
Il terzo film del macedone Gjorge Dojran, presentato fuori concorso all’interno della sezione Orizzonti di Venezia 73, è una piacevole sorpresa.
Rigoroso, come ogni film di Dojran, Lice ebat racconta di membra implose e prigioni della carne. Migrazioni e identità. Un film che sarebbe piaciuto a Bergson. Fantasmagoria allucinatoria, sindrome astenica che si manifesta con l’atto stesso del vedere, che ci desta dall’incanto ipnotico della ciclicità chiusa del ritorno delle immagini uguali a loro stesse, da quella circolarità dello spettacolo quotidiano che ci induce a credere che nulla possa cambiare. Un film che sarebbe piaciuto a Bataille. La storia di un pastore e del suo gregge, le carovane di essere umani di un vicino Medio Oriente spirituale che attraversano l’inquadratura e i sensi e la giovane ballerina cieca sono fantomachie deriddiane che rilucono sullo schermo come ectoplasmi immersi nella porpora di una luce sconfinata.
Lice ebat è un western dell’anima senza più buoni brutti e cattivi stagliato, quasi scolpito, tra i cieli macedoni.
Cavalli galoppano il cielo
come impavide fiabe che sognammo (da bambini).
Le suore e fagiani
le pecore sulle nuvole.
Osservo l’abisso di ideologie perdute
accarezzo un albero
e i suoi frutti rossi;
ormai marciti.
– Igor Milanović, Vrani (Cornacchie), 1977
AG
Lice ebat (The Purple Summer)
regia di Gjorge Dojran (Macedonia-Francia/2016, 165′)
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