Roland Klick

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Roland Klick

articolo pubblicato su Rapporto Confidenziale numero23 (marzo 2010), pag. 40

Avrebbe dovuto girare lui Christiane F. Invece lo cacciarono a pedate dal set e chiamarono quel furbastro di Uli Edel. L’età dell’oro del cinema tedesco d’autore stava passando il testimone al periodo (breve, ma intenso) dei grandi successi di cassetta: dai fuochi d’artificio della Bavaria Film – Das Boot, Die unendliche Gesichte: entrambi di Petersen – ai lividi languori berlinesi ben vampirizzati da Edel. Roland Klick attraversò entrambe queste epoche… di traverso. Er stellte sich quer, in quel ventennio cruciale che va dalla prima metà degli anni ‘60 agli anni ‘80.
Inattivo da quasi vent’anni, Klick è insieme a Herbert Achernbusch (vedi RC22, pp. 18-21) il grande rimosso della storia del cinema tedesco. Se oggi è possibile parlare dei suoi film, il merito è equamente ripartito tra il cinema Tilsiter Lichstspiele di Berlino Friedrichshain [www.tilsiter-lichtspiele.de] e la videoteca Fahrenheit 451 di Mitte [www.filmgalerie-berlin.de]. I Tilister sono i “giochi di luce” più vecchi della città, con cento anni di storia alle spalle; il primato appartiene al Moviemento di Kreuzberg, che tuttavia ha cambiato nome nel corso del tempo. Qualche estate fa il piccolo Programmkino con tanto di Kneipe dedicò una retrospettiva al regista e l’invitò a introdurre molte proiezioni. Alla 451 si deve invece l’immissione nel mercato di una splendida serie di dvd, che raccoglie i suoi film più importanti. Tra gli extra vi sono i cortometraggi degli esordi. Un’operazione confortante come la recente edizione in cofanetto di cinque film di Achternbusch a cura dello studio Alive, i primi a sfondare la porta del digitale.
Roland Klick è un riottoso regista di genere. Tre i suoi film più importanti: Deadlock (1970), Supermarkt (1973), White Star (1983). Deadlock è un Kraut-Western con l’anima sgarrupata di un tardo spaghetti western. Protagonisti il pusillanime Mario Adorf (die Ratte… il sorcio), lo spietato e segaligno Anthony Dawson (Anthony Sunshine: ed è ossimoro) e il giovanotto Marquand Bohm (una sorta di Billy the Kid). Fuor di metafora il buono, il brutto e il cattivo. Klick imprigiona i suoi cinque personaggi – se si aggiungono la Bella e la Vecchia – in un crocchio di catapecchie nel bel mezzo del deserto, e innesca un meccanismo da Kammerspiel: Leone si ibrida con Jodorowsky ed Enzo G. Castellari in quello che potremmo definire il Keoma crucco. Una rivoluzione, se si pensa che per tutti gli anni ‘60 il western della RFT era rimasto ancorato alle innocue suggestioni dei romanzi di Karl May.
Supermarkt è il contributo di Klick al genere polizi(ott)esco. Una pellicola rapida, furiosa e urbana. Un “Aktion-Sozio-Drama” che mozza il fiato e bandisce la noia. Quanto di più vicino alla trilogia del milieu di Fernando Di Leo si sia mai visto in Germania. Dopo Lieb Vaterland magst ruhig sein (1975), incentrato sui Mauerspringer degli anni ‘60, il colpaccio arriva in coda, con il penultimo film prima dello sfortunato Schluckauf (1989). White Star è la storia berlinese che Klick sognava di dirigere da molto tempo. Una storia plumbea e iniettata di sonorità elettroniche, con una voce radiofonica che ricorda The Warriors (1979) e una commistione di ritmo e colonna sonora degna di John Carpenter.
Il film narra del produttore Kenneth Barlow (un Dennis Hopper reduce dalla cura-Coppola e pronto per Blue Velvet), ex collaboratore dei Rolling Stones, ex talent scout, ex tutto, che tenta di sfondare sulla scena alternativa di Berlino ovest con la sua ultima scoperta, Moody Mudinsky (Terrance Robay, hapax d’attore). Kenneth conosce il mestiere e non ha scrupoli nel lanciare l’album White Star, un disco di portata epocale, un disco profetico! La città – sempre cobalto, quasi sempre notturna – viene ricoperta di manifesti, e i manifesti vengono imbrattati all’uopo. Moody deve diventare un artista maledetto ancor prima di avvicinarsi al microfono… L’ultima immagine, col cantante che si lascia portare verso l’alto da una scala mobile (ein Mann will nach oben!), non si dimentica facilmente. Così come l’entrata in scena di Dennis Hopper, immortalato in un portacenere. Tra mood depressivi e velleità avanguardistiche, White Star spiazza lo spettatore per un motivo molto semplice. Non calca la mano, non celebra, non fa la morale. Si limita a mostrare le regole – warholiane? – del gioco con precisione e freddezza. Il risultato è una natura morta urbana venata di sfumature metalliche.

FILMOGRAFIA

Roland Klick (Hof, 4 luglio 1939)
1963. Weihnacht [corto] 1964. Ludwig [corto] 1965. Zwei [corto] 1966. Jimmy Orpheus [film tv]
1968. Bübchen 1970. Deadlock 1974. Supermarkt 1976. Lieb Vaterland magst ruhig sein
1979. Derby Fever USA [doc] 1983. White Star 1989. Schluckauf

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