En el séptimo día > Jim McKay

70. Locarno Festival
Concorso internazionale

Un gruppo di immigrati messicani senza documenti provenienti da Puebla, vive a Sunset Park, a Brooklyn. Lavorano tutti sei giorni a settimana come fattorini in bicicletta, muratori, lavapiatti, commessi o venditori di dolciumi, svolgendo turni lunghissimi. La domenica, invece, si godono il giorno di riposo sui campi di calcio di Sunset Park. José, ragazzo che fa le consegne in bicicletta, è giovane e talentuoso, un lavoratore serio e responsabile, oltre che il capitano della squadra di calcio. Quando la sua squadra giunge in finale, l’entusiasmo è alle stelle, ma il suo capo gli mette i bastoni fra le ruote, obbligandolo a lavorare proprio il giorno della partita. José tenta di farlo ragionare e di trovare un sostituto, ma tutti i suoi sforzi falliscono. Se non si presenterà al lavoro il suo futuro sarà messo a repentaglio.

Un vero e proprio atto d’amore verso un quartiere popoloso e popolare e la gente che lo abita. Un atto d’amore testimoniato anche nella costruzione vera e propria del film, che inizia più di 15 anni fa, quando Jim Mckay inizia ad abbozzarne la storia per poi tralasciarlo per dedicarsi a quello che sarà il suo terzo film, Everyday People (2004).
L’ispirazione viene da una serie di elementi come spiega lo stesso regista: la lettura di un libro intitolato “Mexican New York” di Robert Smith, la visione di Raining Stones di Ken Loach, il lavoro su Everyday People, che si svolge in un ristorante, il suo lavoro in un ristorante di San Francisco con una comunità di persone dello Yucatan, la vicinanza con una famiglia di immigrati messicani che appare nel documentario di sua moglie Hannah Weyer, La boda.

Quando giunge il momento di concretizzare il progetto, McKay – quotato regista di serie televisive (sua la direzione di alcuni episodi di Breaking Bad, The Good Wife, In Treatment, Mr. Robot, tra i tanti) – rifugge dalla possibilità di una produzione ricca e opta per una totale indipendenza. Il casting, parte fondamentale di un film come questo, inizia nel 2015 con la chiamata a sottoporsi a un provino attraverso volantini distribuiti nel quartiere in cui svolge il film, Sunset Park, Brooklyn. Questa fase chiarisce a McKay cosa davvero voglia e quindi inizia a girare per le strade alla ricerca di volti e caratteri interessanti, che riprende con una videocamera in una serie di provini “volanti”. Nove mesi dopo, il cast è formato da una serie di persone che, come lui stesso tiene a precisare, non recitano loro stesse malgrado si tratti di interpreti esordienti. La primavera successiva, dopo una serie di partite di calcio giocate per favorire la conoscenza reciproca, inizia la fase di lettura della sceneggiatura, che gli attori ottengono per la prima volta nella sua forma completa. A quel punto è quasi trascorso un anno dal primo approccio e il tempo ha aiutato la formazione del personaggio nella testa di tutti, condizione essenziale per un film che andrà girato rapidamente. Diciannove giorni d’estate per le riprese, alcuni altri per filmare scene di raccordo e la spasmodica attesa di un giorno di pioggia, necessaria per una scena, che si farà vedere solo ad autunno inoltrato.

Se è importante conoscere la genesi di un film tanto orgogliosamente indipendente, è certamente più importante conoscere l’esito di tanto lavoro. Nella storia di José – immigrato messicano privo di documenti, che lavora consegnando i pasti di un ristorante a domicilio nella speranza di salire la scala sociale e essere promosso a aiuto cameriere, con uno stipendio che gli permetterà forse la stabilità necessaria per riunirsi a sua moglie, rimasta in Messico – c’è il ritratto di una comunità perfettamente integrata cui manca solo un misero pezzo di carta per godere della dignità che merita e dei diritti che spetterebbero a chiunque. José e i suoi amici (alcuni di loro condividono un piccolo appartamento nel quartiere) hanno lavori malpagati, forti malinconie e altrettanto forti aspettative nei loro sforzi, ma soprattutto condividono la grande passione per la partita domenicale in una squadra di calcio, all’interno di un campionato vero e proprio che mette in competizione tra loro i membri della comunità ispanica newyorkese. E di questa squadra José è la punta di diamante, il calciatore più talentuoso. Sarà proprio il calcio a creare una svolta nella narrazione. Raggiunta la finale per José si porrà un atroce dilemma: giocare la finale per raccogliere i frutti di una stagione di sacrifici e gioie appresso a un pallone, oppure accontentare il proprio datore di lavoro che lo vorrebbe impegnato per un evento presso il ristorante? José dovrà far quadrare l’etica e l’ambizione professionale con il desiderio di rivalsa che il campo gli offre. Una domenica che ci racconta una e molte vite.

In tutto questo, McKay si concentra su ogni singolo personaggio, osserva i volti delle persone del quartiere che non hanno spazio nella storia utilizzando non di rado uno sguardo documentaristico su luoghi e persone, e restituisce una piccola storia comune a molti, troppi, che si sentono definire clandestini – un termine orrendo che un giorno o l’altro, prima o poi, finirà, finalmente finirà, nel dimenticatoio – a dispetto del fatto che aspirare a una vita migliore – e lavorare nella direzione di una concretizzazione dell’ambizione stessa – è un diritto di tutti.

En el séptimo día è un’opera quasi etnografica (come possono esserle quelle di Ken Loach) in cui il proclama non trova mai spazio e che si mantiene in costante equilibrio tra ritratto e commedia, con quest’ultima che non soffre mai un momento di esitazione. In tutto questo, il regista lavora con empatia e compassione nel comporre un ritratto vigoroso, divertente e profondamente umano. Ecco perché è evidente che si tratta di un lavoro frutto d’amore, fatto di quella apparente semplicità che solo un lavoro accurato e un’idea precisa possono restituire sul grande schermo.

Co produce Michael Stipe, che con McKay ha co fondato la casa di produzione C-Hundred Film Corp e con cui aveva lavorato quando quest’ultimo aveva diretto il Tourfilm dei R.E.M. nel 1990.

Roberto Rippa

En el séptimo día
(titolo internazionale: On the Seventh Day. USA/2017) > Jim McKay
Regia, sceneggiatura: Jim McKay
Fotografia: Charles Libin
Montaggio: Karim López
Scenografie: Maite Pérez-Nievas
Produzione: Alex Bach, Lindsey Cordero, Caroline Kaplan, Jim McKay, Michael Stipe
C-Hundred Film Corp
92′

Jim McKay è uno sceneggiatore e regista nordamericano, fondatore assieme a Michael Stipe, della C-Hundred Film Corp. La sua filmografia comprende Girls Town (2015), vincitore del Filmmakers Trophy al Sundance – dove nel 1999 ha debuttato con Our Song –  Everyday People (2004) e Angel Rodriguez (2005). Ha firmato la regia di numerosi episodi di serie televisive come The Wire e Mr. Robot. Jim McKay è stato nominato membro Rockefeller nel 2003 e Guggenheim nel 2004. Nel 2005 ha ottenuto il Martin E. Segal award del Lincoln Center.



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