L’importanza di essere selvaggi

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+

Il presente articolo è stato pubblicato su Rapporto Confidenziale numero25 (maggio 2010), pagg. 32-34

Un percorso parallelo tra Fantastic Mr. Fox e Nel paese delle creature selvagge

di Matteo Contin

L’importanza di essere selvaggi è spesso dimenticata dagli adulti: nell’essere selvaggi e selvatici è racchiuso il senso più profondo dell’infanzia, quel periodo in cui le domande non prevedono per forza risposte realistiche e in cui ogni sguardo gettato su cose, emozioni e luoghi suscita meraviglia (e un’altra dose di domande). E in un mondo cine-televisivo (ma anche educativo) che toglie ogni beneficio del dubbio, che instilla sicurezza nei bambini rendendoli piccoli adulti senza speranze, è un bene che in sala arrivino titoli come “Nel paese delle creature selvagge” di Spike Jonze e “Fantastic Mr. Fox” di Wes Anderson. È un bene perché i due film hanno la capacità di riconsegnare ai bambini tutti i punti di domanda di cui erano stati privati, punti di domanda fondamentali per tornare allo stato selvatico.
Il film di Jonze, tratto da un libro di Maurice Sendak, ci racconta la storia del piccolo Max, ragazzino inquieto che, scappato di casa dopo un litigio con la madre, si ritrova catapultato su un’isola sconosciuta abitata da enormi mostri afflitti dalla noia e dalla solitudine. Con la promessa di eliminare la noia facendoli sempre divertire, Max diventerà il re dei mostri. Affrontando i problemi quotidiani con i mostri selvaggi, Max imparerà a conoscere se stesso.
Sempre tratto da un libro per bambini (questa volta firmato da Roald Dahl), “Fantastic Mr. Fox” di Wes Anderson ci narra le vicende di Mr. Fox, volpe di professione giornalista, con moglie e figlio a carico, ma che sogna di tornare quello di un tempo, ovvero il più abile ladro di pollame della contea. Ma mettersi contro i tre più grandi produttori di pollame non è l’idea migliore, soprattutto se di mezzo c’è la tua famiglia.
“Io chi sono?”, questa è la domanda più importante che entrambi i film ci e si pongono. E per entrambi la soluzione per scoprirlo è la stessa: ritornare selvaggi. Tornare selvaggi è quindi l’unico modo per comprendersi a fondo, spogliati di ogni preconcetto sociale, morale, religioso. Denudati delle cose umane, non possiamo far altro che rivestirci delle cose selvagge e iniziare a riflettere su noi stessi: è un ritorno ad uno stato primitivo e primordiale che, dopo la sensazione iniziale di libertà, ci trasporta nel difficile percorso che ci metterà di fronte alle nostre paure, ai nostri timori, alle nostre emozioni più profonde. Tornare selvaggio è maturare con consapevolezza e coscienza dei limiti e delle possibilità del proprio corpo e della propria mente.

LE COSE SELVAGGE

Max è un Piccolo Principe dallo sguardo folle e tormentato, e come il Piccolo Principe cerca di addomesticare gli animali selvatici in cui si è imbattuto. Il governo di Re Max è fondato sulla battaglia contro la solitudine, la malinconia, il tempo vuoto e la noia. Una battaglia persa in partenza, com’è persa in partenza il tentativo di governo sulle creature selvagge. Il cammino che Max compie sull’isola è una presa di coscienza più che un’iniziazione verso l’età adulta. Ogni mostro rappresenta un frammento della psicologia di Max, dei suoi sentimenti, delle sue emozioni, del suo carattere. Quindi, il ritorno a casa non è per Max la riappacificazione con se stesso, l’aver capito come domare i propri istinti e il proprio corpo ma, in modo più complesso, rappresenta l’avvenuta presa di coscienza del proprio essere: Max ora sa come è fatto (simpatico, arrabbiato, cattivo, felice, geloso, innamorato) e può affrontare la vita con più consapevolezza. L’incontro con la madre che chiude il film, non ci fa vedere un Max totalmente cambiato, ma un Max che ora sa finalmente chi è.
Il percorso che invece affronta Mr.Fox è simile a quello di Max, anche se Wes Anderson preferisce fare una lettura sociale (se non addirittura politica) della sua avventura piuttosto che un racconto intimo come quello propostoci da Spike Jonze. Durante il film lo stesso Mr. Fox si lamenta del fatto che lui non può dirsi una volpe se non ha un pollo tra i denti. In questa piccola frase che passa quasi inosservata nel circo a passo uno messo in piedi da Anderson, è racchiuso tutto il senso della pellicola. La riscoperta dell’essere selvaggi porta indissolubilmente alla riscoperta delle nostre radici: non bisogna solo spogliarsi della propria anima per ritornare sé stessi, ma eliminare anche le costrizioni che ci impone la società (una volpe che fa il giornalista) e ritornare ad essere quello che il nostro DNA ci ha fatto diventare.

UN PICCOLO MONDO ORDINATO

Quello che fa scattare la scintilla in Mr. Fox è il trasloco dalla vecchia e fangosa tana a favore di uno spazioso albero pronto ad accogliere la sua famiglia. Il cambiamento dell’abitazione fa parte di quel cammino di ricerca della felicità che intraprende Mr. Fox a partire dal suo sentirsi infelice e fuori posto. Una scelta sbagliata quella dell’abbandono della tana (tant’è che nel finale la felicità giungerà proprio da sottoterra) ma fondamentale per costruire il ritorno al selvaggio di Mr. Fox. Nel piccolo mondo ordinato della casa/albero si nasconde in realtà il pericolo: ogni animale ha il suo posto nel mondo ed è importante che sappia riconoscerlo ed accettarlo.
In una spaziosa caverna invece, il gigantesco Carol ha costruito una sorta di città ideale in miniatura, un luogo fasullo e senza vita dove regna la calma, l’ordine, l’amore reciproco, e sono completamente eliminate le ossessioni, le paure, la noia. Un posto dove l’acqua scorre tranquilla tra mostri innamorati, tra mostri che giocano, tra mostri che esistono immobili senza vivere. Il piccolo mondo ordinato di Carol esiste solo in legno e fango, non in carne e peli: come il plastico della piazza di Notre-Dame messo in piedi dal gobbo Quasimodo, la costruzione della città di Carol è la proiezione mentale dei suoi sogni “buonisti” ed ingenui di amore universale. Ma “Nel paese delle creature selvagge” ce lo dice chiaro e tondo: l’amore universale non esiste. Esiste solo l’amore esclusivo, egoista, possessivo, perché in fondo siamo uomini/mostri mossi dai nostri istinti e dai nostri istinti tenuti in piedi. È quindi il momento di distruggere il piccolo mondo ordinato e di lasciarsi alle spalle un altro sogno impossibile. La distruzione dei sogni (ma sarebbe meglio definirle illusioni), sembra suggerirci il film, è il momento in cui capiamo di essere reali, rimanendo nudi per ciò che siamo, e insieme al nostro corpo mostriamo le nostre emozioni vere, pulsanti, correndo come Carol verso la spiaggia e urlando con i nostri due enormi occhi verso una barchetta che si allontana da noi.

IL DIFFICILE CAMMINO

È importante, nel difficile cammino verso la maturità, accettare anche le cose meno belle del nostro carattere. Per questo il viaggio di Max sull’isola dei mostri altro non è che il viaggio verso la scoperta e l’accettazione del suo lato oscuro. Tristezza, noia, cattiveria, gelosia, queste le emozioni travestite da mostri che Max è costretto ad affrontare. Una volta capito che queste emozioni/mostri non si possono sconfiggere o eliminare, Max si ritrova sul bivio di una scelta importante: fare finta che quelle emozioni non esistano o convivere con esse, con difficoltà ma consapevole della cosa.
Anche Mr. Fox è però alle prese con una scelta difficile: nell’eliminare quelle costrizioni sociali che lo rendono infelice egli dovrà essere in grado di comprende quali, fra queste, siano realmente nocive e con quali, invece, sia necessario convivere. Il matrimonio e la famiglia vengono travolti dalla voglia di cambiamento di Fox, che arriva addirittura a mettere in pericolo la vita dei propri familiari. La storia lo porterà a capire quali sono i valori su cui deve (ri)fondare la propria vita.

CHI TROPPO, CHI NIENTE

Tema fondante di tutto il cinema di Wes Anderson, la paternità entra anche in “Fantastic Mr. Fox”, dove il piccolo figlio del protagonista è alle prese con un padre egocentrico che lo mette in ombra e, per di più, preferisce il nipote rispetto al figlio. Bisognerà pur dirlo: Mr. Fox non è un gran padre, diciamo pure che sarebbe utile solo per creare complessi che ci porteremo appresso per tutta la vita. Eppure in più di un’occasione si dimostra essere un buon esempio per figlio. Non tanto per le buone azioni che compie ma, innanzitutto per il coraggio che dimostra nel cambiare se stesso per cercare la felicità sua e quindi della sua famiglia. Il cammino intrapreso renderà Fox un padre migliore, capace di accettare i suoi difetti e quelli del figlio, bravo nel trasmettere l’idea di libertà e dell’importanza di scoprire e ritrovare la propria natura.
Una differenza lampante tra “Fantastic Mr. Fox” e “Nel paese delle creature selvagge” è senza ombra di dubbio la natura corale del primo film e quella atomizzata-solitaria del secondo. Non è un caso questo: se nel cinema di Anderson la famiglia, seppur sgangherata, è sempre e comunque un corpo unico che si aiuta e si sostiene, nella storia del piccolo Max, la famiglia è più un puzzle non finito piuttosto che un mosaico colorato, come nel caso del film di Anderson. È palpabile l’assenza della figura paterna nella vita di Max e la sensazione della mancanza di una guida la si può respirare sin dai primi istanti della pellicola. Sull’isola Max si reinventa come Re dei Mostri e, in fondo, cerca di far loro da padre. Li educa e li fa giocare, li vuole rendere felici e allontanare dai problemi. Max si educa quindi, diventa il papà di se stesso, educatore e giudice dei suoi comportamenti. Colma una mancanza (anche affettiva). E finalmente cresce.

LA MAMMA-MOSTRO

“Nel paese delle creature selvagge” è pieno di buchi, buchi che sono rifugi. Rifugi distrutti e rifugi mai compiuti. Nel film solo un rifugio è reale, vero, utile: il ventre di Kay Kay. In fuga da un irato Carol, Max si nasconde nella pancia di Kay Kay e, da quel luogo inusuale, ascolta le parole di Carol. La metafora è semplice: il ventre del mostro/mamma è il luogo della protezione e della sicurezza, ma si trasforma nel giro di qualche istante anche nel luogo del soffocamento e del buio fastidioso, tant’è che Max non riesce a resistervi all’interno. È qui che il ragazzino prende coscienza di essere cresciuto, di avere finalmente il potere, la forza, di chiedere a Kay Kay di uscire da lei, per poter rinascere l’ennesima volta.
Differente invece il rapporto madre/figlio in “Fantastic Mr. Fox”. Da sempre nella filmografia di Anderson la madre è una creatura sfuggevole, fuggita, lontana dai bisogni e dai sogni dei suoi figli. “Fantastic Mr. Fox” non si differenzia dal resto dei film di Anderson e propone un personaggio femminile molto distaccato, attento più al marito che ai figli. La figura materna è, per Anderson e per il piccolo figlio di Fox, un mostro dolce e bellissimo da conquistare, il cui amore è solo una chimera, un sogno impossibile.
Domande. Abbiamo bisogno di domande per crescere. C’è il bisogno di interrogarsi, di svestirsi della semplice sicurezza dettata dalla mediocrità. Abbiamo sempre più bisogno di film come “Nel paese delle creature selvagge” e “Fantastic Mr. Fox” per far tornare i bambini (e gli adulti) in una dimensione dove le storie non sono semplicemente modi per divertirsi, ma anche un’occasione per conoscersi meglio. E, come ci suggeriscono le due pellicole, di tornare una volta per tutte selvaggi, scoprire la nostra vera natura e non allontanarla impauriti.


Fantastic Mr. Fox
(USA/2009)
regia: Wes Anderson • sceneggiatura: Wes Anderson, Noah Baumbach dal romanzo di Roald Dahl • fotografia: Tristan Oliver (1.85:1) • montaggio: Ralph Foster, Stephen Perkins, Andrew Weisblum • musica: Alexandre Desplat • art direction: Francesca Berlingieri Maxwell • voci principali: George Clooney (Mr. Fox), Meryl Streep (Mrs. Fox), Jason Schwartzman (Ash), Bill Murray (Badger), Wallace Wolodarsky (Kylie), Eric Chase Anderson (Kristofferson Silverfox), Michael Gambon (Franklin Bean), Willem Dafoe (Rat), Owen Wilson (Coach Skip), Jarvis Cocker (Petey), Wes Anderson (Weasel) • produttori: Allison Abbater, Wes Anderson, Jeremy Dawson, Scott Rudin • direttore di produzione: Nelson Lowry • casa di produzione: Twentieth Century Fox Film Corporation • distribuzione italiana: 2010 • paese: USA, UK • durata: 87′

Nel paese delle creature selvagge
(Where the Wild Things Are, USA/2009)
regia: Spike Jonze • sceneggiatura: Spike Jonze, Dave Eggers dal romanzo di Maurice Sendak • fotografia: Lance Acord (2.35:1) • montaggio: James Haygood, Eric Zumbrunnen • musiche: Carter Burwell, Karen Orzolek • art direction: Sonny Gerasimowicz, William Hawkins, Christopher Tandon, Lucinda Thomson, Jeffrey Thorp • costumi: Casey Storm • interpreti: Max Records (Max), Pepita Emmerichs (Claire), Max Pfeifer (amico), Madeleine Greaves (amico), Joshua Jay (amico), Ryan Corr (amico), Catherine Keener (mamma), Steve Mouzakis (insegnante), Mark Ruffalo (fidanzato), James Gandolfini (Carol), Paul Dano (Alexander) • produttori: John B. Carls, Gary Goetzman, Tom Hanks,

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+