinematografica e teatrale. L’ultimo film, infatti, mischia l’autobiografismo e l’autocitazionismo con una serie di suggestioni, immagini, tematiche e sospensioni temporali che sono una peculiarità dello stile tecnico e narrativo di Bellocchio. Ne è la prova la scelta di Herlitzka, nei panni del conte Basta e del “tempo che finisce”, che all’epoca di Buongiorno, notte (2003) fu scelto dal regista perché gli ricordava il padre; a questo si aggiungano i famigliari infilati nel cast, in una sorta di gioco ironico sul tema del clientelismo e del nepotismo, forse a giustificare proprio il titolo del film.

L’incipit ci catapulta nel passato, quando Federico Mai, soldato del duca di Monferrato, giunge al Monastero di Santa Chiara a Bobbio, a seguito del suicidio del fratello Fabrizio, sacerdote confessore delle monache. Tra queste, la bellissima Benedetta, accusata di aver stregato e indotto al suicidio don Fabrizio, che ora è sepolto nello sconsacrato “cimitero degli asini”, ad onta della profonda fede religiosa della madre e del fratello. Ad aprire il portone a Federico c’è una suora cieca, una figura femminile che si ripete fin dagli esordi. Con l’interrogativo che Federico si pone e che di riflesso riprende quasi tutti i cinquant’anni della carriera di Bellocchio, una domanda lasciata in sospeso, tra il dubbio e l’interrogazione filosofica: «Impazzire per una donna…?», ma anche Federico si lascia sedurre dalla bella monaca.

Benedetta viene sottoposta a una serie di prove ordaliche, dove il corpo della ragazza viene appesantito, marchiato, mutilato, fino a quando cede in maniera del tutto ovvia alla prova del fuoco, confessando ciò che gli inquisitori vogliono sentir dire pur di porre fine al dolore. Nonostante il frate interpretato da Alberto Cracco si sia chiesto «Vogliamo bruciare una Santa? Dopo averla vista piangere come Maddalena?».

La monaca viene imprigionata e murata, proprio come la manzoniana Monaca di Monza (del resto Borromeo faceva Federico di nome), in una scena carica di suggestione cinematografica: durante la costruzione del muro viene lasciata una finestrella rettangolare all’altezza del viso di Benedetta, come una macchina da presa posizionata per un eterno primo piano; Benedetta lentamente arretra nel buio, dando l’impressione di realizzare una dissolvenza col proprio corpo.

E così è, tanto è vero che la narrazione salta ai giorni nostri, in una Bobbio dove giunge un fantomatico funzionario del demanio (che si chiama sempre Federico Mai, sempre interpretato da Pier Giorgio Bellocchio), che vorrebbe vendere le prigioni del monastero a un miliardario russo. All’episodio storico-drammatico si contrappone la vera e propria farsa del presente, popolata da personaggi ambigui, falsi invalidi, “vampiri” del tempo, lobby che controllano e guidano i fili della contemporaneità. Apparentemente più debole, forse meno solido della prima parte, l’episodio contemporaneo mostra le varie sfaccettature del presente, rimettendo in atto alcuni aspetti della prima parte del film.

Uno strepitoso Herlitzka dà vita a un personaggio, il conte Basta, che si muove sui fili del controllo politico-mafioso, ma mantenendo attorno a sé un’aura di santità, emanando in un certo qual modo simpatia. Il potere dell’inquisizione è stato sostituito dal più prosaico controllo vampiresco dei «morti che comandano». Un espediente tecnico mette in atto, concretamente, lo scontro tra passato e presente, ed è il ralenti sul primo piano della giovane Elena Mai nel momento in cui il vecchio conte Basta posa gli occhi su di lei, risvegliando ardori ormai sopiti e un desiderio «non di sangue, ma di tenerezza». Il tempo pare fermarsi nell’incontro tra Mai e Basta.

La tematica del tempo in effetti è alla base della narrazione, insieme ad altri temi cari a Bellocchio, come la follia e lo sdoppiamento. Tra una frecciatina e l’altra («Il mondo è piccolo. Bobbio è il mondo»; «A Bobbio ci sono già abbastanza matti»; «Persino i contadini vogliono la fattura») il peregrinare del conte Basta si incrocia con alcune sequenze tipicamente bellocchiane, tra cori alpini, fantasmi di innamorati che si rincorrono, allucinazioni e scene realistiche che possono avere un’ambivalenza di interpretazione tra realtà e sogno.

A questa ambiguità spiazzante si contrappone il finale che ci fa tornare nel passato: Federico Mai è diventato un cardinale (e Pier Giorgio Bellocchio invecchiato non poteva che essere “incarnato” dallo zio Alberto, fratello del regista, somigliante al regista, bello come il regista). Siamo di nuovo nelle prigioni, dove Federico giunge per incontrare la monaca murata dopo diversi decenni dalla sua segregazione. L’uso della macchina da presa è magistrale, proprio perché vediamo il cardinale dalla soggettiva di Benedetta, senza mai riuscire a vedere lei; ne intravediamo gli occhi, per un istante, senza poter cogliere la fisionomia della monaca rinchiusa nello spazio ristrettissimo di alcuni mattoni.

Il gioco cinematografico si risolve in un finale che non voglio certo svelare; mi limiterò a soffermarmi sull’ordine di smurare la monaca, un ordine impartito da Federico Mai completamente ipnotizzato e ipnotico; il muro crolla e si solleva una nuvola bianca, benefica e purificatrice. Quel che ne segue è il naturale epilogo che coglie un po’ tutto il senso della narrazione, dalla tematica del tempo fino a quella della bellezza capace di fermarlo, sconfiggerlo, piegarlo al proprio volere, complice anche la splendida versione di «Nothing else matters» («Così vicino, non importa fino a dove / non potrebbe essere molto più lontano dal cuore / dobbiamo sempre credere in chi siamo / E non importa nient’altro»), cantata dai belgi Scala & Kolacny Brothers, che si ripete più volte nel film.

C’è da dire che la colonna sonora di Sangue del mio sangue è abbastanza inusuale per quanto riguarda Bellocchio, proprio perché l’episodio storico si incrocia con una traccia extra-diegetica animata da musiche moderne e contemporanee: ma questo è un altro tassello del discorso filmico portato avanti da Bellocchio in questo lavoro, proprio perché mette in atto un incontro tra una storia di ieri e le musiche di oggi, in un certo senso fornendo la storia di un carico di “universalità” perfettamente a tema con la concezione di tempo (e di bellezza) che emerge dal film.

Ma l’importanza dell’apparato tecnico non si limita alle musiche; il buon lavoro di montaggio della Calvelli è il valore aggiunto alla solita magistrale fotografia di Daniele Ciprì. Luci, colori, costumi e angolazioni contribuiscono a regalare al film quel marchio “bellocchiano” tipico dei film del bobbiese. La fotografia “pittorica” di Ciprì ci regala alcune sequenze magistrali, in particolare quella dove il cavaliere Mai scende al fiume al crepuscolo e quella dove lo stesso Mai giace con le sorelle Perletti, due ferventi cattoliche che lo ospitano e cedono al suo fascino: in un’inquadratura il Mai sembra il Cristo del Mantegna, profanato (e quello della dissacrazione è un altro tema caro alla filmografia bellocchiana) dalle due sorelle.

Ma le tematiche toccate in Sangue del mio sangue si incrociano con molti degli espedienti tipici del cinema di Bellocchio. La tematica del doppio, a lui molto cara, si ripete più volte: con i fratelli gemelli, con gli stessi attori che interpretano i due episodi così distanti nel tempo, con il coro di suore bianche che si rispecchia in quello delle cameriere d’albergo che alla fine di una serata cantano attorno a un pianoforte, con le due sorelle Perletti così distanti per età eppure così somiglianti.

L’onomastica è un altro degli aspetti cari a Bellocchio. Non mi soffermerò ad analizzare tutti i nomi, bastino alcuni esempi. Benedetta è la monaca che viene accusata di stregoneria, in un gioco ossimorico che si interseca con un altro gioco, quello di andare a incrociare altri film di Bellocchio: Benedetta a un certo punto versa lacrime «come il pianto di Maddalena». Ma quale Maddalena? La muta paziente psichiatrica di La balia (1999) o la scatenata “strega” di La visione del sabba (1988)?
Federico Mai, che a dispetto del cognome si ripete nel corso della narrazione, e il conte Basta che ha in mano i fili del destino (e quindi del tempo) della Bobbio di oggi.
Le sorelle Perletti, pallide e vergini come solo le perle delle ostriche possono essere.
Angelo, che custodisce il rifugio abusivo del vampiresco e infernale conte Basta, che accudisce il conte e lo accompagna nelle scorribande notturne, in antitesi con il suo nome così suggestivo e paradisiaco.

Ma l’aspetto più importante è il lavoro che Bellocchio compie sul proprio passato cinematografico. Ci sono diversi echi da Il regista di matrimoni e da L’ora di religione: il passo della Gradiva incarnato da Benedetta, la tematica dei “morti che comandano”, il canovaccio letterario dei Promessi sposi. C’è un gatto sulla tavola da pranzo e c’è una donna cieca, elementi che richiamano il cinquantenne I pugni in tasca.

Ad ogni modo i richiami più rilevanti riguardano Gli occhi, la bocca e La visione del sabba: nel primo avevamo già incontrato un protagonista tornato a casa per la morte del fratello gemello. Questo, invero, è un aspetto che riguarda la vita privata del regista, che nel 1968 ha davvero vissuto la tragica perdita di un fratello gemello, morto suicida. In Sangue del mio sangue, come in Gli occhi, la bocca, si avvera la commistione tra il fratello vivo e quello defunto, quando Federico si finge Fabrizio per confessare Benedetta, o quando Federico cerca la via dell’erotismo e della vendetta nei confronti di Benedetta, come Giovanni Pallidissimi aveva fatto con la Wanda del film del 1982.

Benedetta però è statuaria, con un viso capace di versare lacrime mantenendo uno sguardo fiero, ambiguo, in un ghigno dolce e algido, stridente con il contesto in cui è coinvolta; questo l’avvicina molto alla “strega” Maddalena di La visione del sabba. Al di là della scena dell’ordalia dell’acqua, che si ripete nei due film anche se con modalità differenti, anche nel caso del film del 1988 v’è una sovrapposizione di piani temporali e una protagonista femminile calata in una realtà maschilista, ma completamente indomita di fronte all’ostinazione dell’inquisizione, una donna che non si piega al potere costituito, e quindi rinchiusa e “torturata” (fisicamente in un caso, psicologicamente nell’altro), simbolo del “fascismo” che la circonda come la Rosanna di Marcia Trionfale (1976), imprigionata come la Ida Dalser di Vincere (2009), secondo la logica bellocchiana che mette in atto, e denuncia, l’ingabbiamento “politico” e sociale del corpo femminile.

Un film autobiografico, suggestivo, ben fatto, che però non raggiunge le vette dei cinque film girati da Bellocchio tra il 1999 e il 2009. Ma, come il precedente Bella addormentata (2012), anche Sangue del mio sangue conferma Bellocchio come il regista italiano più autorevole, almeno tra i viventi. Una regia attenta e intelligente, coadiuvata da collaborazioni tecniche all’altezza, ci porta in uno status di realtà permeata da sogni e allucinazioni, facendoci immergere in quello stile che avvicina Bellocchio, più di chiunque altro, a Buñuel.

Non avendo visto gli altri film in concorso a Venezia è difficile poter fare un confronto. Certo, Sangue del mio sangue probabilmente non è un film che arriva facilmente allo spettatore, soprattutto se questi si trova impreparato sul passato cinematografico del regista. Ma è certamente un film che merita di essere visto e che può dare spunto a molteplici interpretazioni.

 

Nicola ‘nimi’ Cargnoni

 

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Sangue del mio sangue
(Italia, Francia, Svizzera/2015)
Regia, soggetto, sceneggiatura: Marco Bellocchio
Fotografia: Daniele Ciprì
Montaggio: Francesca Calvelli, Claudio Misantoni
Musiche: Carlo Crivelli
Scenografie: Andrea Castorina
Costumi: Daria Calvelli
Interpreti e personaggi: Roberto Herlitzka (il conte), Pier Giorgio Bellocchio (Federico), Lidiya Liberman (Benedetta), Fausto Russo Alesi (Cacciapuoti), Alba Rohrwacher (Maria Perletti), Federica Fracassi (Marta Perletti), Alberto Cracco (inquisitore francescano), Toni Bertorelli (dottor Cavanna), Filippo Timi (pazzo)
106′

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