Mustang > Deniz Gamze Ergüven

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L’occhio di una donna alla sua prima esperienza registica ci porta con delicatezza all’interno di una terribile realtà

 

Mustang è ambientato in un minuscolo villaggio turco, formato da piccolissimi gruppi di case sparse nei pressi di una zona costiera a circa mille chilometri da Istanbul.
La location può far sembrare che, alla sua prima esperienza registica, Deniz Gamze Ergüven abbia voluto descrivere una “realtà altra”, distante dalla contemporaneità, isolata e sporadica. Ma non è così: il nucleo famigliare e sociale dentro al quale si sviluppa la trama filmica è la sintesi delle tante piccole celle che formano l’alveare della società turca, dove Istanbul (con tutti i suoi limiti e i ridimensionamenti del caso) è vista come un luogo mitico, inaccessibile, a suo modo simbolo di libertà.

È l’ultimo giorno di scuola: Lale saluta la sua insegnante preferita, che l’anno successivo se ne andrà proprio a Istanbul, poi si incammina verso casa con le sue sorelle maggiori Nur, Ece, Selma e Sonay; ma prima si fermano tutte quante a festeggiare in riva al mare e a giocare con i compagni di scuola maschi.
Non c’è nulla di lascivo o di scandaloso in ciò che fanno i ragazzi, tutti in età adolescenziale: ma la cosa non sfugge a una delle vicine di casa che subito allerta la nonna delle ragazze.

Lale e le sue sorelle, infatti, sono orfane. Per questo crescono allevate dalla nonna e da uno zio che, dopo aver appreso del comportamento delle cinque ragazze, decide che è giunto il momento di crescerle in base ai dettami religiosi della società islamica.
In questo contesto anche le donne più anziane della famiglia, che a loro tempo hanno già vissuto la stessa esperienza, vorrebbero evitare il pesante giogo delle regole, ma anche loro sono pesantemente condizionate dall’ineluttabilità della vita all’interno di una società patriarcale, maschilista e soggetta alle ferree regole della religione di Allah.

Così la vita delle ragazze, avviata verso un futuro di radiosa emancipazione e istruzione, si trasforma drasticamente in una quotidianità fatta di lunghe vesti informi, di lezioni di economia domestica, di inferriate sulle finestre e di matrimoni combinati.
La figura che maggiormente spicca tra le cinque sorelle è quella di Lale, la più piccola, che fin dall’inizio non accetta assolutamente la piega retrograda e gretta che ha preso la vicenda che coinvolge lei e le altre quattro.

L’atmosfera che avvolge le giovani protagoniste è sempre sospesa in un’aura angosciosa, anche se i sentimenti negativi non predominano sul gusto delicato e sul fondo di speranza che tutto sommato delineano il carattere della pellicola. La repressione, la prigionia e l’insieme di regole creano una patina di opprimente castrazione; ma il desiderio di libertà, la pianificazione delle fughe e lo spirito di ribellione sono decisamente più accentuati, da parte della regista, rispetto al meccanismo di gabbie famigliari e sociali che tentano di uccidere il vitalismo della piccola Lale.

La voglia di andare a vedere una partita di calcio allo stadio, di poter prendere il sole, di giocare con una palla (insomma, di fare ciò che ogni bambino o adolescente desidera fare) trasuda dalle inquadrature e dalla carnalità che viene messa in mostra dalla Ergüven. Mustang è un film di corpi, di gambe lisce e nude, di capelli tagliati, di balletti, di giochi, di finte nuotate sul letto e di scherzi tra sorelle; è un film che mette in scena la vitalità e le passioni adolescenziali senza mai sfociare nella volgarità.

L’occhio di una regista donna (e turca) è probabilmente l’unico medium che può permettere una tale resa visiva e, soprattutto, un effetto così immediato ed efficace delle immagini sullo spettatore. Ma anche le situazioni più drammatiche sono tratteggiate con delicatezza, spesso con ironia. Lo zio dispotico e padrone è spesso assecondato/contrastato da una nonna che comprende i bisogni delle ragazze, ma che si deve arrendere al sistema di regole sociali e ambientali in cui le protagoniste vivono. Ma la nonna è anche il simbolo di una femminilità “consapevolmente sottomessa”. E come lei, anche le sorelle più grandi cadono come pedine degli scacchi sotto i colpi dell’ingabbiamento famigliare. Lale vede, e subisce, i fidanzamenti e i matrimoni combinati delle sorelle più grandi: spesso i dialoghi tra le famiglie dei promessi sposi sono filtrati dal primo piano della bambina, che con sguardi indecifrabili si fa spettatore (e tramite) del disgregamento del piccolo e leale gruppo di sorelle di cui fa parte.

Ciò che balza all’occhio, in effetti, è la solidarietà che fa da collante al rapporto tra Lale, Nur, Ece, Selma e Sonay. In un certo senso, però, si crea anche una certa complicità tra le ragazze e le donne più anziane, resa ancor più frustrante dalla consapevolezza che tutto quanto serve soltanto a far sì che Lale e le sue sorelle abbiano una buona reputazione e che possano essere ambite dai ragazzi in età di matrimonio. È questa ambiguità a rendere ancora più enigmatico il comportamento che la nonna assume nei confronti delle nipoti, trasformando il film in uno scontro generazionale più che in un antagonismo tra i sessi.

E il registro della battaglia generazionale è proprio ciò che caratterizza la base del film: nel momento in cui tocca a Nur (quarta e penultima sorella) sposarsi con un perfetto sconosciuto, la piccola eroina Lale riannoda tutti i fili della trama e ne tesse una nuova, inedita, che dà sfogo al desiderio di ribellione e di fuga delle due ragazze più piccole. In questo frangente assume notevole importanza il ruolo di Yasin, un giovane venditore di frutta che aiuta le ragazzine, rappresentando la viva speranza di un nuovo futuro per il rapporto tra uomini e donne nelle società fortemente regolate e condizionate dalle regole islamiche.

Lunghi capelli neri e giovani gambe lisce accomunano le cinque sorelle turche ai potenti e vigorosi cavalli Mustang, la razza equina che dà il titolo al film. La voglia di libertà si accompagna alla carnalità dei giovani corpi che rifiutano di essere incatenati, esercitando un potere fascinatorio e, con esso, l’innegabile desiderio di essere donne libere di scegliere il proprio ruolo. La Ergüven smaschera in maniera inesorabile l’influenza che l’islam esercita anche nelle società che noi europei crediamo più evolute (del resto non è un mistero che Iran e Afghanistan negli anni Settanta fossero paesi all’avanguardia), denunciando ancora una volta il potere di una religione capace di piegare e annullare qualsiasi forma di emancipazione. Nel caso di «Mustang» l’islam non è il fine, ma più semplicemente è il mezzo, lo strumento, l’espressione di un assoggettamento sociale dettato da irrazionali e ancestrali superstizioni.

La ribellione di Lale nasce nel momento in cui la ragazza si chiede “perché”. Porsi domande, riflettere, cercare di capire se il proprio destino di donna sottomessa sia giusto porta le due sorelle più piccole a rifiutare l’irrazionalità di un ruolo che è tale solo perché frutto di millenni di tradizioni tribali.
La libertà è incarnata da una città, Istanbul, metropoli lontana e agognata, dove l’indirizzo di casa dell’amata insegnante diventa meta e, insieme, punto di partenza di una nuova vita, di un nuovo inizio e di un’altra nuova meta futura. In una Turchia ancora troppo, troppo distante dalle velleità di poter far parte dell’Unione Europea.

 

Nicola ‘nimi’ Cargnoni

 

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Mustang
(Turchia-Francia-Qatar-Germania/2015)
Regia: Deniz Gamze Ergüven
Sceneggiatura: Deniz Gamze Ergüven, Alice Winocour
Fotografia: David Chizallet, Ersin Gok
Montaggio: Mathilde Van de Moortel
Scenografie: Serdar Yemisci
Costumi: Selin Sozen
Interpreti principali: Günes Sensoy, Doga Zeynep Doguslu, Elit Iscan, Tugba Sunguroglu, Ilayda Akdogan Ilayda Akdogan, Nihal G. Koldas, Ayberk Pekcan
97′

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